Il punto da Shuhada Street

admin | November 26th, 2011 – 5:28 pm

http://invisiblearabs.com/?p=3962

La vecchia via Mohmmed Mahmoud è stata ribattezzata da chi sta a Tahrir. Cuore della battaglia che ha opposto i  ragazzi di Tahrir alle forze della Sicurezza centrale (la polizia egiziana), via Mohammed Mahmoud è stata ribattezzata shara Shuhada, via dei Martiri, come si legge nella foto scattata da uno dei blogger/attiisti più conosciuti, Wael Abbas. E’ un dettaglio, nella storia complicata di questo capitolo della rivoluzione egiziana, ma serve anche a ricordare che in gioco, in questi giorni, c’è stata la vita e la morte di molti ragazzi. Oltre quaranta le vittime, migliaia i feriti. Ignoto il numero di chi ha perso un occhio.

L’immagine di questo capitolo è quella che ritrae Ahmed Harara, il giovane dentista che ha perso un occhio il 28 gennaio, e l’altro il 19 novembre. Un occhio per ognuno dei capi di questo filo che congiunge le fiammate della thawra, della rivoluzione. Tanto è stata simbolo, la perdita della vista, che la benda su di un occhio è stata usata sia dagli attivisti (come Wael Ghonim, il manager di Google che era stato in predicato di vincere il Nobel per la Pace) sia da uno dei Leoni che immettono sul ponte di Qasr el Nil. Ponte che, nei 18 giorni epici tra gennaio e febbraio, è stato al centro degli scontri. Anche il Leone di Qasr el Nil ha ora la benda, come mostra la foto di un altro attivista, Mosa’aberizing.

Bisognerebbe aprire una parentesi, a proposito della mia amata pop culture, sulla vivacità culturale di Taherir, sull’uso della grafica, sulle veloci connessioni tra politica e immagine, ma questa parentesi me la riservo per un altro post, più in là, quando urgerà meno la politica.

La discussione di oggi a Tahrir, vista con gli occhi di una osservatrice ahimé lontana, sembra concentrata su “elezioni sì, elezioni no”. Un bivio che interessa tutta la scena politica dei giovani nel mondo arabo. Ieri in Marocco, paese troppo dimenticato (anche da me), di cui si parla per la vittoria del partito islamista moderato legato al trono, e non invece per quel ricco movimento che in queste ultime settimane ha premuto per il boicottaggio alle elezioni. Movimento nato, allo stesso modo di quello tunisino ed egiziano, dalla street politics e da un dato generazionale. I ragazzi delle varie Tahrir arabe pongono una questione che va al fondo, alla radice della stessa definizione di democrazia: quanto le elezioni diano rappresentanza reale alla società, non solo per i partiti che vi partecipano, ma per chi le controlla e per chi le ha decise. In fondo, questi dubbi ci dovrebbero far felici, a noi occidentali. Da anni, analisti, politici e strateghi (!?) si pongono la domanda se le elezioni siano veramente determinanti per una nuova democrazia araba. Il sottotesto, per molti analisti e strateghi, è che le elezioni le vincono sempre gli islamisti. Nel caso dei ragazzi delle Tahrir arabe, invece, la domanda è più complessa, e chiede una nuova, diversa rappresentatività.

Elezioni sì, elezioni no, è il dubbio che emerge da Tahrir. Perché a controllare le elezioni è una giunta militare del tutto squalificata agli occhi degli attivisti. Una giunta militare che ha chiamato a rivestire il ruolo di premier un uomo di 78 anni che era stato premier durante il regime di Hosni Mubarak. Scontato, insomma, che gli attivisti rispondessero no all’investitura a premier del vecchio Ganzouri, e proponessero un governo di salvezza nazionale, guidato da Mohammed elBaradei, con due vicepremier tra cui Abdel Moneim Abul Futouh.

L’impressione forte è che i ragazzi di Tahrir siano ora in un cul de sac, perché la maggioranza silenziosa è stanca e non capisce del tutto cosa succede a Tahrir. Anche a causa di uno tv di Stato che non ha subito neanche la più piccola epurazione, dopo essere stata la chiarina del regime di Hosni Mubarak. Un carissimo amico, uno di quelli che era a piazza Tahrir quando Mubarak ha finalmente rassegnato le dimissioni, mi ha detto ieri che ora però ci vuole la mano forte. Quello che pensa lui, ne sono certa, lo pensano in molti, in Egitto…

Io però preferisco quello che ha detto ‘Ala al Aswani, che ieri era in piazza e di questo non avevo alcun dubbio, nel suo ultimo articolo. E che cioè i ragazzi di Tahrir sono come quel bambino della storiella, che dice che “il re nudo”, mentre tutti fanno finta di vederlo vestito. Se la rivoluzione si salverà, sarà per quel bambino che non si arrende all’idea che la democrazia sia un fazzoletto di carta, usa e getta. Per una democrazia reale quei ragazzi stanno rischiando la vita. E io spero ancora che ce la facciano.

Il brano della playlist è contro tutte le ipocrisie. Il Testamento di Tito, di Fabrizio Faber De Andrè, in quello che sembra il suo ultimo concerto, al teatr Brancaccio di Roma.

 

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