Il processo di pace di John Kerry destinato a fallire è come un deja vu che si ripete ancora

REDAZIONE 6 AGOSTO 2013

 
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di Phyllis Bennis

 

5 agosto 2013

La più recente incursione del  segretario di Stato John Kerry nei negoziati per il Medio Oriente, si dovrebbe chiamare il processo di pace di Einstein.   Fare ripetutamente la stessa cosa e tuttavia aspettarsi risultati diversi è la definizione che il grande scienziato dà della follia. In questo momento le indicazioni sono che Kerry crede davvero, a parte che tutto sembra dimostrare il contrario, che questa recente iterazione dell’industria vecchia di decenni nota come “processo di pace” possa davvero arrivare a buon fine. Sfortunatamente per Kerry, però, i suoi calcoli politici  stanno per   incagliarsi  nelle implacabili secche della realtà politica.

Qualunque cosa creda Kerry, la tempistica di questa recente versione dei colloqui ha chiaramente molto a che vedere con le crisi che scoppiano nella regione del Medio Oriente. La guerra civile e regionale in Siria, i divari settari e religioso-laici che esplodono in tutta la zona, e perfino il colpo di stato militare in Egitto contro i Fratelli Musulmani appoggiato dal Pentagono, riflettono tutti la ampia debolezza più ampia  i fallimenti degli Stati Uniti in Medio Oriente. L’incapacità degli Stati Uniti di replicare strategicamente a quelle sfide, fa certamente parte dei motivi per cui tuffarsi di nuovo nei colloqui tra Israele e Palestina, per quanto sia una ripetizione di precedenti fallimenti, potrebbe essere sembrata una mossa utile – per distrarre e riassicurare i sostenitori di Israele, per asserire di nuovo il potere  in declino ma ancora esistente di un impero indebolito.

Malgrado tutti questi motivi, però, questi colloqui sono destinati allo stesso fallimento dei 22 anni di  diplomazia fallimentare che li ha preceduti.

Parte del problema risiede esattamente nell’obiettivo degli Stati Uniti  dichiarato da Kerry per i colloqui: “mettere fine al conflitto, mettere fine alle rivendicazioni.” Non mettere fine all’occupazione, non mettere fine all’assedio di Gaza, non mettere fine e a decenni di espropri   e di esilio dei rifugiati palestinesi.  Soltanto mettere fine alla tensione, alla disputa, indipendentemente da quale versione della realtà attuale diventa lo status finale sui cui ci si accorda ufficialmente. Poi, nel mondo di Kerry, tutte le rivendicazioni palestinesi spariranno, e i palestinesi, anche se i loro diritti riconosciuti in campo internazionale rimarranno fuori della loro portata, sorrideranno, applaudiranno i loro coraggioso leader e gentilmente saranno d’accordo a rassegnarsi.  (Le future rivendicazioni di Israele non finiranno perché riguardano la “sicurezza,” intrinsecamente legittima e non negoziabile, mentre le rivendicazioni dei palestinesi all’auto-determinazione, alla vera sovranità, all’uguaglianza, al loro ritorno, sono semplicemente politiche e pronte per essere rubate.

La nomina di Martin Indyk come delegato degli Stati Uniti ai colloqui, è un’ulteriore indicazione che nessuno intende cambiare lo schema degli ultimi 22 anni di diplomazia fallimentare condotta dagli Stati Uniti. Indyk, un ex ambasciatore a Israele, ex vice direttore di ricerca dell’AIPAC, (American Israel Public Affairs Committee), la potente lobby filo-israeliana e cofondatore dell’Istituto di Washington per la politica del Vicino Oriente legato all’AIPAC, è stato fondamentale per la diplomazia israelo-palestinese controllata per anni dagli Stati Uniti. (In anni recenti, è diventa una cosa comune vedere che Indyk, Dennis Ross, Aaron Miller e altri responsabili di 22 anni di fallimenti della diplomazia statunitense, si basano sul loro status di “reduci” come credenziale per continuare la loro carriera).

Questo turno, come quelli precedenti, ignorerà la legge internazionale e sarà invece basato sull’accettazione della attuale disparità di potere tra occupati e occupante. L’arbitro statunitense filo-israeliano determinerà le posizioni di Israele e i “compromessi” che  esso ha proposto per essere “ragionevole”. Israele continuerà a costruire e a espandere gli insediamenti  a Gerusalemme Est occupata e nella Cisgiordania occupata basandosi sulle miglia di permessi già a pronti, mentre è probabile che offra qualche tipo di parziale rallentamento a breve termine nel garantire un certo numero di nuovi permessi: questo sarà definito un compromesso importante. Più di 600.000 coloni israeliani continueranno a vivere in enormi insediamenti grandi come città  destinati soltanto ad ebrei, costruiti in tutta la Cisgordania e Gerusalemme Est, e i colloqui saranno fondati sulla comprensione che in qualsiasi accordo finale a Israele sarà  permesso mantenere tutti i maggiori blocchi di insediamenti, le falde acquifere, e l’80%  o più del diritto dei coloni a stare dove si trovano.

Il Segretario Kerry ha annunciato con orgoglio che questo turno di colloqui è diverso – basato sull’Iniziativa araba di pace, ma è scivolato sul piccolo “adeguamento” al piano imposto da Stati Uniti e Israele, che lo ha privato del suo valore potenziale. Il piano originariamente offriva la normalizzazione degli stati arabi con Israele soltanto dopo il ritiro “completo” nei confini del 1967, e una soluzione giusta per il problema dei rifugiati basata sulla risoluzione 194 dell’ONU che garantisce il loro diritto al ritorno. La nuova versione di Kerry ignora i rifugiati (per lo meno finora) e adotta il linguaggio degli Stati Uniti e di Israele sui confini (detta sempre come una parola sola) dei-confini-del-1967-con-scambi. Questi “scambi” di terre, naturalmente significano che Israele manterrà tutte le sue città negli insediamenti, la maggio parte dei suoi coloni illegali, praticamente tute le sorgenti idriche palestinesi, mentre ai palestinesi sarà offerta un po’ di terra desertica e depressa vicino a Gaza, o forse una proposta per mettere le città a maggioranza palestinese all’interno di Israele, come Nazareth, sotto la giurisdizione dello “stato” palestinese che deve essere creato. (E’ probabile che non si discuta neppure un compromesso su Gaza – l’assedio di Israele resterà, rafforzato dal nuovo governo dell’Egitto del dopo colpo di stato che sigilla i tunnel e rafforza la chiusura del valico di Rafah tra Egitto e Gaza – e non è probabile che diplomatici dell’Autorità Palestinese considereranno Gaza come una parte importante della loro strategia per i trattati).

Naturalmente ci si aspetterà che i palestinesi accettino i compromessi “ragionevoli” di Israele, se entrambe le parti, gli occupati e l’occupante hanno gli stessi obblighi in base alla legge internazionale. (Ah, giusto, la legge internazionale qui non ha un ruolo). Il prezzo, se i palestinesi rifiutano qualcuna delle proposte, oh, così ragionevoli di Israele, sarà il vituperio degli Stati Uniti e forse del mondo per aver bloccato la pace. Proprio adesso alcuni paesi in via di sviluppo (Sudafrica, Brasile) stanno accennando a delle posizioni un po’  più indipendenti verso Israele-Palestina. Le nuove restrizioni dell’Unione Europea su organismi  che finanziano gli insediamenti, rese pubbliche appena prima dell’annuncio di Kerry su nuovi colloqui,  e della accettazione di queste da parte di Israele, è particolarmente importante dato che riflette l’impatto che hanno su Tel Aviv anche delle deboli sanzioni. Mentre, però, il movimento della società civile per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni (BDS) continua a crescere,  rimane oscuro come i governi che a titolo di prova indietreggiano dalle posizioni degli Stati Uniti, come reagirebbero al crollo dei colloqui controllati dagli Stati Uniti, specialmente se la dichiarazione degli Stati Uniti è che il fallimento è colpa dei palestinesi.

Le violazioni di Israele della legge internazionale, le Convenzioni di Ginevra, le risoluzioni dell’ONU e altro restano. Gli Stati Uniti non fissano una fine a quelle violazioni come obiettivo di questi colloqui di pace –  non parliamo poi di una precondizione. Se lo facesse, Israele dovrebbe porre fine alla sua occupazione dei territori del 1967 e riconoscere unilateralmente il diritto al ritorno dei palestinesi – porre fine alle violazioni non dovrebbe richiedere negoziati. Questo è il motivo per cui, alla fine,  questi colloqui falliranno. Fino a quando i negoziati saranno basati  non sull’appoggio statunitense al potere israeliano,  ma sulla legge internazionale, sui diritti umani, e sulla uguaglianza per tutti, il “processo di pace”, compresa questa ultima Edizione Einstein, continuerà a fallire.

Nella foto: L’insediamento di Ma’ale Adumim, vicino a Gerusalemme

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/john-kerry-s-doomed-peace-process-is-deja-vu-all-over-again-by-phyllis-bennis

Originale: Mondoweiss

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2013  ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC  BY – NC-SA  3.0

 

http://znetitaly.altervista.org/art/11907

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