Il paese che non c’è più (1.a puntata)

Gabriele Del Grande per Internazionale

Gabriele Del Grande è stato ad Aleppo, in Siria, tra il 3 e il 13 settembre 2013. Ha viaggiato solo con civili siriani, senza appoggiarsi né all’esercito né ai ribelli. Ha scritto un diario in quattro puntate. Ecco la prima.

Avrei voluto raccontarvi della città vecchia di Aleppo, dove ho passato una giornata. Dei suoi hammam secolari devastati dall’incendio che ha distrutto uno dei suq più antichi di tutto il Medio Oriente; delle volte di pietra distrutte dai colpi di cannone e della grande moschea degli Omayyadi, che otto secoli dopo la sua costruzione è semidistrutta: il suo minareto del duecento, di epoca selgiuchide, è ridotto a un cumulo di macerie, il colonnato e le cupole delle fontane per l’abluzione sono crivellate di colpi.

E invece ho deciso di raccontarvi la storia di una penna. La penna di Iqbal.

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Foto di Gabriele Del Grande

Iqbal è un ingegnere di Idlib, ma vive ad Aleppo. L’ho incontrato su un taxi collettivo tornando a casa. Prima che cominciasse la guerra, lavorava come impiegato al ministero del petrolio. Ed è sempre sceso in piazza durante le manifestazioni del 2011 contro la dittatura, quando la parola d’ordine era ancora non violenza. La penna è di una sua collega. Una ragazza alawita, la minoranza a cui appartengono la famiglia di Bashar al Assad e gli uomini forti del regime. Gliel’ha data prima di partire. Era l’anno scorso e gli scontri ad Aleppo erano cominciati da poco. Da allora Iqbal non l’ha più vista. La ragazza è fuggita a Ladhiqiyah, sulla costa, dove vive la maggior parte degli alawiti. Iqbal osserva la penna, si lascia trasportare dai ricordi per un attimo, poi mi guarda e dice: “Quando la troveranno, le taglieranno la gola”.

La guerra siriana non finirà con la fine del regime. Il peggio deve ancora arrivare e sarà la feroce resa dei conti con gli alawiti. E questo è il motivo per cui Iqbal non crede più alla rivoluzione. E non è l’unico. Accanto al partito della pace, a tutta la gente comune che è stanca e basta e che è disposta a barattare la libertà con la sicurezza, cresce il partito dei pentiti. Di chi ieri era in piazza e oggi non sa più con chi stare perché teme che il paese diventi un mare di sangue. Hanno paura di parlare per non passare come traditori agli occhi dell’Esercito siriano libero (Esl) e delle sue corti islamiche. Ma se insisti ti dicono che da quando il movimento per il cambiamento ha preso le armi, sono stati fatti troppi errori. Per Iqbal, la storia dei saccheggi fatti in città dall’Esl è il minimo. Quello che più lo preoccupa è il patto con le milizie dei fondamentalisti.

Iqbal non parla del look rivoluzionario dei ragazzi di Aleppo: mimetica e barba incolta che fa un po’ partigiano un po’ jihadista. Non parla dei discorsi degli imam nelle moschee il venerdì, che cercano di consolare i fedeli esaltando il valore dei martiri morti in difesa della propria gente. Non parla nemmeno delle milizie dei salafiti e dei Fratelli musulmani siriani, rispettivamente sul libro paga di Arabia Saudita e Qatar, e delle relative ambizioni sulla Siria. Quelle le considera armate popolari, di siriani, gente comune e islamisti moderati.

Iqbal parla di Al Qaeda, che in Siria è presente con due formazioni: lo Stato islamico dell’Iraq e del levante, fedele all’emiro Abu Bakr al Baghdadi in Iraq, e il Fronte al Nusra, comandato da Mohammad al Julani e fedele ad Ayman al Zawahiri. In competizione e in conflitto l’una con l’altra, le due formazioni hanno però in comune il progetto di creare un califfato islamico in Siria. Per questo non riconoscono l’autorità dell’opposizione siriana, né tantomeno i vertici dell’Esl, anche se collaborano con loro sul terreno in alcune operazioni militari.

Pur essendo forze minoritarie (si stima che non raggiungano il 10 per cento delle forze armate dell’opposizione) i qaedisti in Siria stanno facendo molto parlare di sé. Per le importanti conquiste militari ottenute grazie ai loro attentatori suicidi, ma anche per il fanatismo religioso con cui governano le zone che amministrano (la città di Raqqa, alcuni villaggi nelle campagne di Idlib e Aleppo e a Deyr al Zor), e per la facilità con cui passano a fil di spada ogni sospetto collaboratore del regime. Motivo per cui in molti credono che la guerra non finirà con la fine del regime. E che il peggio debba ancora arrivare. Bassam è uno di loro.

È un signore sulla quarantina, padre di due figli. Porta la mimetica e gli occhiali da lettura. In tasca ha una penna accanto alla pistola. Fa parte dell’ufficio politico della milizia curda Komala, dell’Esl. Da laico nonché ex dirigente del partito comunista siriano, Bassam vede tutti i rischi dell’islamizzazione della rivoluzione: “Eravamo un movimento laico, interconfessionale, democratico, non violento. Di quel movimento non è rimasto niente. Migliaia di noi sono stati uccisi nelle manifestazioni, migliaia sono stati arrestati e migliaia sono fuggiti all’estero come rifugiati. Oggi nell’Esl i laici non arrivano all’1 per cento. Ma cosa dovevamo fare? Lasciarci ammazzare fino all’ultimo uomo? Andare con le rose contro i carri armati? Hanno massacrato donne, bambini, anziani, non hanno pietà. Cosa pretendete dal popolo! I nostri combattenti sono ragazzi poveri, contadini, non hanno istruzione. Davanti alla ferocia del regime, si aggrappano all’unica ideologia che conoscono: la religione. E questo sia per la forza degli uomini di religione sia per la debolezza del fronte laico. È questa la cosa che mi fa più male”.

Bassam si interrompe per un attimo. Ha un nodo alla gola. Mi guarda con un misto di rabbia e sconforto. Sa che comunque vada avrà perso. Con gli occhi carichi di lacrime aggiunge: “Il mio destino è scritto. Morirò in battaglia. Forse domani, forse tra un mese. Ma morirò felice, pensando che la mia morte sarà servita a dare un futuro migliore a mio figlio. Invece mio figlio mi tradirà. Sarà solo a piangere sulla mia salma. E succederà che qualche imam andrà a consolarlo e piano piano lo renderà cieco, fino a quando lo convincerà ad andare a farsi esplodere in Europa per il bene del mondo. E quando tua figlia morirà nell’attentato, tu non potrai lamentarti con nessuno. Perché gli unici responsabili di questa tragedia siete voi che per due anni siete rimasti immobili di fronte al massacro del nostro popolo, voi che non avete sostenuto il fronte laico e liberale dell’opposizione, voi che avete lasciato che gli unici a prendere il sopravvento fossero gli islamisti radicali e i loro finanziatori occulti”.

Ma come si è arrivati a tutto questo? Abu Faisal ha le idee chiare. Lui è un comandante di una delle più forti brigate dell’Esl, la Liwa Tawhid, islamisti moderati finanziati dal Qatar e benvisti dagli statunitensi. Lo incontro nel suo ufficio al posto di frontiera di Bab al Salam.

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Foto di Gabriele Del Grande

Per lui dietro alle infiltrazioni di Al Qaeda in Siria c’è il regime di Assad. “Nel giugno del 2011, quando ancora la nostra protesta era pacifica, Assad ordinò un’amnistia per i prigionieri politici. Sembrava un’apertura, invece servì a liberare dalle carceri siriane centinaia di uomini di Al Qaeda, che già negli anni passati aveva manovrato per gli attentati in Iraq. Oggi le loro milizie sono ancora minoritarie, tuttavia in questi due anni sono cresciuti molto. Io mi chiedo se sia un caso che gli arrivino così tanti soldi e così tante armi. E mi chiedo se sia un caso che tra i loro mujahidin la maggior parte siano proprio ceceni, i nemici di Putin. Ne saranno arrivati un migliaio in Siria. Chi li manovra? È lecito chiederselo, dopotutto il regime è il principale beneficiario della loro presenza. Aveva bisogno di un nemico per serrare le fila. Aveva bisogno di un mostro per dire al mondo: o me o loro. E devo dire che ci sta riuscendo abbastanza bene. Perché in questo momento noi non abbiamo la forza per combattere su due fronti. E dobbiamo concentrare i nostri sforzi contro il regime. Ma appena prenderemo Damasco, per forza di cose comincerà una seconda guerra con loro. La Siria non sarà mai governata da questi fanatici”.

Gabriele Del Grande è uno scrittore e giornalista freelance. È nato a Lucca nel 1982. È autore di Mamadou va a morireIl mare di mezzo, Roma senza fissa dimora. Nel 2006 ha fondato l’osservatorio sulle vittime dell’emigrazione Fortress Europe.

 

http://www.internazionale.it/news/siria/2013/09/23/il-paese-che-non-ce-piu/

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