Il rifiuto di Udi: «Io non bombarderò Gaza»

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Chiara Cruciati, GERUSALEMME, 

Israele. I 130 obiettori di coscienza che scrissero a Netanyahu sono una goccia nel mare del nazionalismo israeliano: l’86% della popolazione non vuole la tregua.

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Soldati israeliani  © Reuters 

Nei media israe­liani della sto­ria di Udi Segal non c’è trac­cia. La si scova in qual­che blog e in un video dell’artista israe­liano Moriel Roth­man. Udi ha 19 anni, vive nel kib­butz Tuval e ieri si è pre­sen­tato di fronte alla corte di Haifa per rifiu­tare uffi­cial­mente il ser­vi­zio mili­tare. Udi finirà nel car­cere Pri­son Six.

«Lunedì andrò in pri­gione per aver rifiu­tato di ser­vire nell’esercito – spiega nel video di Roth­man – Il rifiuto è una forma di lotta con­tro l’occupazione. La scelta non è stata accolta bene, la gente ha smesso di par­larmi. Il governo e i media cer­cano di met­tere sotto silen­zio ogni voce cri­tica. Per que­sto è impor­tante non solo rifiu­tare di vestire la divisa ma lot­tare atti­va­mente con­tro l’occupazione».

«Se ho paura? Certo, non ho mai pro­vato un’esperienza di depri­va­zione della libertà. Ma non voglio par­te­ci­pare al mas­sa­cro né voglio che lo si com­metta nel mio nome». Udi è uno dei 130 fir­ma­tari della let­tera inviata ad aprile al pre­mier Neta­nyahu: un gruppo di gio­vani stu­denti, pros­simi all’arruolamento nell’esercito, ha detto pub­bli­ca­mente no alla divisa. All’epoca ave­vamo par­lato con alcuni di loro: «Le armi sono parte dell’identità di ogni israe­liano – ci aveva spie­gato Gilad, 16 anni – Io non accetto tale nar­ra­tiva. Per que­sto ho fir­mato: sono con­tra­rio all’occupazione mili­tare dei Ter­ri­tori Pale­sti­nesi e alla men­ta­lità maschi­li­sta che pre­vale nell’esercito e che viene tra­slata nella società civile. Pagherò per que­sto rifiuto: la mia scuola ha minac­ciato di espel­lermi per la ‘cat­tiva’ pub­bli­cità che ho arre­cato all’istituto. Da noi lo Stato finan­zia le scuole in pro­por­zione al numero di stu­denti che si arruolano».

La con­se­guenza è il car­cere: 42 giorni, rei­te­ra­bili a tempo inde­ter­mi­nato. E una volta fuori, l’obiettore di coscienza deve veder­sela con l’esclusione sociale: ad ogni col­lo­quio di lavoro una delle prime domande poste è in quale unità si è ser­vito, men­tre nell’assegnazione dei bene­fici del wel­fare la prio­rità va agli ex militari.

E se c’è chi accetta di finire in pri­gione per essere uscito da una società mili­ta­riz­zata, c’è chi viene amma­net­tato per aver mani­fe­stato con­tro la guerra. Sabato sera a Tel Aviv, erano 5mila gli israe­liani in piazza Rabin a chie­dere la fine dell’operazione con­tro Gaza. La poli­zia ha ten­tato di impe­dire la mani­fe­sta­zione, chiu­dendo le strade e bloc­cando l’accesso ai bus pro­ve­nienti da Geru­sa­lemme e Haifa. Almeno quat­tro gli arre­stati, parte di una più ampia cam­pa­gna di repres­sione di ogni voce cri­tica. Per­ché, sep­pure la par­te­ci­pa­zione sia stata ele­va­tis­sima, i paci­fi­sti israe­liani restano una goc­cia nel mare, aggre­diti fisi­ca­mente da gruppi fasci­sti, arre­stati dalla poli­zia, tac­ciati di tra­di­mento da media e politici.

E a volte anche sog­getti a cri­ti­che interne al movi­mento anti-sionista: «La mani­fe­sta­zione di Tel Aviv è l’inizio della gua­ri­gione della nostra società? – si chiede in un edi­to­riale Michel War­scha­w­ski, fon­da­tore del movi­mento comu­ni­sta israe­liano Matz­pen – Pre­sto per dirlo. Si è trat­tato del primo evento di massa con­tro la guerra dall’inizio dell’offensiva. Ma dei 5mila pre­senti c’erano molti uomini e donne vicini alle poli­ti­che gover­na­tive ma che oggi temono che l’immagine di demo­cra­zia e libe­ra­li­smo israe­liani siano a rischio. Sono pre­oc­cu­pati dal fatto che i metodi usati finora nei con­fronti del popolo pale­sti­nese, ven­gano rivolti alle oppo­si­zioni interne. Ma c’è un ele­mento posi­tivo: quelle per­sone sabato sera hanno detto al governo che non hanno paura».

Una mino­ranza che si scon­tra con una società com­patta. Oggi, a 20 giorni dal lan­cio di Mar­gine Pro­tet­tivo, con un bilan­cio di 1.050 pale­sti­nesi uccisi e la Stri­scia ridotta ad un cumulo di mace­rie, il con­senso per primo mini­stro e eser­cito è alle stelle. Secondo l’ultimo son­dag­gio, pub­bli­cato due giorni fa dal Jeru­sa­lem Post, oltre l’86% non vuole il ces­sate il fuoco. Se Bibi cede ad una tre­gua, farà infu­riare un’intera nazione. La stessa che nel web si sca­tena in cam­pa­gne per l’esercito, che orga­nizza rac­colte fondi per i sol­dati, che per le strade delle città miste si sca­glia con­tro i resi­denti pale­sti­nesi, in attac­chi che hanno il sapore di pogrom. Udi Segal è una goc­cia nel mare.

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