Il rabbino colono amico dei palestinesi

05/03/2013 Medio Oriente

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di Giorgio Bernardelli

È morto nell’insediamento di Tekoa Menachem Froman, uno straordinario uomo di pace in Terra Santa

È morto ieri sera a 68 anni dopo una lunga lotta contro il cancro. E oggi a piangerlo in Terra Santa sono tanto i leader del movimento israeliano dei coloni, quanto i suoi amici palestinesi. Basterebbe questo da solo a dire l’eccezionalità della figura del rabbino di Tekoa Menachem Froman, grande uomo di pace, emblema di come l’incontro tra identità e religioni diverse sia possibile quando la propria è vissuta all’insegna dell’incontro con l’Altissimo e con il fratello.

Era nato nel 1945 in Galilea Menachem Froman; cresciuto nell’alveo dell’ebraismo ortodosso, era stato uno dei fondatori del Gush Emunim, il movimento che con il suo richiamo alla «Terra di Israele» ha dato il via alla corsa dei coloni alla costruzione degli insediamenti in Cisgiordania, la sponda ovest del fiume Giordano conquistata da Israele dopo la guerra del 1967. Lui stesso andò a vivere lì a Tekoa, nel Gush Etzion, roccaforte israeliana a pochi chilometri da Betlemme. Ma a differenza di altri religiosi Froman ha sempre vissuto questa fedeltà alla terra della Promessa senza scissioni rispetto al rispetto per tutti gli uomini che la abitano.

Per questo motivo nei quarant’anni vissuti fianco a fianco con gli arabi rav Froman è stato costantemente l’uomo del dialogo. Era amico di Yasser Arafat, ha portato avanti mediazioni importanti con tutte le fazioni palestinesi (compresa Hamas). Ultimamente aveva sostenuto il riconoscimento dello Stato palestinese all’Onu, disvelando il suo sogno: quello che gli insediamenti ebraici – nati quasi sempre in luoghi legati a una memoria della Torah – potessero restare al loro posto in pace sotto la sovranità del futuro Stato palestinese.

Al di là di queste sue posizioni politiche, però, è il dialogo dei gesti più quotidiani portato avanti da rav Froman la sua eredità più importante: la sua disponibilità all’incontro con la gente semplice della Palestina, le sue lezioni sul rispetto dell’altro pronunciate nella yeshivà di Otniel, la sua presenza agli incontri interreligiosi. Uno dei suoi ultimi gesti più significativi è stata la visita alle moschee della Cisgiordania incendiate dai fanatici ebrei del movimento del Price Tag, che vorrebbero far «pagare» agli arabi il «prezzo» dei (pochi) limiti imposti da Israele all’ulteriore sviluppo delle colonie. Già malato ci andò personalmente per mostrare un altro volto dell’ebraismo. E portò in dono – come segno di rispetto – nuove copie del Corano, per sostituire quelle andate bruciate.

Erano gesti che nascevano dalla sua grande visione spirituale, che lo portava costantemente ad andare oltre ogni barriera in nome della Torah. «La mie due idee fondamentali – diceva – sono che per vivere in Eretz Yizrael (la Terra di Israele ndr) gli ebrei devono creare una rete di vita con gli arabi. E che non si può fare la pace in Terra Santa senza affrontare la questione della santità». Si chiedeva anche: «Non sarebbe Gerusalemme la sede più adatta per gli organismi delle Nazioni Unite che si occupano di cultura, di diritti umani e di educazione? Non dovrebbe essere proprio Gerusalemme il luogo dove gli esponenti di ogni fede si radunano per rinunciare ai semi del pregiudizio, dell’ostilità e della guerra?».

Così parlava rav Menachem Froman. Un grande testimone di quanto sia un pregiudizio considerare la religione come «il problema» nel conflitto in Terra Santa. Un grande profeta dell’unica pace possibile a Gerusalemme: quella che oltre a essere giusta ed equa, dovrà per forza di cose essere anche santa.

http://frammentivocalimo.blogspot.it/2013/03/menachem-froman-il-rabbino-colono-amico.html

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