Il razzismo in Libia ha radici profonde

 

Tripoli, 3 agosto 2017. (Mahmud Turkia, Afp)

“Non è facile essere neri in Libia”, mi ha detto Noah, scegliendo con cura le parole, e parlando a bassa voce, anche se nessuno avrebbe potuto sentirci. Eravamo seduti ai tavolini esterni del bar Sky a Tripoli. Era un pomeriggio di gran caldo e tutti i clienti cercavano riparo all’interno, con l’aria condizionata. Noah viene dal Niger, lavora al bar con mansioni piuttosto vaghe, come qualsiasi altro straniero in Libia, soprattutto i neri che vengono dai paesi africani confinanti.

Sono d’accordo con lui, ma in Libia non lo ammettiamo pubblicamente, continuiamo a dirci che siamo tutti uguali agli occhi di Allah, lo dice l’islam, il che in teoria è vero. Però io, lui e tutte le altre persone nere in Libia sappiamo che la realtà è molto diversa, perché non mettiamo in pratica ciò che predichiamo.

Noah ci ha messo un po’ prima di decidere che poteva fidarsi di me e che poteva parlare liberamente. Ho dovuto trascorrere lunghe ore al bar negli ultimi due mesi, dispongono di un grande generatore affidabile e di una buona connessione a internet. A causa dei lunghi blackout a Tripoli, quel tavolo all’angolo del bar è diventato il mio ufficio. Tripoli affondava nell’oscurità, gente disperata stava in fila davanti alle banche tutto il giorno e dormiva lì per strada durante la notte. I benzinai erano presi d’assalto a causa della penuria di carburante.

I comandanti delle milizie hanno purgato Tripoli da qualsiasi forma di resistenza

Leggendo le dichiarazioni di alcuni funzionari italiani su Tripoli, trovo fuorviante dire che qui non ci sono manifestazioni di massa contro il vergognoso accordo con l’Italia e l’arrivo delle navi italiane in Libia. Ovvio che non ci sono manifestazioni, e non ce ne saranno, ma non perché la gente approvi tutto questo.

Chi dovrebbe protestare? Non sono rimaste voci contrarie. Molti giornalisti hanno lasciato Tripoli dopo essere stati vittime di minacce, rapimenti e omicidi, e le cose non vanno meglio per gli attivisti. Chi mantiene davvero l’ordine a Tripoli, ossia i comandanti delle milizie e non il governo fantoccio, ha purgato la città da qualsiasi forma di resistenza o di opposizione pacifica. Parole come diritti umani e legalità sono del tutto assenti dal loro vocabolario. Il governo fantoccio approva tacitamente le azioni dei signori della guerra, esiste solo per firmare ciò che gli impongono di firmare, per ballare su richiesta e per convivere con le milizie. Usano lo stesso vecchio trucco contenuto nel Manuale per governare la Libia: “Affama il cane e il cane ti seguirà”.

Sguardi abbassati
La situazione è difficile per tutti, ma per Noah le cose vanno anche peggio. Il proprietario del bar, come tutti gli altri proprietari di negozi e bar in Libia, costringe i lavoratori neri africani a lavorare duramente per molte ore al giorno. Fanno di tutto, dalle prime ore del mattino a notte fonda, puliscono le vetrine e i tavolini, lavano i pavimenti, trasportano scatoloni e attrezzature, fanno la spesa, lavano le auto e svolgono qualsiasi altra incombenza possa essergli assegnata, secondo il capriccio dei datori di lavoro. Come paga, ricevono piccole frazioni del salario minimo, e i loro passaporti vengono requisiti come forma di assicurazione.

Un’altra cosa, molto importante: devono sempre rispondere “sissignore”, non possono guardare l’latra persona troppo a lungo dritti negli occhi né rifiutarsi di eseguire un ordine. In qualsiasi momento possono essere cacciati via a calci, a volte letteralmente. Siedono da parte, invisibili, camminano in mezzo a noi con la testa bassa, se i tuoi occhi incontrano i loro, distolgono immediatamente lo sguardo, e a meno che tu non sorrida o non li saluti non ti rivolgono mai la parola per primi. Vivono in Libia come se fossero in un ascensore, impacciati, evitando qualsiasi contatto visivo, in silenzio finché le porte dell’ascensore non si aprono. Solo che a quel punto non possono uscire dall’ascensore e tornare a essere persone normali.

Il razzismo in Libia ha radici molto profonde, è una parte della nostra storia che tendiamo a ignorare e tra non molto tempo un’intera generazione sarà cresciuta senza conoscerla. Forse oggi le persone non ne sono del tutto consapevoli, forse è per questo che siamo propensi a ripeterla. Non sono mai riuscito a inquadrare con precisione questi pensieri. Gloria invece sapeva esattamente come farlo.

La storia esclusa dai libri di storia
Stavo andando a Venezia per la prima del film L’ordine delle cose. Sono dovuto passare dalla Tunisia prima di andare in Italia. Era un periodo dell’anno di grande traffico, perciò non sono riuscito a trovare un volo diretto per Venezia e sono stato costretto ad atterrare a Roma e ad andare poi a Padova, dove ho trascorso la notte a casa di due miei amici, Gloria Carlini e Matteo Calore. Gloria si è laureata in antropologia socioculturale ed etnologia con una tesi su lavoro sessuale e sessualità tra le giovani dei quartieri poveri di Kampala. Da marzo del 2014 partecipa al progetto “Shadow of slavery in West Africa and beyond”.

Gloria mi ha detto che esistono parti mancanti della storia, parti che oggi non vengono insegnate ai bambini a scuola. Non è possibile cancellare questi capitoli, o far finta che non esistano, solo perché non ci piacciono. Perciò si è assunta il compito di raccontare ai bambini ciò che viene escluso dai libri di storia che usano a scuola.

Sono d’accordo con lei, tutti tendiamo a emendare la storia, ma in Libia lo facciamo particolarmente spesso, e non solo con la storia remota, anche con gli eventi più recenti. È il caso dei gravi scontri antimmigrati nel 2000, chiamate slaves revolution, che paradossalmente nel nostro dialetto significa “rivoluzione contro gli schiavi”. Folle di persone arrabbiate hanno aggredito e ucciso decine di lavoratori provenienti da paesi africani come il Ghana, il Niger, il Ciad e la Nigeria. Dalla città di Al Zawiya i disordini si sono diffusi in tutta la regione occidentale del paese, compresa Tripoli.

Non facciamo però neppure grossi sforzi per nascondere questo sentimento di ostilità. A luglio il governo con sede ad Al Beida ha stabilito nuove tariffe per i matrimoni: un libico che vuole sposare una donna straniera deve pagare cinquemila dinari, uno straniero che vuole sposare una donna libica deve pagare tremila dinari, i libici che sposano altri libici le tariffe sono di 50 dinari. A prescindere dalle loro giustificazioni, è una punizione per chi non vuole sposare un libico o una libica. Oltretutto nel nuovo decreto non si accenna affatto alla possibilità di concedere la cittadinanza libica per i figli di una donna libica sposata con uno straniero.

Mi chiedo se troverò ancora Noah una volta tornato in Libia. Non siamo mai riusciti a completare una conversazione, ci hanno sempre interrotti, doveva sempre andare a fare qualcosa da qualche altra parte: “Noah vieni qui, Noah va lì, Noah porta questo, Noah pulisci quello”. A volte ho pensato che avrebbero dovuto chiamarlo il “bar Noah”.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

Khalifa Abo Khraisse sarà al festival di Internazionale a Ferrara il 1 ottobre 2017 insieme ad Andrea Segre per presentare il film L’ordine delle cose.

 

Il razzismo in Libia ha radici profonde

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