Il “Piano del secolo” per il Medio Oriente costa 86 miliardi, ma Trump non vuole sborsarli. Li chiederà alle petromonarchie

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23/05/2019 17:48

La Conferenza convocata in Bahrain il 25 e 26 giugno prossimi, servirà soprattutto a questo: schierare i Paesi del Golfo a favore del Piano, e metterlo all’asta

THE WASHINGTON POST VIA GETTY IMAGES

Il Deal of the Century ha un costo: 86 miliardi di dollari. È lo step iniziale per avviare il “Piano del secolo” messo a punto dall’Amministrazione Trump per arrivare laddove nessuno dei predecessori di The Donald alla Casa Bianca – Repubblicani o Democratici che fossero – hanno miseramente fallito: dare soluzione all’eterno conflitto israelo-palestinese. La Conferenza convocata in Bahrain il 25 e 26 giugno prossimi, servirà soprattutto a questo: schierare le petromonarchie del Golfo a favore del Piano, e metterlo all’asta.

Costo iniziale previsto: 86 miliardi di dollari. Miliardi che Trump non ha alcuna intenzione di scucire. A farlo, nei suoi propositi e in quelli dei suoi più ascoltati consiglieri sul Medio Oriente, a cominciare dal consigliere-genero Jared Kushner – dovrebbe essere il Regno Saud. Il “Piano del secolo” si discosta dai tanti che lo hanno preceduto perché, spiega ad Haaretz la fonte americana, non si limita a riproporre formule vecchie che avrebbero dovuto risolvere le “questioni fondamentali” del conflitto, come i confini, la sicurezza, Gerusalemme.

Enunciazioni di principio che, nella visione dello staff mediorientale di The Donald, non hanno mai fatto veramente i conti con la realtà, e per questo sono sistematicamente falliti. Il team di pace di Trump vuole che il piano affronti tali questioni, ma anche di offrire una vasta gamma di idee pragmatiche che, secondo le parole del funzionario di alto livello, “miglioreranno la vita di entrambe le parti”. Gran parte del piano si concentrerà sul rafforzamento dell’economia palestinese e dei suoi legami con Israele. Il piano dell’amministrazione Trump comincia a prendere forma a metà del 2017, quando Jason Greeenblatt, l’inviato speciale di The Donald per il processo di pace , fa il suo primo viaggio nella regione. Le fonti che sono state in contatto con Greenblatt durante questo periodo hanno detto al quotidiano di Tel Aviv Haaretz che il principale obiettivo del suo primo viaggio era lo stretto allineamento degli interessi tra Israele e il mondo arabo, che a suo avviso rappresentava una rara opportunità per una svolta nei negoziati. È questo un punto nodale del “piano Trump”: coinvolgere i Paesi arabi che, nel quadro regionale, hanno interessi strategici convergenti con Israele. Una fonte governativa israeliana li elenca ad HuffPost: Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Oman, Bahrain, Egitto, Giordania. Paesi del fronte sunnita che, con Israele, condividono la necessità di arginare la penetrazione iraniana in Medio Oriente, contrastando l’affermarsi della mezzaluna rossa sciita sulla direttrice Baghdad, Damasco, Beirut. E Gaza. A questo è particolarmente interessato l’erede al trono saudita, il giovane e ambizioso principe Mohammad bin Salman Al-Sa’ud, fautore dell’avvicinamento, in funzione anti-iraniana, di Riyadh a Tel Aviv: per il futuro sovrano, e attuale Primo vice primo ministro e ministro della Difesa saudita, togliere ai suoi nemici regionali la “carta palestinese” sarebbe un risultato rilevante, da far pesare nella definizione dei nuovi equilibri regionali. Mbs sarebbe anche disposto al mega finanziamento, ma non sarebbe un investimento senza contropartite. In cambio, confidano fonti diplomatiche a Gerusalemme e in alcune delle più influenti capitali arabe, il futuro re saudita vuole dalla Casa Bianca un maggiore impegno, sul campo, nel contrastare l’espansionismo “persiano” in Medio Oriente. In questa ottica, l’invio nel Golfo Persico della portaerei Abraham Lincoln e dell’USS Arlington con una batteria di Patriot e di bombardieri, rappresenta la prima contropartita americana ai miliardi sauditi.

“È ovvio che la regione è cambiata rispetto a pochi anni fa”, dice ad Haaretz un funzionario dell’amministrazione Usa . “Il mondo arabo e Israele hanno molti interessi e obiettivi comuni, così come minacce comuni nelle attività destabilizzanti dell’Iran nella regione”.  Il cuore di questo piano, rivelano le fonti, sarà in Cisgiordania e a Gaza. ” Soldi e investimenti. In funzione di una nuova formulazione, rivisitata e corretta dagli ideatori del “Deal of the Century”, della soluzione a “due Stati”. Interessante in proposito è quanto scritto dal sito israeliano Debka, al quale fonti dell’intelligence israeliana hanno delineato alcuni elementi essenziali del nuovo piano. Lo Stato palestinese sarà uno Stato “con una sovranità limitata su circa metà della Cisgiordania e tutta la Striscia di Gaza“. Quindi quello è il vincolo territoriale. La sicurezza sarà in mano agli israeliani, così come i valichi di frontiera e la Valle del Giordano sarà pienamente sotto il controllo delle autorità israeliane.

Quanto a Gerusalemme, l’idea- forte del “Piano del secolo” è che la parte orientale e i quartieri arabi, a eccezione della Città Vecchia, passeranno sotto la giurisdizione palestinese. E la capitale proposta per questo Stato palestinese sarà quella stessa Abu Dis, città-sobborgo di Gerusalemme Est. Per quanto riguarda le moschee i luoghi sacri dell’islam, saranno sotto giurisdizione di Palestina e Giordania, in condivisione. “Indipendentemente da come i palestinesi reagiranno al piano di pace nella sua interezza (sappiamo tutti che lo respingeranno in ogni caso, come hanno sempre respinto tutti i piani di pace) e da cosa succederà dopo di allora (Israele potrebbe annettere i maggiori insediamenti, con tutte le conseguenze del caso), la disponibilità del Bahrain ad ospitare il summit ‘Pace per la prosperità’ indica che il mondo arabo è decisamente più incline a normalizzare i rapporti con Israele di quanto alcuni possano pensare. Anche in mancanza di un accordo definitivo”, annota Raphael Ahren, su Times of Israel. A conferma è l’indiscrezione, fatta trapelare da fonti governative di Gerusalemme, che il ministro delle Finanze israeliano, Moshe Kahlon, sarà probabilmente tra gli ospiti della conferenza. Al meeting di Manama resterà invece vuota la “sedia” palestinese. La conferma viene dal ministro dello Sviluppo sociale, Ahmed Majdalani, membro del comitato esecutivo dell’Olp (Organizzazione per la liberazione della Palestina). “Non ci sarà alcuna partecipazione al meeting di Manama, ha dichiarato il ministro palestinese all’agenzia di stampa Reuters. “Chiunque vi prenderà parte sarà solo un collaboratore degli americani e di Israele”. In Bahrain non verranno affrontate le parti più controverse del conflitto, ovvero i confini, lo status di Gerusalemme, i profughi palestinesi e la sicurezza di Israele. La leadership palestinese ha anche affermato di non essere stata consultata in merito alla conferenza.

Secondo le autorità di Ramallah, qualsiasi piano di pace americano che ignori le aspirazioni politiche del popolo palestinese per uno Stato indipendente è destinato a fallire. “Qualsiasi soluzione al conflitto in Palestina deve essere politica e basata sulla fine dell’occupazione”, ha ribadito il primo ministro Mohammad Shtayyeh durante una riunione del governo palestinese. “L’attuale crisi finanziaria è il risultato di una guerra contro di noi. Non soccomberemo al ricatto e all’estorsione e non abbandoneremo i nostri diritti nazionali per denaro”, ha aggiunto. Non c’è un piano di pace, ma solo un workshop economico, un altro modo per premiare Israele e mantenerne il controllo sulle nostre terre e le nostre risorse – gli fa eco Hanan Ashrawi, più volte ministra dell’Autorità Palestinese ed esponente di primo piano del comitato esecutivo dell’Olp –  Sono gli americani ad aver rigettato tutto finora, dalla legge agli accordi, ai requisiti di base per la pace fino a quelli di ogni possibile processo di pace. Mostra una mancanza di comprensione delle questioni regionali”. Ma l’assenza dei Palestinesi non sembra inquietare più di tanto Trump e i suoi consiglieri. E la spiegazione principale sta nella convinzione maturata a Washington che ormai la “questione palestinese” ha perso la sua autonomia ed è ormai parte di uno scontro più generale che investe l’intero Medio Oriente. “È indubbio – dice ad HufPost il professor Nabil el-Fattah, già direttore del Centro di Studi Strategici di Al-Ahram (Il Cairo) – che da tempo non c’è leader arabo o musulmano che non abbia cercato di gestire in proprio la vicenda palestinese, inserendola all’interno dei propri disegni di potenza. Oggi Trump si fa forte della debolezza della leadership palestinesi e delle divisioni insanate tra Hamas e al-Fatah, per forzare con il suo Piano”. Il meeting in Bahrain nasce da questa visione. E ai Palestinesi non resterà che denunciare l’ennesimo “tradimento” dei fratelli-coltelli arabi.

 

Umberto De Giovannangeli

Giornalista, esperto di Medio Oriente e Islam

 

 

Il “Piano del secolo” per il Medio Oriente costa 86 miliardi, ma Trump non vuole sborsarli. Li chiederà alle petromonarchie

https://www.huffingtonpost.it/entry/il-piano-del-secolo-costera-86-miliardi-ma-trump-non-vuole-sborsarli-li-chiedera-alle-petromonarchie_it_5ce6ba19e4b0db9c299464df?utm_hp_ref=it-esteri

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