IL RAPPORTO GOLDSTONE: UN’ALTRA LETTURA POSSIBILE

Quella che doveva essere un’indagine sui diritti violati ha configurato gli eventi come un “conflitto “, stravolgendo e mistificando la vera natura di quello che è accaduto e sta accadendo nei territori occupati della Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.

 A cura del Centro Studi e Ricerca sulla Palestina del Veneto

Roma 14 aprile 2011 -Il Consiglio Onu dei diritti umani ha istituto la “Fact Finding Mission”, Missione Internazionale indipendente d’accertamento dei fatti, per indagare sulle possibili violazioni del diritto internazionale, da parte delle forze israeliane, avvenute soprattutto, ma non soltanto, nella Striscia di Gaza tra l’inizio della tregua tra Israele e Hamas (18 luglio 2008 agosto 2009). Particolare attenzione viene posta al periodo della cosiddetta “Operazione Piombo Fuso”, dal 27 dicembre 2008 al 18 gennaio 2009.

La Commissione nominata ha invece ritenuto di dover indagare, andando oltre il mandato ricevuto (?), sia sui diritti violati da parte degli israeliani a Gaza e nei Territori Occupati, sia sugli attacchi palestinesi contro gli israeliani.

Non si può dire che il rapporto “sta da una parte o dall’altra”, crediamo invece che l’ impostazione del lavoro della Commissione, sia stata volta a far credere nell’esistenza di una guerra in atto.

Il lavoro della Commissione ripropone la lettura degli eventi all’interno del “ conflitto israelo-palestinese “ dove lo stesso termine “conflitto” allude ad uno scontro militare fra forze egualmente organizzate che si contendono la vittoria sul piano bellico e dove le violazioni delle norme internazionali di tutela delle popolazioni civili vanno valutate, pesate e condannate con gli medesimi criteri.

Si occulta così il dato fondamentale della vicenda, l’aggressione alla popolazione civile palestinese, la negazione del diritto alla sua autodeterminazione, per rappresentare semplicemente una fase dell’aggressione di Israele contro il popolo palestinese, omettendo di riconoscere che l’operazione “Piombo Fuso” è stata solo una tappa della più lunga e violenta vicenda coloniale dell’epoca moderna.

I fatti: innanzitutto dobbiamo prendere in considerazione che lo stato di Israele ha aggredito durante l’operazione “piombo fuso” più di un milione e 500 mila palestinesi servendosi di un esercito che può contare, secondo i dati del 2008, su circa 200.000 effettivi tra donne e uomini, in grado di triplicarsi, per necessità, con circa 450.000 riservisti; circa 300 aerei da combattimento, 40 aerei da trasporto, più di 300 elicotteri compresi quelli d’assalto Apache, aerei F16 Falcon e F15 Eagle con una difesa antiarea di oltre un centinaio di batterie missilistiche a lunga e media gittata; 3 sottomarini, 17 navi da combattimento e più di 30 pattugliatori; 76 brigate, più di 3.500 carri armati, più di 10.000 mezzi blindati e numero imprecisato di pezzi d’artiglieria. Infine come base identificativa e di attacco sono stati utilizzati U.A.V. “Unmanned Aerial Vehicle” , chiamati informalmente Droni, veicoli aerei senza pilota, autonomi e pilotati a distanza che permettono, di colpire “obiettivi mirati”.

L’esercito israeliano è considerato tra le forze armate di maggior livello qualitativo, addestrativo operativo al mondo. L’armamento di cui sopra è stato utilizzato durante l’operazione “Piombo fuso” non contro un esercito palestinese, ma contro la popolazione “resistente” di Gaza. 

L’equiparazione tra” occupante e occupato” che ritroviamo nei lavori della Commissione Goldstone non tiene conto di quanto sopra esposto, ma soprattutto ignora quanto sancito dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite Risoluzione nella 2625 (XXV) del 24 ottobre 1970(1). Altro aspetto che meritava interesse nei lavori della Commissione Goldstone era quello di avviare un’ indagine sulle armi utilizzate durante l’operazione “piombo fuso” e i suoi effetti nel tempo, nella consapevolezza che gli studi e la ricerca richiedono una rapida e puntuale raccolta di dati sul campo. Ricercatori e sanitari hanno dato vita a raccolta di informazioni e materiali: studi pilota hanno dimostrato che i terreni prelevati da crateri causati da bombe hanno lasciato una forte concentrazione di metalli tossici nel terreno (in particolare tungsteno, mercurio, molibdeno, cadmio e cobalto), metalli che possono provocare tumori, malformazioni e patologie genetiche così come la polvere prelevata da all’interno di un guscio bomba fosforo bianco THS89D112 -003 155mm M825E1 che è risultata contenere in aggiunta ai metalli tossici-cancerogeni, di cui sopra, anche di alluminio, nickel, zinco, stronzio, manganese e rame.

Uno studio sulle ferite causate da armi che non lasciano frammenti, su campioni di capelli, su campioni di terreno e campioni di acqua prelevati da pozzi, ha dimostrato la presenza, al di sopra dei limiti accettabili, di metalli tossici e cancerogeni quali mercurio, arsenico, cadmio, cromo, nichel e uranio, cobalto, vanadio, alluminio, rame, bario, piombo, manganese e stagno.

Sono elementi che certificano, oltre i sospetti iniziali, l’uso di armi non convenzionali e della sperimentazione di “ strumenti e modalità innovative di intervento” sulla popolazione civile e che preludono a successivi pesanti fenomeni di avvelenamento del territorio, delle falde e delle sorgenti d’acqua con certa ripercussione sulla popolazione tutta.

Bene avrebbe fatto la Commissione a prendere in considerazione non solo i danni immediati e i diritti negati, ma anche quelli derivanti da possibili contaminazioni dell’ambiente, a maggior ragione se si considera che la popolazione della Striscia di Gaza continua a vivere, dopo due anni dall’operazione “piombo fuso”, in condizioni precarie, in campi profughi, in luoghi distrutti dai bombardamenti, in presenza di materiali bellici rimasti sul terreno e quindi esposta quotidianamente al rischio di contatto con sostanze velenose, in una situazione di accentuato disastro ambientale e sanitario che i limiti posti da Israele sull’ingresso a Gaza di materiale per la ricostruzione di abitazioni di scuole e di strutture civili aggrava ulteriormente.

Il presidente della Commissione Richard J. Goldstone, dopo la sua nomina aveva affermato “i lavori della Commissione potranno essere credibili solo se si prenderanno in esame anche le violazioni del diritto internazionale commesse dai gruppi armati palestinesi”.

Alla fine il risultato dei lavori della Commissione di indagine pone sullo stesso piano “occupato ed occupante”, classifica la legittima resistenza di un popolo sotto occupazione con l’etichetta di “criminale” (2), condanna sia il massacro “Operazione piombo fuso” e altre violazioni israeliane , sia le attività armate dei combattenti palestinesi, con razzi e mortai.

Quella che doveva essere un’indagine sui diritti violati ha configurato gli eventi come un “conflitto “, stravolgendo e mistificando la vera natura di quello che è accaduto e sta accadendo nei territori occupati della Cisgiordania e in quel campo di concentramento che ormai è la striscia di Gaza.

Ci viene proposta una logica simmetrica, due realtà che si misurano, una uguaglianza di ruoli e di responsabilità: la pace che non arriva perché le parti, per varie e diverse ragioni, non sono disponibili, mentre la punizione collettiva nei confronti del popolo Palestinese si acuisce progressivamente.

Si procede, ancora una volta, ad occultare l’essenza dell’operazione che Israele, con il consenso della quasi totalità della propria popolazione e con la complicità e il silenzio della Comunità Internazionale (pesanti le responsabilità dell’Unione Europea, degli Stati Uniti d’America, di parte dei paese Arabi e della stessa Autorità Palestinese), sta portando a termine; è consumata l’annessione della Cisgiordania, già definita nelle carte stradali del Ministero del Turismo ”Giudea e Samaria” e la riduzione a prigionia della “incontrollabile” popolazione di Gaza.

Qual è l’utilità del lavoro della Commissione Goldstone?

Si può considerare positivo il tentativo di descrivere parte degli innumerevoli crimini commessi da Israele contro la popolazione civile Palestinese, ma per una attenta comprensione degli eventi è necessario far riferimento al lavoro di raccolta di dati e di testimonianze, fatto in questi anni da soggetti vari presenti sul territorio, che mette a nudo la politica imperialista israeliana di sopraffazione e negazione del diritto ad esistere del popolo Palestinese sulla sua terra. 

A cura del Centro Studi e Ricerca sulla Palestina del Veneto.

(1) “…..ogni Stato ha il dovere di astenersi dal ricorrere a misure di qualunque genere dirette a privare i popoli nella formulazione del diritto all’autodeterminazione, della loro libertà e della loro indipendenza. Nel reagire e resistere a tali misure coercitive nell’esercizio del loro diritto all’autodeterminazione, questi popoli hanno il diritto di chiedere e di ricevere un aiuto conforme ai fini ed ai principi della Carta” 

(2) 30 marzo 2002 la Commissione ONU per i Diritti Umani afferma ”… il legittimo diritto del popolo palestinese a resistere all’occupazione israeliana”

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