Il piano per far scomparire l’UNRWA ed i rifugiati palestinesi

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tratto da: https://www.amiciziaitalo-palestinese.org/index.php?option=com_content&view=article&id=6762:il-piano-per-far-scomparire-l-unrwa-ed-i-rifugiati-palestinesi&catid=25:dalla-palestina&Itemid=75

21 Febbraio 2021

Il rifugiato palestinese Mahmoud Abu Deeb, 82 anni, che ora vive nel campo profughi di Khan Yunis a Gaza, tiene una chiave della sua casa a Beersheba, nel sud di Israele, il 14 maggio 2020, in occasione del 72 ° anniversario della sua espulsione durante la Nakba (Catastrofe ). (FOTO DI SAID KHATIB / AFP TRAMITE GETTY IMAGES)

 

Washington Report on Middle East Affairs, marzo / aprile 2021, pagg. 8-10

La Nakba continua

Di Jonathan Cook

 

Esiste un report, che dovrebbe essere preso sul serio, secondo il quale  gli Emirati Arabi Uniti starebbero  segretamente pianificando con Israele un piano per eliminare l’agenzia delle Nazioni Unite che si prende cura dei rifugiati palestinesi (con una mossa che potrebbe impedire a quei rifugiati stessi di tornare a casa).

Secondo il rapporto di fine dicembre del quotidiano francese Le Monde, i funzionari degli Emirati stanno prendendo in considerazione “un piano d’azione volto a far scomparire progressivamente l’UNRWA, senza condizionarlo ad alcuna risoluzione del problema dei rifugiati [palestinesi]”. Il ministro degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti non ha risposto alla richiesta di commento di Le Monde sulla questione.

L’UNRWA è stata creata alla fine del 1949 per sostenere i rifugiati palestinesi con posti di lavoro, cibo essenziale, assistenza sanitaria e istruzione in campi speciali per sfollati nella regione. Un anno prima, circa 750.000 palestinesi avevano subito una pulizia etnica, cacciati dalle loro case – e dispersi nella regione – per far posto all’autoproclamato Stato ebraico di Israele.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu vede l’agenzia delle Nazioni Unite come una minaccia, annunciando che una risoluzione diplomatica della questione dei rifugiati potrebbe vederli restituiti alle terre che ora sono in Israele. Netanyahu ha sostenuto che “l’UNRWA deve scomparire”, accusandola di perpetuare “la narrativa del cosiddetto ’diritto al ritorno’ con l’obiettivo di eliminare lo Stato di Israele”.

Avendo ostacolato qualunque  speranza di negoziati, Israele è diventato sempre più fiducioso di poter ottenere un ampio sostegno per lo scioglimento dell’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati.

Ciò priverebbe effettivamente più di cinque milioni di profughi palestinesi che languiscono in dozzine di campi in Libano, Siria, Giordania, Cisgiordania e Gaza del diritto – sancito nella risoluzione 194 delle Nazioni Unite – di tornare nelle loro terre storiche.

Israele sembra anche aver respinto i compromessi della leadership palestinese che limiterebbero il diritto dei rifugiati a vivere solo in un futuro stato palestinese stabilito in quelli che ora sono i territori occupati (invece che in tutto il territorio da cui i palestinesi furono espulsi nel 1948). In gran parte, sembra, ciò sia dovuto al fatto che Israele non ha alcuna intenzione di consentire la fondazione di un tale stato.

Alti funzionari israeliani hanno ripetutamente sollecitato l’abolizione dell’UNRWA e la consegna dei rifugiati palestinesi all’organismo mondiale dei rifugiati delle Nazioni Unite, l’UNHCR. Ciò farebbe rapidamente sparire i profughi palestinesi nella marea sempre crescente di sfollati generati dai conflitti globali, specialmente in Medio Oriente.

Il probabile risultato dell’eliminazione dell’UNRWA è che, invece di poter tornare a casa, i rifugiati alla fine sarebbero costretti a naturalizzarsi nei paesi arabi che li ospitano.

Dal punto di vista di Israele, i rifugiati costituiscono l’ultima importante questione palestinese in sospeso che deve ancora essere risolta a suo favore.

Israele ha utilizzato i suoi insediamenti illegali per espandere i suoi confini impunemente, divorando i resti del territorio palestinese ed anticipando quindi qualsiasi negoziato con i palestinesi sulla creazione di uno stato. Gli stati occidentali sembrano non avere voglia di sfidare questo furto di terra.

Il piano di “pace” della precedente amministrazione Trump, svelato quasi un anno fa, indicava addirittura la volontà di Washington, DC, di consentire infine a Israele di annettere questi territori. E, con il trasferimento dell’ambasciata degli Stati Uniti nel 2018, Washington ha effettivamente siglato l’intera Gerusalemme come capitale di Israele.

Accattivarsi gli Emirati Arabi Uniti – e il resto del Golfo – per favorire l’eliminazione dell’UNRWA, bloccando la maggior parte dei rifugiati in modo permanente in una manciata degli stati arabi più deboli e più instabili, sarebbe cruciale per Israele che realizzerebbe così i suoi piani per la Grande Israele.

Ci sono molte prove circostanziali a sostegno del rapporto di Le Monde sulla complicità degli Emirati Arabi Uniti. L’assalto al futuro dell’UNRWA è iniziato sul serio nel 2018, quando gli Stati Uniti hanno terminato tutti i loro finanziamenti annuali di 360 milioni di dollari all’organismo delle Nazioni Unite, privandolo di un terzo del proprio budget.

Quello fu il momento, a quanto pare, in cui furono intensificati gli sforzi per reclutare stati arabi, in particolare quelli del Golfo, per sostenere il cosiddetto “accordo del secolo” dell’amministrazione Trump. Quel piano di “pace” era basato sull’annessione da parte di Israele di aree della Cisgiordania, rendendo impossibile uno Stato palestinese sostenibile. A sua volta, ha lasciato i rifugiati nella posizione di non poter rivendicare alcun tipo di diritto al ritorno.

In particolare, questo stesso periodo ha segnato un drammatico cambiamento nei finanziamenti all’UNRWA da parte degli Emirati Arabi Uniti e da altri stati del Golfo, nel momento in cui l’agenzia delle Nazioni Unite aveva più che mai bisogno di assistenza finanziaria. Il generoso aiuto degli Emirati da 52 milioni di dollari per l’UNRWA nel 2019 è stato ridotto a un misero milione di dollari nel 2020. L’Arabia Saudita ha tagliato i propri finanziamenti di circa 20 milioni di dollari tra il 2018 e il 2020, mentre il Qatar ha ridotto il proprio contributo di oltre 30 milioni di dollari.

Di conseguenza, Philippe Lazzarini, commissario generale dell’UNRWA, ha avvertito a novembre che la sua agenzia era “sull’orlo del precipizio”, incapace di coprire le sue spese per la prima volta nella sua storia. Inoltre, i suoi servizi sanitari e educativi sono stati portati al limite dalla pandemia COVID-19.

Forse è indicativo che il ministro degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti, Anwar Gargash, non abbia risposto a Le Monde riguardo alle accuse di collusione degli Emirati con Israele riguardo all’indebolimento dell’UNRWA.

Ma ci sono ragioni più ampie per sospettare che gli Emirati Arabi Uniti stiano complottando con Israele per estinguere l’UNRWA e più in grande la causa nazionale palestinese.

Palestinesi protestano contro i tagli agli aiuti alimentari da parte dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e il lavoro (UNRWA) nel campo profughi di Khan Yunis, 20 gennaio 2021. (FOTO DI SAID KHATIB / AFP TRAMITE GETTY IMAGES)

 

Sarebbe estremamente ingenuo immaginare che la decisione degli Emirati Arabi Uniti, insieme al Bahrein, di firmare i cosiddetti accordi di Abramo a settembre – normalizzando le relazioni con Israele – non fosse vista in termini del tutto transazionali. Come con la maggior parte degli accordi tra stati, il principio guida è “tu mi gratti la schiena ed io gratto la tua (tu dai una mano a me ed io do una mano a te)”. Entrambe le parti vogliono guadagnare per se stesse tanto quanto danno via.

È chiaro cosa stiano guadagnando gli Emirati. In primo luogo, avranno accesso alle armi e all’intelligence degli Stati Uniti e di Israele che sono state a lungo negate loro in base a una dottrina che garantisce sulla regione il “vantaggio militare qualitativo” di Israele.

Per aiutare un prezioso alleato degli Stati Uniti, i funzionari degli Emirati possono aspettarsi udienze ancora più comprensive a Washington. Le future amministrazioni statunitensi saranno senza dubbio ancora più pronte a chiudere un occhio sugli abusi dei diritti umani degli Emirati Arabi Uniti, facendo diventare le loro monarchie autocratiche fari della riforma e del progresso arabi.

Ma se i vantaggi sono chiari, quale prezzo devono pagare gli EAU in cambio della normalizzazione? Cosa guadagnerà Israele? La maggior parte dei benefici menzionati finora sono stati relativamente modesti. A porte chiuse, Israele e gli stati del Golfo cooperano da tempo contro l’Iran, quindi non c’è un dividendo strategico significativo per Israele su questo punto.

Gli Emirati Arabi Uniti aiuteranno a riciclare denaro, attraverso il Fondo di Abramo, per pagare il piano di oppressione israeliana contro i palestinesi sotto occupazione, compreso un aggiornamento dei posti di blocco.

Ciò solleverà ulteriormente l’onere finanziario dell’occupazione dalle spalle di Israele. Ma ancora, è un esborso limitato, ed è arrivato, almeno a breve termine, al costo per Israele di rinunciare all’annessione formale di parti della Cisgiordania.

Gli accordi dovrebbero anche aprire nuovi mercati nel mondo arabo. Ma ancora una volta, sembra un progresso relativamente banale quando ci sono mercati molto più grandi per Israele in Europa, India e Cina. Più significativamente, l’accordo con gli Emirati Arabi Uniti potrebbe aprire la strada all’Arabia Saudita per diventare pubblica e normalizzare le relazioni con Israele: il premio finale.

Ma convincere gli stati del Golfo sarebbe un beneficio significativo per Israele solo se il loro reclutamento portasse alla fine allo sradicamento della causa palestinese nelle capitali arabe. Altrimenti, gli accordi equivarrebbero a poco più di un esercizio di pubbliche relazioni per Israele. È qui che l’attenzione dovrebbe essere principalmente  focalizzata.

L’obiettivo immediato di Israele è quello di erodere formalmente l’impegno degli stati arabi per l’Iniziativa di pace araba del 2002 guidata dai sauditi, che ha promesso la normalizzazione con Israele solo in cambio del suo accordo di creare uno stato palestinese sostenibile.

La normalizzazione secondo i termini concordati dagli Emirati Arabi Uniti – cioè senza alcun impegno israeliano per lo stato palestinese – rende coloro che si iscrivono collaboratori espliciti nell’occupazione. In effetti, fa al mondo arabo quello che Israele aveva fatto in precedenza alla leadership palestinese tramite gli accordi di Oslo.

Oggi, l’Autorità Palestinese (AP), il governo permanente in attesa dei palestinesi guidato da Mahmoud Abbas, serve principalmente come appaltatore della sicurezza per Israele. Il dovere “sacro” delle forze di sicurezza palestinesi è mantenere Israele al sicuro, garantire il rispetto dei palestinesi comuni e impedire loro di resistere all’occupazione.

Ora, qualsiasi stato arabo che abbia sottoscritto gli accordi di Abramo dovrà agire in modo simile, come appaltatore regionale per Israele. Useranno la loro influenza per mantenere l’ANP conforme e impedirgli di montare qualsiasi resistenza diplomatica che minacci il patto di normalizzazione, lasciando le mani libere ad Israele.

E poiché i rifugiati sono una questione regionale, gli stati del Golfo sono ben posizionati per aiutare a risolvere la questione a favore di Israele, ponendo fine a qualsiasi diritto al ritorno.

Non sarà necessariamente una navigazione tranquilla. Al momento, Giordania, Libano e Siria non hanno alcun incentivo a naturalizzare il gran numero di rifugiati palestinesi che ospitano. Beirut e Damasco in particolare temono da tempo di alimentare ulteriormente le tensioni etniche e settarie assorbendo centinaia di migliaia di profughi palestinesi.

Riflettendo su queste preoccupazioni, la Lega Araba ha rilasciato una dichiarazione, alla fine di dicembre, avvertendo che la crisi delle finanze dell’UNRWA aveva preso “una svolta pericolosa” e ha invitato i donatori a mantenere i loro contributi promessi.

Secondo dati recenti, circa il 90% delle famiglie di rifugiati palestinesi in Siria vive in assoluta povertà e una percentuale simile in Libano ha un disperato bisogno di assistenza umanitaria sostenuta.

L’UNRWA ha elogiato la Giordania per i suoi recenti strenui sforzi per aiutare a raccogliere fondi per l’agenzia. Ma sempre più gli stati arabi sembrano divisi sul futuro dell’UNRWA, con i tagli selvaggi ai finanziamenti degli stati del Golfo che si pensa potrebbero voler intraprendere  un percorso diverso da  quello desiderato da Israele.

A gennaio, il personale dell’UNRWA a Gaza ha minacciato proteste poiché l’agenzia aveva avvertito che non sarebbe stata in grado di pagare per intero gli stipendi già di fine novembre ai suoi 28.000 dipendenti palestinesi. Abdul Aziz Abu Sweireh, un leader sindacale di Gaza, ha accusato paesi anonimi di cercare di “liquidare” l’UNRWA.

A differenza dei tre stati arabi che ospitano molti dei rifugiati, il Golfo gode di una vasta ricchezza petrolifera che, può sperare Israele, può essere utilizzata per rafforzare un nuovo consenso regionale e internazionale sul futuro dei rifugiati.

Ciò potrebbe portare alla sottomissione dell’UNRWA attraverso una continua negazione dei finanziamenti, mentre i donatori del Golfo si stringono e gli Stati Uniti e l’Europa – che vacillano sotto i colpi economici della pandemia – diventano sempre più cauti nell’impegnarsi nell’onere apparentemente infinito di finanziare l’agenzia .

Se Israele riuscisse a farcela, il rinnovo del mandato dell’UNRWA nel 2023 potrebbe diventare un punto di svolta. Oppure la crisi potrebbe arrivare prima, con i donatori che si incontreranno nelle prossime settimane per discutere del prossimo round di contributi.

In un nuovo articolo su Middle East Quarterly, il giornale interno della destra filo-israeliana degli Stati Uniti alleata di Netanyahu, due studiosi sostengono che è arrivato il “momento di verità” per l’UNRWA. Esortano i donatori dell’agenzia a controllare, attraverso audit, come i loro soldi vengono utilizzati per “potenziare la riforma” del sistema dei rifugiati, osservando che gli stati arabi “sembrano meno inclini che mai a rendere i loro interessi nazionali prigionieri dei capricci della leadership palestinese . “

Concludono: “L’UNRWA deve prendere misure reali per il reinsediamento definitivo dei rifugiati negli stati ospitanti … in modo da trasformarli da beneficiari passivi del welfare in cittadini produttivi e intraprendenti delle rispettive società”.

Allo stesso modo, scrivendo a gennaio sul quotidiano Israel Hayom, ampiamente visto come il portavoce di Netanyahu, David Weinberg del Jerusalem Institute for Strategy and Security, ha esortato i leader del Golfo a usare la loro influenza per spingere la leadership palestinese verso “moderazione e maturità”. A questo proposito, ha sottolineato “la sostituzione dell’UNRWA con altre rotte di finanziamento umanitario”.

Se ciò potrà funzionare dipenderà in gran parte dalla possibilità che Israele possa fare pressioni sulla nuova amministrazione Biden affinché continui sulla strada tracciata dal presidente Donald Trump. Alla fine di novembre, Ron Prosor, ex ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite e diplomatico veterano, ha invitato Joe Biden a continuare la politica ostile nei confronti dell’UNRWA avviata da Trump.

Come suggerisce il rapporto di Le Monde, il sostegno degli Stati del Golfo sarà fondamentale per stabilire se Israele riuscirà ad abolire l’UNRWA e i diritti dei rifugiati palestinesi.

Netanyahu non ha lasciato dubbi sul suo approccio alle relazioni internazionali. In un tweet del 2018, ha fatto osservazioni sulla sua filosofia guida: “I deboli si sgretolano, vengono massacrati e vengono cancellati dalla storia mentre i forti, nel bene e nel male, sopravvivono. I forti sono rispettati e le alleanze sono fatte con i forti e alla fine la pace è fatta con i forti “.

L’unica forza che hanno i rifugiati palestinesi è l’agenzia delle Nazioni Unite che ha preservato i loro diritti per più di sette decenni. Spazzalo via e il percorso sarà chiaro per cancellare i rifugiati dalla storia.

Jonathan Cook è un giornalista residente a Nazareth e vincitore del Premio speciale per il giornalismo Martha Gellhorn. È autore di Blood and Religion and Israel and the Clash of Civilizations (disponibile da AET’s Middle East Books and More).

Traduzione a cura di Associazione di Amicizia Italo-Palestinese

https://www.wrmea.org/israel-palestine/the-plan-to-make-unrwa-and-the-palestine-refugee-disappear.html

 

https://www.amiciziaitalo-palestinese.org/index.php?option=com_content&view=article&id=6762:il-piano-per-far-scomparire-l-unrwa-ed-i-rifugiati-palestinesi&catid=25:dalla-palestina&Itemid=75

 

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