Il piano di annessione di Israele: una catastrofe generata da una catastrofe più grande

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tratto da:  ZEITUN Notizie e libri sulla Palestina

La stretta di mano tra Arafat e Rabin dopo gli accordi di Oslo (AFP)

 

Azzam Tamimi

1 luglio 2020 – Middle East Eye

L’attuale crisi ha le sue radici negli accordi di Oslo, che hanno trasformato l’OLP in un’entità palestinese collaborazionista

La catastrofe cui faccio riferimento nel titolo di questo articolo non è la Nakba del 1948, quando Israele venne creato su due terzi della Palestina, né la Naksa del 1967, quando i sionisti divorarono il rimanente terzo della Palestina (la Cisgiordania e Gaza) insieme alla penisola del Sinai e alle Alture del Golan.

Sono invece gli accordi conclusi a Oslo, Norvegia, in seguito a negoziati segreti tra l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) e Israele. La firma degli accordi di Oslo tra le due parti sul prato della Casa Bianca nel settembre 1993 è stato il maggior successo sionista dalla creazione dell’entità sionista in Palestina.

Mossa disastrosa

Perché è così? Gli accordi di Oslo furono il primo riconoscimento ufficiale della legittimità dello Stato ebraico da parte di Israele.

L’OLP, che avrebbe dovuto guidare la lotta per la liberazione della Palestina – e che era stata fondata prima che la Cisgiordania e Gaza diventassero territori occupati – venne riconosciuta dagli Stati membri della Lega Araba come l’unico legittimo rappresentante del popolo palestinese. Questa mossa disastrosa venne fatta durante il summit di Rabat nel 1974.

L’implicazione immediata di questa decisione fu trasformare quello che era noto come il conflitto arabo-israeliano in palestinese-israeliano. In pratica ciò significò affidare le chiavi della questione palestinese al leader dell’OLP Yasser Arafat e ai suoi sodali all’interno del movimento Fatah, che dominava l’OLP, esimendo il mondo arabo nel suo complesso da ogni responsabilità riguardo alla Palestina e al suo popolo. Da allora l’OLP ne fu responsabile.

La dichiarazione di Rabat arrivò proprio qualche mese dopo una decisione dell’assemblea non eletta dell’OLP, il Consiglio Nazionale Palestinese, di approvare quello che divenne noto come il “Programma dei Dieci Punti”, che preparò la strada per negoziare un accordo pacifico che avrebbe finito per riconoscere il diritto all’esistenza di Israele in cambio della fondazione di uno Stato palestinese confinante.

Tuttavia Israele e il suo principale alleato occidentale, gli Stati Uniti, non mostrarono alcun reale interesse nel trattare con l’OLP, nonostante il desiderio di quest’ultima, finché nel dicembre 1987 scoppiò la prima Intifada. Solo quando la legittimità dell’OLP sembrò minacciata come mai prima – non solo dalla nascita di Hamas, ma anche dalla crescente sensazione tra i palestinesi, sia localmente che nella diaspora, che l’organizzazione non parlasse più per loro né agisse per raggiungere il loro sogno di liberazione e ritorno –, americani e israeliani decisero di parlare con la dirigenza dell’OLP.

Reprimere l’Intifada

Sembrerebbe che fin dall’inizio gli israeliani e i loro alleati sapessero quello che intendevano ottenere. È molto difficile dire lo stesso dei loro interlocutori dell’OLP.

Gli israeliani avevano assolutamente bisogno di un partner palestinese per aiutarli non solo a reprimere l’Intifada, ma anche ad aprire le porte della regione e del mondo nel suo complesso per ottenere la legittimità della loro entità. Quello che in sintesi fecero gli accordi di Oslo fu di trasformare l’OLP in un organismo palestinese collaborazionista chiamato Autorità Nazionale Palestinese (ANP).

Concludendo gli accordi di Oslo con Israele, l’OLP ne riconobbe il diritto. Ciò non avvenne in cambio del riconoscimento da parte di Israele del dramma del popolo palestinese, della sua spoliazione ed espulsione, né fu in cambio del riconoscimento del loro diritto a tornare alla loro patria, o del riconoscimento dei crimini che erano stati perpetrati contro di loro.

È stato solo in cambio del riconoscimento dell’OLP come unico rappresentante legittimo del popolo palestinese. Non eletta e senza dover rendere conto a nessuno, la dirigenza dell’OLP da allora poté fare per la causa quello che riteneva “conveniente”.

Questo accordo catastrofico venne venduto come una grande vittoria. A molti palestinesi venne fatto credere che prima o poi da lì sarebbe sorto uno Stato palestinese, che avrebbe preparato la via per il loro ritorno a casa. La comunità internazionale giocò un ruolo in questo inganno, definendo quello che stava avvenendo come un processo che avrebbe portato a quella che divenne generalmente nota come una “soluzione dei due Stati”.

Tuttavia, settimana dopo settimana, mese dopo mese, anno dopo anno fin dal 1993, Israele è riuscito – con la collaborazione dell’ANP – a perpetuare la sua occupazione a un costo molto basso per sé, confiscando nel contempo più terre, costruendo più colonie o espandendo quelle esistenti, demolendo le case dei palestinesi, opprimendoli e perseguitandoli.

Sconfitte su sconfitte

Nel frattempo la causa palestinese ha continuato a incorrere in sconfitte su sconfitte a livello politico e diplomatico. Molte Nazioni, che in precedenza erano filo-palestinesi, colsero l’occasione del riconoscimento di Israele da parte dell’OLP per abbandonare le loro precedenti posizioni di critica o condanna di Israele per la sua occupazione e oppressione dei palestinesi.

Molte Nazioni, compresi Paesi come India e Cina, svilupparono rapporti di cooperazione commerciale, per la sicurezza e persino militare con Israele a spese della causa palestinese. “Non possiamo essere più palestinesi dei palestinesi”, era il pretesto per tali spostamenti radicali, non solo tra i Paesi dell’Asia Meridionale, africani e alcuni latinoamericani, ma anche all’interno dello stesso mondo arabo.

Qualcuno ha persino sostenuto pubblicamente: come osano i palestinesi criticare altri per “aver normalizzato” le relazioni con Israele quando il loro “unico e legittimo rappresentante” collabora in tutto e per tutto con le autorità dell’occupazione?

Ci fu un tempo in cui la maggior parte del mondo equiparava il sionismo al razzismo. Quelli che sostennero quella posizione lo fecero per l’ammirevole risolutezza dei palestinesi nella loro lotta contro questo Stato spudoratamente razzista. Per molti decenni Israele venne paragonato al defunto regime dell’apartheid in Sudafrica, e a ragione. Tuttavia l’apartheid israeliano è riuscito dove ha fallito quello sudafricano: la creazione di un’entità indigena collaborazionista.

È su quel successo che oggi Israele costruisce. La differenza tra dove ci troviamo oggi e dove ci trovavamo 30 anni fa è l’ANP, la cui funzione è stata principalmente contribuire al controllo delle masse palestinesi e bloccare ogni minaccia che essi potessero rappresentare per le autorità dell’occupazione israeliana.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Azzam Tamimi è accademico e attivista politico anglo-palestinese. Attualmente è il direttore del canale Alhiwar [televisione satellitare in lingua araba con sede a Londra, ndtr.] e suo capo redattore.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)

Il piano di annessione di Israele: una catastrofe generata da una catastrofe più grande

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