IL PROCESSO DI PACE E’ DA SEMPRE UN VICOLO CIECO – di Ilan Pappe

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tratto da: https://jacobinitalia.it/il-processo-di-pace-di-israele-e-da-sempre-un-vicolo-cieco/

Ilan Pappe

16 Ottobre 2020

Vent’anni dopo Camp David, molti guardano con nostalgia agli accordi di Oslo. Ma per lo storico Ilan Pappe un vero processo di pace non ha mai avuto luogo da quando il movimento sionista ha messo piede in Palestina alla fine del Diciannovesimo secolo

Il 13 settembre del 1993, Israele e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp) siglarono in pompa magna gli Accordi di Oslo. L’accordo era frutto dell’ingegno di un gruppo di israeliani del think tank Mashov, guidato dall’allora ministro degli esteri Yossi Beilin.

Si basava sul presupposto che un insieme di fattori avevano creato le condizioni storiche ideali per trovare una soluzione alla questione palestinese: il successo delle colombe del Partito laburista nelle elezioni israeliane del 1992 da un lato, e la drastica erosione della credibilità internazionale dell’Olp seguita al supporto dato da Yasser Arafat all’invasione del Kuwait di Saddam Hussein dall’altro.

Gli architetti degli accordi pensavano che i palestinesi non fossero in condizione di resistere ai diktat di Israele, all’epoca il massimo che lo stato ebraico era disposto a concedere. Il meglio che i rappresentanti del peace camp israeliano potevano offrire era composto da due zone di apartheid – un pezzo di Cisgiordania e un’enclave nella Striscia di Gaza – che avrebbero goduto dello status di nazione a livello simbolico, mentre nella pratica sarebbero rimaste sotto il controllo israeliano.

Oltretutto, questo accordo avrebbe dichiarato la fine del conflitto. Le richieste ulteriori, come il ritorno dei rifugiati palestinesi o un cambiamento di status della minoranza palestinese all’interno di Israele, erano state espunte dall’agenda di «pace».

Una ricetta per il disastro

Questi diktat erano la versione aggiornata della vecchia idea israeliana che ha dato forma ai «processi di pace» sin dal 1967. Il primo era la cosiddetta «opzione giordana», che avrebbe significato la spartizione – geografica o funzionale – del controllo sui territori occupati tra Israele e la Giordania. Il movimento laburista israeliano appoggiava quest’opzione. La seconda fu l’idea di un’autonomia limitata dei palestinesi in questi territori, che fu al cuore dei negoziati di pace con l’Egitto nei tardi anni Settanta.

Queste idee – l’opzione giordana, l’autonomia palestinese e la formula di Oslo – avevano una cosa in comune: tutte suggerivano di suddividere la Cisgiordania tra Israele e le aree palestinesi, con l’intenzione futura di integrare le parti ebraiche dentro Israele, e contemporaneamente mantenere la Striscia di Gaza come un’enclave connessa alla Cisgiordania da una striscia di terra sotto il controllo israeliano.

Oslo segnò per certi versi uno scarto con i tentativi precedenti. La differenza più importante fu che stavolta l’Olp era a fianco di Israele nella ricetta per il disastro. Bisogna dire, tuttavia, a merito dell’organizzazione, che fino a oggi non ha ancora riconosciuto gli Accordi di Oslo come parte di un processo concluso. La sua partecipazione, e il riconoscimento internazionale che ricevette, fu uno degli aspetti positivi (o almeno potenzialmente positivi) di Oslo. L’aspetto negativo della partecipazione dell’Olp fu che la politica unilaterale di Israele di progressiva annessione e spartizione dei territori aveva a quel punto ricevuto legittimità da un accordo firmato dai leader dell’Olp.

Un’altra differenza fu il coinvolgimento di accademici dalla presunta neutralità e professionalità nella facilitazione degli accordi. La Norway’s Fafo Research Foundation si fece carico degli sforzi di mediazione. Adottò una metodologia che andò a vantaggio degli israeliani e fu disastrosa per i palestinesi. In sostanza, fu un modo per cercare di ottenere il meglio che la parte più forte era disposta a concedere, seguito da un tentativo di forzare la parte più debole ad accettarlo. Non ci fu nessun sostegno per la parte definita come la più debole. L’intero processo diventò un processo di imposizione.

Una pillola amara

Ci eravamo già passati. Nel 1947-48, la Commissione Speciale sulla Palestina delle Nazioni Unite (Unscop) adottò un approccio simile. Il risultato fu catastrofico. I palestinesi, che erano la popolazione indigena e rappresentavano la maggioranza in quelle terre, non ebbero voce in capitolo nella soluzione proposta. Quando la rifiutarono, le Nazioni Unite ignorarono la loro posizione. Il movimento sionista e i suoi alleati imposero la spartizione con la forza.

Quando venne siglato Oslo I, il primo set di accordi più che altro simbolici, la disastrosa mancanza di un contributo palestinese di qualsiasi tipo non fu immediatamente chiara. Questi accordi includevano non solo il mutuo riconoscimento tra Israele e l’Olp, ma anche il ritorno in Palestina di Yasser Arafat e in generale della leadership dell’Olp. Questa parte dell’accordo generò una comprensibile euforia tra i palestinesi, mascherando i reali intenti del summit di Oslo.

Questo contentino pensato per indorare una pillola amara fu presto cancellato dal successivo set di accordi, conosciuto come Accordo di Oslo II, nel 1995. Persino un debole Arafat li trovò difficili da accettare, e il presidente egiziano Hosni Mubarak lo costrinse letteralmente a firmare il patto di fronte alle televisioni di tutto il mondo.

Ancora una volta, come nel 1947, la comunità internazionale trovò una «soluzione» asservita agli scopi e alla visione ideologica di Israele, ignorando completamente i diritti e le aspirazioni dei palestinesi. E ancora una volta il principio alla base della «soluzione» fu quello della spartizione.

Nel 1947, al movimento dei coloni sionisti venne offerto il 56 percento della Palestina, e il movimento stesso andò avanti fino a conquistarne il 78 percento con la forza. L’Accordo di Oslo II offriva a Israele un’ulteriore 12 percento della Palestina storica, consolidando lo status di Israele sul 90 percento del paese e creando due zone di apartheid nelle aree restanti. Nel 1947, la proposta era quella di dividere la Palestina tra Israele e uno stato arabo. La narrativa intessuta da Israele, dalla Fafo e dalla comunità internazionale coinvolta nelle mediazioni di Oslo ruotava attorno al fatto che i palestinesi avevano perso l’opportunità di creare uno stato per via della loro posizione irresponsabile e ostile nel 1947. E così, in maniera didascalica, gli veniva ora offerto uno spazio molto più piccolo e un ruolo di entità politica di serie B – certo non uno stato, nemmeno nella più sfrenata delle immaginazioni.

La geografia del disastro

Oslo II creò una geografia del disastro che permise a Israele di allargarsi verso altre parti della Palestina storica, confinando i palestinesi nelle due zone di apartheid; o, per dirla in altri termini, di dividere la Cisgiordania e la Striscia di Gaza in aree palestinesi e israeliane. L’Area A era sotto il diretto controllo dell’Autorità nazionale palestinese (Anp – che assomigliava a uno stato, senza averne i poteri); l’Area B era governata in maniera congiunta da Israele e dalla Anp (ma in realtà soltanto da Israele); e l’Area C era governata esclusivamente da Israele. Recentemente, e sempre di più, questa zona è stata de facto annessa a Israele.

Per completare l’annessione sono state necessarie l’aggressione militare e coloniale degli abitanti palestinesi (alcuni dei quali avevano già lasciato le loro abitazioni), la denominazione di vaste aree come campi d’addestramento per l’esercito o per [la salvaguardia dei] «polmoni verdi» ecologici [foreste piantate da Israele per nascondere le rovine dei villaggi palestinesi distrutti, Ndt], dai quali i palestinesi sono interdetti, e infine la modificazione costante del regime fondiario per strappare sempre più terra per nuovi insediamenti o per l’espansione di quelli vecchi.

Per quando Arafat arrivò a Camp David nel 2000, il disegno di Oslo si era ormai completamente dispiegato e, sotto tanti aspetti, aveva già creato dei precedenti irreversibili. La caratteristica principale della cartografia post-Oslo fu la bantustanizzazione [creazione di zone di apartheid; da bantustan, nome delle zone assegnate alle etnie nere in Sudafrica e Namibia all’epoca dell’apartheid, Ndt] della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, l’annessione ufficiale dell’area della grande Gerusalemme, e la separazione fisica della Cisgiordania del nord da quella del sud.

Ci furono anche altre conseguenze, non meno importanti: la scomparsa del diritto al ritorno dall’agenda di «pace» e la continua giudaizzazione della vita palestinese all’interno di Israele (attraverso l’esproprio delle terre, l’accerchiamento di villaggi e città, il mantenimento di insediamenti e città esclusivi per ebrei e l’approvazione di una serie di leggi che istituzionalizzavano l’apartheid nello stato di Israele).

Più avanti, quando mantenere una presenza coloniale nel mezzo della Striscia di Gaza si rivelò troppo costoso, i leader di Israele rividero la mappa e la logica di Oslo per includere un nuovo metodo che ne assicurasse la sostenibilità: imposero il blocco della Striscia di Gaza via terra e via mare per il suo rifiuto a riconoscersi come Area A sotto il dominio dell’Anp.

Dopo Rabin

La geografia del disastro, proprio come nel 1948, è stato il risultato del piano di pace. Sin dal 1995 e dalla firma dell’accordo Oslo II, più di seicento checkpoint hanno privato la popolazione dei territori occupati della loro libertà di movimento tra villaggi e città (e tra la Striscia di Gaza e la Cisgiordania). La vita viene amministrata nella Aree A e B dall’Amministrazione civile, un corpo para-militare che concede permessi solo in cambio di una piena collaborazione con i servizi segreti.

I coloni hanno continuato i loro attacchi da vigilantes ai palestinesi e l’espropriazione delle terre. L’esercito israeliano con le sue unità speciali entra nell’Aree A e nella Striscia di Gaza a suo piacimento, arrestando, ferendo e uccidendo i palestinesi. Anche la punizione collettiva fatta di demolizioni, coprifuoco e chiusure è continuata sotto l’egida degli «accordi di pace».

Poco dopo la firma di Oslo II, nel novembre del 1995, venne assassinato il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin. Non sapremo mai se avrebbe voluto – o potuto – influenzare gli sviluppi del processo di pace in maniera positiva. I primi ministri che gli sono succeduti fino al 2000, Shimon Peres, Benjamin Natanyahu e Ehud Barak, hanno supportato appieno la trasformazione della Cisgiordania e della Striscia di Gaza in due prigioni giganti, dove gli spostamenti tra dentro e fuori, le attività economiche, la vita quotidiana e la sopravvivenza dipendono dalla buona volontà di Israele – un lusso raro nel migliore dei casi.

La leadership palestinese sotto Yasser Arafat aveva ingoiato questa pillola amara per molte ragioni. Era difficile rinunciare alle apparenze di un potere presidenziale, al senso di indipendenza in alcuni aspetti della vita, e soprattutto alla convinzione ingenua che questo fosse uno stato delle cose temporaneo, e che sarebbe stato rimpiazzato da un accordo finale che avrebbe portato alla sovranità palestinese (vale la pena notare che questa leadership siglò un accordo che non menziona in nessuna parte dei documenti ufficiali la creazione di uno stato palestinese indipendente).

Il miraggio di Camp David

Per un breve momento, nel 1999, sembrò che questo ottimismo fosse giustificato. Il governo di destra di Benjamin Netanyahu aveva ceduto il passo a uno presieduto dal leader laburista Ehud Barak. Retoricamente, Barak dichiarò il suo impegno per procedere con l’accordo e decidere gli ultimi dettagli. Tuttavia, dopo la perdita della maggioranza nel Knesset [il parlamento monocamerale israeliano, Ndt], lui e il presidente Bill Clinton – invischiato all’epoca nello scandalo Monica Lewinsky – spinsero Yasser Arafat in un summit raffazzonato e azzardato nell’estate del 2000.

Il governo israeliano reclutò un gran numero di esperti e preparò montagne di documenti con l’unico scopo di imporre l’interpretazione di Israele ad Arafat per un accordo definitivo. Secondo i loro esperti, la fine del conflitto avrebbe significato l’annessione di Israele di blocchi consistenti di insediamenti, la creazione della capitale palestinese nel villaggio di Abu Dis e di uno stato demilitarizzato, soggetto al controllo economico e alla dominazione militare di Israele. L’accordo finale non includeva nessun riferimento serio al diritto al ritorno, e ovviamente – così come negli Accordi di Oslo – ignorava completamente i palestinesi che vivevano dentro Israele.

Il versante palestinese reclutò l’Adam Smith Institute di London per farsi aiutare nella preparazione di un summit affrettato. Produsse alcuni documenti, che in ogni caso non vennero considerati rilevanti né da Barak né da Clinton. Questi due signori avevano fretta di concludere in un paio di settimane, per il bene della loro sopravvivenza politica interna. Entrambi avevano bisogno di una vittoria veloce di cui potersi vantare (e qui ci sono delle somiglianze con la gestione catastrofica della crisi del Covid-19 da parte di Trump e della pace di Israele con gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrain, che l’amministrazione ha rivendicato come un grande trionfo). Dal momento che il tempo era essenziale, impiegarono le due settimane del summit a esercitare una pressione enorme su Arafat per fargli firmare un accordo già chiuso, preparato prima da Israele.

Arafat supplicò i due di dargli qualcosa di concreto da mostrare al suo ritorno a Ramallah. Sperava di poter annunciare almeno uno stop agli insediamenti e/o il riconoscimento del diritto dell’Olp su Gerusalemme, così come una sorta di principio di comprensione dell’importanza del diritto al ritorno per la controparte palestinese. Barak e Clinton ignorarono completamente le sue richieste. Prima del ritorno di Arafat in Palestina, i due leader lo accusarono di essere un guerrafondaio.

La seconda Intifada

Al suo ritorno, Arafat – come lo descrisse in seguito il senatore George Mitchell – fu abbastanza passivo e non pianificò nessuna mossa drastica, come ad esempio una rivolta. I servizi segreti di Israele riportarono ai loro capi politici che Arafat stava facendo tutto il possibile per calmare i membri più militanti di Al-Fatah, e sperava ancora di trovare una soluzione diplomatica.

Quelli intorno ad Arafat si sentirono traditi. C’era un’atmosfera di impotenza, fino alla visita provocatoria ad Haram al-Sharif da parte del leader dell’opposizione, Ariel Sharon. L’esercizio di settarismo di Sharon innescò la miccia di un’ondata di manifestazioni, alle quali l’esercito israeliano rispose con particolare brutalità. L’esercito era reduce da una recente umiliazione per mano del movimento libanese di Hezbollah, che aveva costretto le Forze di difesa di Israele a ritirarsi dal sud del Libano e aveva così eroso il supposto potere di deterrenza di Israele.

I poliziotti palestinesi decisero che non potevano stare a guardare, e la rivolta si fece sempre più militarizzata. Arrivò fin dentro Israele, dove una polizia razzista e dal grilletto facile era ben felice di mostrare a tutti quanto fosse facile uccidere manifestanti palestinesi cittadini dello stato di Israele. Il tentativo di alcuni gruppi palestinesi come Al-Fatah e Hamas di rispondere con attacchi kamikaze gli si ritorse contro dal momento che le operazioni di rappresaglia israeliane – culminate nel 2002 con l’infame Operazione Scudo difensivo – portarono alla distruzione di intere città e villaggi, e a ulteriori espropri di terre da parte di Israele. Un’altra risposta fu la costruzione di un muro di apartheid che separa i palestinesi dagli affari, dai campi e dai centri di vita.

Israele rioccupò la Cisgiordania e la Striscia di Gaza. Nel 2007, vennero reintrodotte le zone A, B e C della Cisgiordania. Dopo il ritiro di Israele da Gaza, Hamas prese il sopravvento, e il territorio fu messo sotto un assedio che continua ancora oggi.

Dalle ceneri

Molti politici e strateghi israeliani sono certi di aver abbattuto completamente lo spirito palestinese. Precisamente ventisette anni dopo la firma degli Accordi di Oslo, il prato della Casa Bianca ha ospitato una nuova cerimonia per gli Accordi di Abrahm, un accordo di pace e normalizzazione tra Israele due stati arabi, gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrain.

I media mainstream statunitensi e israeliani ci assicurano che questo è l’ultimo chiodo sulla bara dell’ostinazione palestinese. La ragione è che l’Anp dovrà accettare qualsiasi condizione posta da Israele, dal momento che non troverebbero nessun alleato in caso di rifiuto. Ma la società palestinese è una delle più giovani e istruite del mondo. Il movimento nazionale palestinese è sorto dalle ceneri della Nakba negli anni Cinquanta, e può rinascere ancora. Non importa quanto è potente l’esercito israeliano, e non importa quanti stati arabi sigleranno ancora accordi di pace con Israele: lo stato ebraico continuerà a coesistere con milioni di palestinesi sotto il suo dominio in un regime di apartheid.

Il fallimento di Camp David nel 2000 non fu la fine di un genuino processo di pace. Un simile processo non ha mai avuto luogo, non da quando il movimento sionista ha messo piede in Palestina alla fine del Diciannovesimo secolo; ha rappresentato invece l’ufficializzazione dell’apartheid della repubblica di Israele. Rimane ora da capire per quanto tempo il mondo sarà disposto ad accettare questo stato di cose come legittimo e sostenibile, o se invece deciderà che la de-sionizzazione di Israele, con la creazione di uno stato democratico che include tutta la Palestina storica, è l’unica soluzione equa a questo problema.

*Ilan Pappe è uno storico e attivista socialista israeliano. È professore al  College of Social Sciences and International Studies at the University of Exeter, direttore dell’European Centre for Palestine Studies, e co-direttore dell’Exeter Centre for Ethno-Political Studies. Il suo ultimo libro è Ten Myths About Israel (Verso). Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è di Gaia Benzi.

 

 

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