Il puzzle del dossier Shalit

admin | October 12th, 2011 – 10:48 am

E’ come uno strano e complicato mosaico, l’accordo sullo scambio dei prigionieri. La liberazione del caporale Gilad Shalit, catturato alla fine di giugno del 2006, in cambio dell’uscita dalle carceri israeliane di 1027 palestinesi, una consistente tranche rispetto alle migliaia di detenuti palestinesi negli istituti penitenziari di Israele. E’ uno strano mosaico non solo perché ci sono, da anni, tre attori in questo negoziato infinito: oltre Israele e oltre Hamas, c’è anche – sin dall’inizio – l’Egitto, che ha gestito la trattativa tutto sommato da solo, accompagnato nel cammino – di tanto in tanto – da un mediatore tedesco. Assieme ai protagonisti, poi, ci sono le circostanze. Negli oltre cinque anni in cui si è svolto, tra alti e bassi, tra mesi di silenzio e di blocco, il negoziato, è accaduto di tutto. Hamas ha preso il potere a Gaza, nel giugno del 2007. Israele ha attaccato Gaza con tutta la sua potenza di fuoco, nel dicembre del 2008, ma non è riuscito a trovare il luogo in cui Shalit era imprigionato. Olmert, che stava per arrivare a un accordo su Shalit, ha lasciato la scena politica, e due mesi dopo Kadima ha perso le elezioni, lasciando il posto a Benjamin Netanyahu: un evento di politica interna che, per il caso Shalit, ha significato il blocco delle trattative, il dimissionamento del precedente negoziatore israeliano, l’uscita di scena del mediatore tedesco e l’irrigidimento delle posizioni. E poi Wikileaks, e poi le rivoluzioni arabe, e poi la cacciata di Mubarak e del grande mediatore, Omar Suleiman. E poi la riconciliazione palestinese, mediata sempre dall’Egitto, ma in questo caso dall’intelligence egiziana senza Omar Suleiman. E poi la richiesta di riconoscimento dello Stato di Palestina da parte dell’Onu, condotta da Abu Mazen.

Solo l’elenco di questi eventi fa intravvedere le difficoltà di una trattativa che si è sciolta ora perché le debolezze di tutte le parti in commedia hanno reso tutti più flessibili. Israele, in primis, perché gli ultimi due mesi sono stati molto pesanti dal punto di vista dell’immagine internazionale di Tel Aviv: Abu Mazen ha guadagnato una scena mai avuta sinora, qualificandosi come colui che pretende un sacrosanto diritto per il suo popolo, uno Stato; Netanyahu, che in quell’occasione aveva guadagnato l’appoggio più netto ed evidente da parte del leale alleato statunitense, ha subito un isolamento sempre crescente, per l’arroganza violenta dei coloni e per l’aumento senza freni degli insediamenti in Cisgiordania e a Gerusalemme est. Un danno d’immagine – per Netanyahu e per Israele – che l’accordo su Shalit, proprio alla vigilia della festività di Sukkot, ripara con una mossa da maestro.

Hamas, dal canto suo, ha firmato l’accordo in uno dei momenti di evidente debolezza, nella sua storia ultraventennale. Gaza è sempre sotto assedio. La riconciliazione con Fatah, firmata lo scorso maggio in pompa magna al Cairo, non ha dato i suoi frutti. E poi la repressione in Siria ha messo Hamas in una posizione di evidente imbarazzo, perché la leadership del movimento islamista palestinese non può più appoggiare apertamente e con enfasi il regime di Bashar el Assad, ma nello stesso tempo sembra tramontata la possibilità di spostare il bureau politico in un altro paese, non così instabile come la Siria. Tutte variabili, queste, che hanno reso più flessibile Hamas, che pure non ha ceduto né sul numero dei detenuti da liberare, né sulla presenza di prigionieri arabo-israeliani nel gruppo. La flessibilità, semmai, sembra vi sia stata su alcuni nomi – Marwan Barghouthi e Ahmed Saadat, in primis – e soprattutto sulla destinazione di molti dei detenuti. Hamas aveva prima rifiutato che i prigionieri potessero essere liberati fuori dai confini dei Territori Palestinesi Occupati. Ora sembra che almeno un centinaio andranno in altri paesi: un cambiamento importante, nella strategia di Hamas, che fin dai tempi di Marj el Zuhour (1992, l’espulsione verso il Libano di 415 palestinesi islamisti, poi risolta con il rientro di tutti quanti nei Territori Palestinesi) aveva sempre rifiutato che un palestinese fosse esiliato. Un rifiuto che, anche simbolicamente, doveva esprimere il distacco da quello che era successo nel 1948, con la Nakba, la fuga, i profughi.

E da ultima la debolezza egiziana. L’accordo è stato raggiunto grazie alla mediazione dell’Egitto, e al Cairo si sono avuti i colloqui indiretti tra David Meidan, l’ultimo nella lunga serie di mediatori israeliani, e l’uomo forte dell’ala militare di Hamas a Gaza, Ahmed el Jaabari. Una delegazione dell’intelligence israeliana era arrivata al Cairo appena poche ore prima che l’esercito egiziano, domenica sera, reprimesse nel sangue la manifestazione dei copti davanti alla sede della tv di Stato, a Maspero. Gli  egiziani hanno probabilmente usato, nella mediazione, anche il caso diplomatico dell’uccisione di cinque soldati da parte degli israeliani, alla frontiera del Negev, che aveva scatenato reazioni durissime al Cairo. Israele porgerà scuse ufficiali, sulla morte dei soldati egiziani: è notizia di oggi, e non sembra per nulla casuale. L’intelligence egiziana, peraltro, deve guadagnare un altro punto a suo favore, in questa transizione sempre più difficile alla democrazia, e il caso Shalit sembra uno strumento importante. Soprattutto per l’immgine dell’Egitto verso il mondo arabo, verso i palestinesi, verso la stessa opinione pubblica interna.

Nel prossimo post, il significato politico dell’accordo su Shalit in casa palestinese. E lo sciopero della fame dei detenuti nelle carceri israeliane (la foto, da Twitter, è sullo sciopero della fame che negli ultimi giorni ha interessato sia i detenuti palestinesi nelle carceri israeliane, sia chi ha deciso di digiunare fuori dalle carceri per solidarietà).

Stay tuned.

http://invisiblearabs.com/?p=3693

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