Il più umano piccolo checkpoint

Creato Sabato, 15 Giugno 2013 11:16

Haaretz.com
13.06.2013
http://www.haaretz.com/news/diplomacy-defense/the-most-humane-little-checkpoint.premium-1.529469

 

Il più umano piccolo checkpoint.

Funzionari della difesa affermano che il valico di Tarqumiya è sempre scorrevole e veloce, mentre i lavoratori palestinesi lo descrivono come un luogo di umiliazione. 

di Amira Hass

“Il passaggio, oggi, è stato magnifico”, ha confessato al chekpoint di Tarqumiya uno dei lavoratori palestinesi a Tzion, impiegato del Ministero della Difesa che è addetto al controllo del passaggio.

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 Così è stato anche per gli altri lavoratori, all’attraversamento sembravano piacevolmente stupiti dalla velocità con cui, alle 5:30 di domenica, scorrevano lungo il tragitto attraverso il labirinto di gabbie di metallo e tornelli. 

Le perquisizioni sono filate realmente più lisce rispetto alle settimane precedenti? I lavoratori, superando il labirinto di sbarre in modo più rapido, sono rimasti veramente senza fiato? 

Tzion e il Ministero della Difesa vorrebbero far credere che il cambiamento era solo nell’immaginazione dei palestinesi – l’attraversamento è sempre scorrevole e veloce, essi sostengono 

Secondo il Ministero della Difesa occorrono circa sette minuti in media per persona per passare dall’inizio del blocco stradale alla piazza dove il palestinesi prendono i mezzi per andare al lavoro. 

Eppure, osservatori indipendenti calcolano che , in una giornata buona – come quella di domenica scorsa, per esempio – esso è di almeno 28 minuti. E, a partire dal 26 maggio, secondo i calcoli, il tempo è pari a 71 minuti per persona. 

L’incongruenza tra queste cifre condensa la disputa sulla vera natura del valico di confine. 

“Questo è il sistema di attraversamento più umano,” ha raccontato ad Haaretz un funzionario dell’Autorità di Frontiera che domenica si trovava al valico di Tarqumiya. Nel contempo, i lavoratori lo descrivono come un luogo di sfinimento fisico ed emotivo, di umiliazione e di scherno. 

I palestinesi della West Bank che hanno i visti per entrare in Israele sono obbligati ad attraversare a piedi uno degli 11 valichi gestiti dall’Autorità di Frontiera del Ministero della Difesa. I controlli di sicurezza vengono svolti da due società di sicurezza private: la Sheleg Lavan, nel sud della West Bank, e la Modi’in Ezrahi, nel settore centrale e settentrionale. 

Il Ministero della Difesa ha fatto sapere che attraverso questi valichi passano ogni giorno più di 25.000 palestinesi. Tarqumiya è uno di quelli più trafficati, anche se non il più attivo, con le circa 5.000 persone che lo attraversano tra le 4 e le 7 di mattina. Gli operai agricoli partono da casa per primi, seguiti dai lavoratori edili e poi dalle donne e i commercianti. 

Ci sono 50 dipendenti della Sheleg Lavan, uomini e donne, che presidiano i posti di controllo in questa frontiera meridionale. Guardie armate dipendenti dal Ministero della Difesa gironzolano anch’esse attorno al checkpoint, come fa il personale amministrativo. 

Negli ultimi mesi, i lavoratori si erano lamentati che era diventato complicato attraversare il checkpoint di Tarqumiya. Sostenevano che con tutto l’affollarsi e lo spingere diventava difficile respirare. La gente era rimasta contusa a causa delle gomitate. Altri erano svenuti. 

Domenica scorsa, il 2 di giugno, al valico sono arrivati degli attivisti di Machsom Watch per parlare con i lavoratori. Quando sono giunti hanno appreso che la situazione “era migliore di quella dei giorni precedenti.” Il 6 di giugno due attivisti hanno presentato all’Autorità di Frontiera un rapporto che elenca i reclami in modo dettagliato. 

Mercoledì, il portavoce del Ministero della Difesa ha riferito ad Haaretz che “Contrariamente a quanto affermato, non siamo a conoscenza di lamentele per spintonamenti e affollamenti.” 

Eppure, fotografie di queste settimane – che sono sfocate, in quanto sono state scattate di nascosto – mostrano gente che affolla le varie aree sbarrate all’interno del checkpoint. Alcuni sembra che stiano arrampicandosi sulle sbarre, altri che vi siano appesi. Altri ancora vengono mostrati in piedi su strette superfici rialzate all’interno della struttura – forse per respirare, forse per scavalcare la fila al momento dell’apertura dei tornelli. 

Quando siamo arrivati a Tarqumiya alle 3 di notte di domenica, un centinaio di uomini era già in attesa all’esterno della struttura del checkpoint. Alcune decine ancora erano ammassati in un’area d’attesa coperta – che è circondata da lastre di metallo – dove se ne stavano sdraiati o seduti su pezzi di cartone. Queste persone erano arrivate prima delle 2:00 per poter essere le prime a entrare nell’area di ispezione.

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Alle 3:40 si sono alzate e hanno preso il loro posto nella “manica”, una gabbia a serpentina che indirizza la fila verso il tornello, la prima di almeno cinque porte che ogni persona deve attraversare prima di uscire dal posto di blocco. 

Alle 3:50, qualcuno spinge un bottone e il tornello n°1 si apre. La fila all’esterno avanza rapidamente. Poi improvvisamente si ferma. 

In attesa nell’area n°2, tra il tornello n°1 e quello n°2, si sono raccolte poche decine di lavoratori. In questa zona di attesa, che è ugualmente coperta e sbarrata, c’è una cabina di controllo. Attraverso il vetro oscurato si possono intravedere schermi di computer, bottoni, un operatore o due e un uomo con un lungo fucile mitragliatore. 

Ci sono telecamere incorporate nel soffitto. Uno degli operai dice che ci sono installati anche dispositivi di ascolto, che trasmettono ogni sussurro alla sala di controllo. Ci sono altoparlanti attraverso i quali di volta in volta vengono date le istruzioni. 

Il primo gruppo è diviso e indirizzato a due tornelli che portano a un terzo spazio, che a sua volta si divide in quattro corsie, ciascuna con un cancello elettromagnetico e un dispositivo a raggi X per borse e valige. Ogni due corsie c’è una sala di controllo e ogni stanza ha cinque o sei ispettori. 

Dopo di che vengono i chioschi dove c’è il controllo delle carte di identità, e quindi la stazione biometria dove vengono identificate le impronte digitali dei lavoratori. Altre due porte li separano ancora dalla piazza dove restano in attesa dei loro autobus. 

A quanto pare, il segreto sta nella quantità di tempo che intercorre tra l’apertura di un tornello e l’altro, e nel tempo di attesa tra ciascuna sala di controllo e quella successiva. Nei giorni negativi, raccontano gli operai, gli ispettori sembrano “passarsi il tempo” nelle loro cabine di controllo. Impiegano tempo nel controllo dei documenti, fanno attendere i gruppi fino a che non sia uscita dalla sala di controllo l’ultima persona del gruppo precedente. Scherzano tra loro. Quando il caso è questo, attraversare il checkpoint può richiedere un’ora o più. 

Ma questa domenica, in cui mi sono aggregata ai lavoratori, il tempo di attesa tra ogni sala di ispezione è stato breve. 

Alcuni palestinesi – sulla base di alcuni criteri sconosciuti – vengono mandati per le scansioni corporee. Ci arrivano attraverso una sala d’attesa che è sigillata ermeticamente da una porta di metallo pesante che assomiglia a quella di un rifugio. Gli ispettori radunano un paio di persone nella stanza sigillata e poi le prendono, una alla volta, per sottoporle a scansione. 

E’ stato detto a Machson Watch che, ogni volta, nella stanza sigillata, non vi vengono riunite più di 12 persone, ma i lavoratori riferiscono che lì dentro vengono usualmente ammassati gruppi tra le 20 e le 40 persone. Là aspettano di essere sottoposte a scansione; non viene data loro alcuna informazione sulla probabilità di una loro esposizione alle radiazioni e sugli eventuali pericoli per la loro salute. 

Domenica scorsa, un uomo di circa 50 anni era quasi in lacrime quando ha raccontato ad Haaretz di come gli era stato chiesto di passare attraverso lo scanner per ben quattro volte e di come gli venne detto di togliersi i vestiti per la scansione definitiva. Finì così per trascorrere un’ora nella stanza delle scansioni e quando finalmente uscì dal posto di blocco, scoprì di aver perso il suo mezzo e non gli rimase altra possibilità se non quella di fare dietro front e tornare a casa. 

Anche altri lavoratori hanno raccontato di essere stati scansiti più di una volta – e di tutti quelli che in attesa nella stanza sigillata, talvolta, sono senza fiato. Non sanno mai se l’impianto di scansione è guasto o se gli ispettori in servizio non sanno semplicemente come farlo funzionare correttamente. 

Secondo il Ministero della Difesa, “I sistemi di scansione del corpo, come quelli presenti negli aeroporti, hanno lo scopo di ridurre al minimo la necessità di ricerche fisiche. Le persone vengono trattenute nella zona di scansione non più di sei minuti. Inutile dire che una scansione supplementare è preferibile a una perquisizione corporea. Che comporta anche un tempo maggiore.” 

Il Ministero ha aggiunto che tutti gli scanner sono funzionanti e vengono controllati ogni giorno. 

Dato che non avevo ottenuto in anticipo l’autorizzazione per la mia visita al checkpoint, non mi fu permesso vedere la stanza sigillata. Ma il 2 giugno, due attivisti di Machsom Watch che parlarono con uno degli ispettori, gli chiesero della sala sigillata ermeticamente. Dicono che gli ispettori la descrissero come la “stanza della morte” 

Il Ministero della Difesa ha negato energicamente che gli ispettori abbiano fatto riferimento alla sala sigillata come alla “stanza della morte”. Sia come sia, essere rinchiusi in quella sala sigillata e dover aspettare, in piedi, per un periodo prolungato di tempo, è diventato l’incubo di tutti. 

Alle 3:30, quando non si poteva vedere più tutta la strada fino al termine della fila, Daoud, un vecchio di 58 anni, operaio edile a Tel Aviv, che ha lavorato in Israele per 35 anni, ha chiesto di poter dire una cosa: “Quando si acquista della merce, la si desidera nuova e fresca. …..Voi israeliani comprate la nostra forza lavoro, i palestinesi, e questa vi giunge usata e stanca.” 

(tradotto da mariano mingarelli)

http://www.amiciziaitalo-palestinese.org/index.php?option=com_content&view=article&id=4268:il-piu-umano-piccolo-checkpoint&catid=41:reportage&Itemid=81

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