Il risveglio dell’Occidente e che cosa significa per Israele / Palestina

787

REDAZIONE 16 MAGGIO 2015
webpappe

di Ilan Pappe e Philip Weiss

13 maggio 2015

Ilan Pappe di recente ha pubblicato un nuovo libro di dialoghi con Noam Chomsky, curato da Frank Barat, intitolato On Palestine [Sulla Palestina]. Pappe è il direttore del Centro Europeo per gli Studi Palestinesi, ed è autore di molti libri, in particolare di The Ethnic Cleansing of Palestine [La pulizia etnica della Palestina]. Nato in Israele 60 anni fa, nel 2007 ha lasciato l’Università di Haifa per assumere un incarico all’Università di Exeter, in Inghilterra, dopo che aveva richiesto il boicottaggio di Israele e che il preside dell’Istituto [per gli Studi Palestinesi] dove insegnava lo ha spinto a dimettersi, mentre ha ricevuto minacce personali da altri. Ho intervistato Pappe al telefono in aprile. Le ultime quattro domande gliele ho inviate per email e Pappe  a sua volta mi ha risposto per email.

D. Uno dei paradossi che lei cita all’inizio del libro è  la differenza che esiste tra l’opinione che c’è nel mondo della situazione in Israele/Palestina e l’opinione dell’élite che non cambia. Mi spieghi questo, per favore.

Penso di essermi reso conto di questo paradosso dopo essermi accorto di quanto significativo sia stato il cambiamento nella società civile o nella pubblica opinione. In altre parole, il momento in cui si capisce che il nuovo atteggiamento verso Israele  non è marginale o recondito, lo si incontra dappertutto – tra le persone che ne sono al corrente, tra quelle che ne hanno soltanto un’informazione parziale, e, e sembra semplicistico, ma quasi qualunque persona rispettabile che si incontra in Occidente, ha una chiara visione di Israele/Palestina con gradi variabili di conoscenza o di impegno. C’è il sentore di un cambiamento significativo e ci si aspetterebbe che esso si manifesti nei media tradizionali o nella politica, se non per motivi genuini, almeno per motivi politici, dato che è un argomento importante per i vostri elettori.

Con mia grande sorpresa, e anche dopo i tre orrendi attacchi a Gaza, nel 2008-2009, nel 2012 che sono culminati con l’attacco dell’estate 2014, l’effetto cumulativo  ha lasciato ancora la politica ordinaria nello stessa posizione in cui era 20 anni fa. Lo trovo come minimo sconcertante.

D. Quanto tempo ha impiegato questo processo ad arrivare  all’ opinione pubblica?

Ho osservato un cambiamento nell’ opinione pubblica più o meno dalla seconda guerra in Libano, nel 2006. Sono uno storico e mi rendo quindi conto che questi processi ci mettono molto tempo a maturare. E in realtà non è così importante scoprire quando sbocciano, è più importante scoprire quando diventano significativi.

Sta maturando da molto tempo. Certamente dopo la prima Intifada del 1987, parte della demonizzazione dei palestinesi è stata eliminata. E’ stata anche rivelata la vera natura della criminalità israeliana quando siamo entrati nell’era di Internet, e quindi dopo il 2006 il cambiamento è stato ovvio e visibile anche se non influisce  ancora sulle élite ordinarie.

D. Quanto è soggettivo lei?

Posso essere soggettivo, ma non lo lascio soltanto alla mia intuizione. Ho davvero tentato di includerlo come parte della mia ricerca, sto davvero usando il mio Centro [Europeo] per gli Studi Palestinesi, istituito nel 2007, per seguire queste cose con l’aiuto dei miei studenti. Non credo quindi di cadere nella trappola di un pia illusione. E’ molto, molto chiaro, specialmente se si decide di vivere all’interno di una comunità occidentale.

D. Tuttavia l’opinione pubblica in Europa è  avanti rispetto  agli Stati Uniti, giusto?

Con un pizzico di cautela in questi caso, perché entrambi sono continenti, e le generalizzazioni  non fanno caso alle sfumature;  in generale, parliamo di un’opinione pubblica che è meglio informata, quella europea e si sente molto più impegnata con gli eventi non soltanto in Palestina, ma in Medio Oriente come parte del loro ambiente immediato. E certamente percepisce qualcosa che è assente dall’opinione pubblica americana, e questo è il senso di colpa. L’opinione pubblica americana non è così informata, neanche quegli americani che hanno cambiato; la sensazione di necessità non è forte come in Europa; non c’è la prossimità geografica e c’è un minore complesso di colpa.

E alla fine si devono  smontare  entrambe le comunità su linee verticali o orizzontali. Il ritmo del cambiamento in Europa è più rapido, il ritmo negli Stati Uniti è più importante

D. Come è stata conservata  la struttura dell’élite?

Uno dei mezzi principali è ogni tipo di lobbismo. Uso questo termine nell’accezione più generale possibile e non in quella americana più nota e ristretta, per cui può assumere una forma diversa in Europa e, del resto  in luoghi come l’Africa, la Cina e l’India. Un buon esempio è l’Australia dove la comunità ebraica è soltanto l’1% della popolazione e ha sollecitato  incessantemente l’appoggio per Israele. E’ una comunità ricca e quindi ha usato i contributi finanziari, in ugual misura, per ognuno dei due grossi partiti. Il vantaggio è chiaro. Quando è stato eletto, il precedente Primo Ministro australiano, Julia Gillard, non sono stato sorpreso di sapere che nel suo discorso per l’insediamento, ha incluso il sostegno a Israele tra i quattro pilastri delle politiche estere e della sicurezza dell’Australia. Finora per governo di Canberra – a chilometri di distanza da Israele – la sua preoccupazione primaria, tra tutti i luoghi, è lo stato ebraico. Questo mostra la solidità della struttura che è costruita su un investimento finanziario, tangenti, minacce e disinformazione.

Credo che un altro fattore sia l’islamofobia del tipo che sta ora infuriando in certe parti in occidente. L’islamofobia non sembra colpire, o preoccupare la società civile occidentale, ma sta preoccupando, genuinamente o cinicamente, le élite politiche. Un buon esempio di questo è l’industria delle armi nucleari che naturalmente ha bisogno della guerra al terrore per rafforzare la sua linea di produzione, di inventiva, di vendite e del suo posto nel mondo. L’islamofobia controbilancia qualsiasi inibizione o vincolo a cui i più saggi e, chissà, meno cinici capitani  di questa industria potrebbero reagire  –   certamente nel caso di Gaza alcuni di loro forse  hanno avuto dei ripensamenti ma cercavano di convincersi di fornire armi per sconfiggere il peggior tipo di fanatismo islamico e non, come in questo caso,  per un genocidio.

Infine, nel contesto di atrocità che ci avvolgono –  Siria,  Yemen, Iraq, Egitto –la natura dell’atrocità di Israele, e  la sofferenza palestinese, possono sembrare meno gravi nelle menti delle persone coinvolte nel prendere le decisioni politiche e nell’informare l’opinione pubblica. Dicono: nessuno può  afferrare  tutto, devono avere delle priorità. E posso comprendere perché un direttore di un importante giornale occidentale o di un notiziario, potrebbe ignorare l’uccisione di due ragazzini palestinesi e preferire di prestare attenzione ad atrocità di gran lunga peggiori  in Iraq o in Siria. Cionondimeno mi piacerebbe convincere questo direttore che una notizia non esclude un’altra. Entrambe dovrebbero essere riferite e collegate.

D. Ebbene , che cosa dice loro?

Cercherei di convincerli spiegando i due motivi principali per cui dovrebbero dare un ruolo centrale agli avvenimenti della Palestina. C’è un collegamento diretto tra il secolo delle atrocità israeliane contro i palestinesi e l’esplosione di violenza in Medio Oriente. Anche le violenze peggiori sono radicate nel passato coloniale dell’Occidente del quale la fondazione di uno stato ebraico invece che palestinese è stato il peggior crimine agli occhi delle generazioni a venire. Quello che viene oggi contestato violentemente è la struttura colonialista  creata dopo la I Guerra mondiale dalle potenze occidentali. Un pilastro fondamentale di questo edificio è stato la giudaizzazione della Palestina. Non ci si può schierare facilmente a favore dei diritti umani senza essere incolpato di essere troppo occidentalizzato e non si possono reclutare persone per ostentare idee puriste islamiste senza sottolineare la loro essenza occidentale. Anche le divisioni tra Sciiti e Sunniti o gli attacchi ai Cristiani e alle minoranze sono collegate alla struttura costruita dall’Occidente, basata sul “divide et impera” e che incorpora le minoranze nella struttura politica colonialista e post colonialista. Il modello di questo atteggiamento è stato l’appoggio incondizionato al sionismo a spese dei palestinesi. Le sofferenze dei palestinesi sono quindi il risultato del peccato originale dell’Occidente dopo la I Guerra mondiale, così come le altre scene orripilanti in altri luoghi del Medio Oriente.

C’è la necessità di comprendere che se ci si vuole impegnare, e almeno  all’apparenza  come direttore e trattare degli argomenti non soltanto perché sono interessanti per le persone, ma per le sofferenze della gente allo scopo di mettervi fine, e in modo dai aggiungere la vostra voce contro di queste – e, più in generale, se l’Occidente attraverso i suoi media, i politici, le ONG umanitarie vuole impegnarsi nella discussione c’è al centro di queste atrocità – non può essere ammesso come partner in quella discussione a meno che non  approfitti dello status eccezionale che ha garantito a Israele in tale discussione.

D. Lei sta parlando delle cause che sono alla radice. I media non se ne occupano spesso. Lei vuole che questi parlino del sionismo come causa che è alla radice di questo conflitto. Perché?

I problemi sono molto importanti. Quello più facile è di trattare il sionismo come abbiamo trattato l’ideologia dell’apartheid in Sudafrica senza impegnarci nell’ideologia del regime. Avremmo potuto concentrarci soltanto sulle politiche del governo ignorando la fonte delle politiche? Se torniamo indietro e consideriamo il periodo in cui il Sudafrica è diventato uno stato reietto, se guardate i media, essi isolavano il Sudafrica attaccando l’ideologia della supremazia, dell’esclusione, e dell’apartheid.

Quello che è chiarissimo in questo caso è che i media occidentali non si permettono – forse a causa della censura, forse a causa delle pressioni – di fare la stessa cosa per Israele. Anche la peggiore atrocità viene tolta dal suo contesto ideologico. Quando il giornalista allarga il racconto del motivo per cui quella atrocità è avvenuta, la descrive come una rappresaglia israeliana contro la violenza palestinese. Vi sarebbe piaciuto che i giornalisti oramai capissero che Israele non fa rappresaglie contro i palestinesi e non crea situazioni insopportabili per loro in previsione di qualche reazione all’oppressione – che sia la demolizione di una casa, un arresto senza processo, la confisca di terra, e,  spesso, l’assassinio. La violenza per Israele non è un modo di rappresaglia di rispondere alla resistenza palestinese, no, è il mezzo principale con cui la visione sionista di avere il più possibile della Palestina, con meno palestinesi possibile, è stata attuata nel corso degli anni.

I giornalisti perspicaci dovrebbero scoprire la differenza tra distruggere le case perché  mettono a rischio la sicurezza dei soldati, e distruggere le case come mezzo di ridurre il numero di palestinesi come parte di un mega piano per la regione. Se si tratta di un ideologia, si ha l’obbligo di vedere attraverso il pretesto e di non copiare la narrazione causale che fornisce Israele.

Questo è un problema.

La seconda ragione per cui il sionismo deve stare al centro della copertura mediatica, e che i problemi storici fondamentali devono essere discussi, è che siamo ancora in quella storia – non è un capitolo chiuso che dovrebbe interessare soltanto gli storici.

Siano in questa situazione paradossale dove Israele è uno stato sia colonialista che post-colonialista. Di recente gli accademici hanno definito Israele uno stato coloniale di coloni – il che spiega il motivo per cui in passato è stato un progetto colonialista che però continua ancora oggi dato che è incompleto. Quindi in quanto giornalista lei

ora osserva lo stesso capitolo storico iniziato alla fine del secolo 19° e che continua oggi. Non c’è ancora una chiusura in questa storia colonialista. Capitoli colonialisti più classici, come quello dell’Impero Britannico in India, dovrebbero essere discussi

negli inserti culturali dei giornali o in speciali programmi di storia alla televisione, e allora si comprenderebbero i giornalisti che oggi si occupano dell’India che si concentrano sul presente. Questi sono capitoli chiusi della storia.  Invece l’Impero Sionista è ancora lì e, a differenza di quello Britannico, non intende smantellare la colonia e tornarsene a casa, vuole che la colonia venga “ripulita” della sua popolazione nativa.

Infine, trattare del tema principale, specialmente nel caso dei media europei, ci costringe a comprendere gli strati più nascosti del progetto sionista e la sua immunità in Occidente. Quando dico che siamo ancora allo stesso capitolo del colonialismo in Palestina che è iniziato alla fine del 19° secolo, non intendo dire soltanto che la colonizzazione e l’espropriazione del popolo nativo continua con lo stesso vigore e scopo del passato. Con  questo intendo anche che la presenza degli ebrei in Palestina era ed è ancora la soluzione europea per la sua Questione Ebraica.  Gli ebrei sono stati quasi distrutti in Europa durante la seconda guerra mondiale, e invece di reintegrarli in Europa, l’idea di mandarli in Palestina, con la benedizione sionista, ha assolto l’Europa dall’occuparsi di quello che era stato fatto non soltanto agli ebrei, ma anche alle altre minoranze nella seconda guerra mondiale. Quando non si ha una chiusura sul posto degli ebrei in Europa, non si ha neanche l’idea di come occuparsi del posto dei musulmani in Europa. Questi staranno ora cercando uno stato musulmano in qualche posto lontano dall’Europa, invece di accettare il multiculturalismo e la diversità come modo di vita?

L’altra faccia di questa  medaglia  è che Israele e la Palestina sono il luogo dove i coloni  governano sui palestinesi nativi invece di vivere insieme a loro. Quindi quando Israele diffonde ancora l’idea che è la patria di tutti gli ebrei, questo risponde sia al desiderio anti-semita di purificare le comunità cristiane della presenza ebraica, e allo stesso tempo nega i diritti dei palestinesi alla Palestina o i diritti di chiunque è arrivato o si è trovato  in Palestina e non è ebreo. Nel giorno dell’Indipendenza, durante la cerimonia ufficiale, il corpo diplomatico onora questa idea in pubblico e perché il mondo intero lo veda, più per ignoranza che per minaccia, si penserebbe. Infine il sionismo crea nuovi problemi per le comunità ebraiche di oggi, perché l’attuale regime israeliano dichiara chiaramente, cosa che i sionisti   sono stati attenti a non fare, che loro rappresentano gli ebrei dovunque si trovino. E così, quando questo regime commette atrocità contro i palestinesi, e gli ebrei di tutto il mondo non contestano la loro dichiarazione di rappresentarli, sono considerati come sostenitori di queste atrocità. Questa linea di pensiero è totalmente assente dai media occidentali.

Mi riferisco a  quello in quanto tipo americano ed ebreo. La guerra in Iraq e i neoconservatori sono stati un grosso problema per me personalmente dopo che mio fratello mi ha detto che il suo giornale ebraico riferiva che la guerra sarebbe sta una cosa buona per Israele.

Ebbene, questo forse potrebbe cambiare. Di recente ho incontrato un gruppo di sionisti liberali nel Regno Unito che erano molto preoccupati per questo dilemma.

D. Quando?

Due o tre mesi fa. Non mi avrebbero mai invitato, prima. Mi sono chiesto perché stessero cercando un contatto adesso. Quello che capisco è che erano meno preoccupati riguardo ai Palestinesi e molto di più della probabilità che il loro     collegamento e impegno con la loro madre patria, che sentono genuinamente, sarebbe stato messo in dubbio e contestato. Erano abituati a considerarsi come parte organica e integrale della società, e la nuova forma di sionismo predicata da Israele getta dei dubbi su questo ruolo. Sono rimasto colpito che questo desse loro più fastidio del radicalismo islamico che Israele sostiene sia la sua principale preoccupazione. Comprendono che se Netanyahu chiede  loro di andare a Israele perché è stata assalita una sinagoga a Londra, anche se lo hanno fatto  musulmani arrabbiati, e non dicono niente per replicare, sembra che possano accettare questa logica, e se vi si oppongono, saranno considerati anti-sionisti.

D. Pensa che queste persone diventeranno anti-sionisti attivi?

Certamente. Fino a quando a Israele si aveva una élite politica più intelligente, i sionisti    erano di gran lunga più sofisticati e brillanti e non avrebbero mai chiesto agli ebrei di andarsene e di andare a Israele.

D. Sì, Ben Gurion  è riuscito a capire questo già nel 1950 circa.

Penso che questa decisione del centro e della destra in Israele di focalizzarsi sul neo-sionismo, rafforzando quella che considerano l’ideologia sionista e il suo sistema di valori, e mettendo a fuoco non soltanto il destino degli ebrei di Israele, ma di tutti gli ebrei del mondo, abbia creato un mostro. Hanno fabbricato una minaccia inesistente per la vita degli ebrei in Europa, e adesso essi stessi vi credono. Parte della storia che hanno inventato è che un attacco disperato compiuto da un immigrato nordafricano in Francia contro un ecclesiastico ebreo e la guerra di Hamas per la sopravvivenza, facciano parte di una nuova campagna globale antisemita per distruggere gli ebrei (con l’appoggio della Sinistra).

La settimana scorsa, il giorno della Shoah, si sono visti alcuni dei più importanti studiosi del paese presentare alla televisione e alla radio una specie di spiegazione strutturale di quello che chiamano il ‘nuovo antisemitismo’, fondendo insieme il classico anti-semitismo europeo, incentrato sulla chiesa, il nazismo e il terrorismo islamico r il movimento BDS. Non solo lavorano insieme, ma fanno tutti parte dello stesso capitolo storico che probabilmente risale a Cristo stesso. Una serie di ondate tutte dirette contro Israele, e questa è soltanto un’altra.

D. Gli studiosi dicono davvero questo?

Sì. E quindi questo ebrei dovranno dire qualcosa. Dovranno uscire  dagli schemi   e dire: “Dici davvero che ci sarà un secondo Olocausto a Londra che sarà provocato da Omar Barghouti, Roger Waters (dei Pink Floyd), David Irving, i neo-nazisti in Germania, e l’Amir (il capo)  dello Stato Islamico? Non sarà facile per questi ebrei sfidare questo   bellicismo  costruito  che è prodotto da uno stato ideologico che è una potenza nucleare, un impero con alta tecnologia e che possiede l’esercito più forte del Medio Oriente. Si crea una situazione  pericolosa quando uno stato così potente fa accuse del genere. Se questa isteria è prodotta da un professore pazzo in un’università che fa parte dell’Ivy League, (un titolo che accomuna le otto università private più prestigiose d’America, n.d.t. da: (http://it.wikipedia.org/wiki/Ivy_League) è una cosa, ma se viene diffusa da persone che hanno accesso a un pulsante rosso che può dare il via a un altro bombardamento su Gaza o anche contro Teheran, allora dovremmo essere terrorizzati da questo scenario che abbiamo previsto per i futuri piani dell’Iran o della Corea del Nord.

D. Lei dice che  hanno acconsentito a  molto sionismo liberale in passato,  e che hanno sostenuto Israele, ma questo ha cambiato le cose.

Sì. Stanno comprendendo che posto terribile sia diventato Israele. Per molti, molti anni sono stati davvero in grado di chiudere gli occhi e le orecchie, come le famose tre scimmie, e dire a se stessi: è una cosa che noi ebrei ci meritiamo, non soltanto ci meritiamo il nostro posto qui, ma anche una patria ebraica. Forse hanno accettato il modello dell’assicurazione – se accade qualcosa di brutto, c’è un  posto dove possiamo andare. Tuttavia, quando adesso viene loro detto dalla compagnia di assicurazione che la loro casa è già bruciata, mentre ci vivono ancora tranquillamente – si rendono conto che il loro futuro e il loro destino è in mano a assicuratori pazzi  e fanatici.

D. E i rischi sono troppo grandi.

D. Nel suo libro dice che questo momento è un campanello d’allarme dei  sionisti liberali. Perché sono importanti?

Sono una parte molto importante della struttura dell’élite. Sono coloro che hanno fornito la giustificazione morale per la vittimizzazione dei palestinesi e delle loro sofferenze. Sono coloro che hanno etichettato le atrocità israeliane come atti di auto-difesa, imposti agli israeliani riluttanti (come ha detto Gold Meir, non perdoneremo mai i palestinesi per quello che ci hanno costretto a fare a loro). Sono lo scudo ‘civilizzato’, ‘illuminato’ per la barbarie concreta. E ora ci sono delle crepe nello scudo delle quali abbiamo bisogno, è molto importante. Cominciamo a vedere le crepe perché questa è l’era dell’informazione e si può vedere la realtà vera attraverso le crepe; questa realtà è che Israele non può essere sia uno stato ebraico che uno stato democratico; non si può essere allo stesso tempo un occupante illuminato e un occupante. Forse si rendono conto di che cosa aiutavano a nascondere e stanno affrontando un momento di verità.

D. Dove vede una  crepa?

Qualcosa di interessante che è accaduto durante l’ultimo attacco a Gaza, è stato che i sionisti liberali sono stati disposti a dire: qualunque cosa faccia Hamas , qualunque cosa faccia Israele, non è giustificata. Uso [il quotidiano] Haaretz come principale luogo per esporre questi dubbi relativamente nuovi perché è stato condiviso dal consiglio di redazione, così come la principale conversazione dell’estate (non soltanto dai soliti ‘sospetti’ come Gideon Levy o Amira Hass). E’ stata un’ agenda condivisa anche dalle poche migliaia di persone che dimostravano durante l’assalto dell’estate scorsa in nome delle sofferenze di entrambe le parti. E’ stata tutta un’altra cosa rispetto a quello contro cui avrei voluto che dimostrassero, ma era molto diverso dal loro precedente appoggio alle atroci politiche contro Gaza. Sembrava che avessero perduto la loro elasticità verbale e  quella di destreggiarsi ,  che li metteva in grado di essere sia preoccupati sul piano umano che patrioti sionisti. Era venuta loro meno la capacità verbale. Non sapevano produrre, come in passato, un testo che spiegava come Israele sia ancora una democrazia, dato quello che sta facendo non solo a Gaza, ma dato anche il modo in cui tratta chi cerca asilo, data la legislazione razzista che c’è dal 2000 e la brutalità non soltanto contro i palestinesi, ma contro loro stessi, i liberali.

Inoltre, sembra che le forze politiche al potere, cioè le forze nazionaliste e le forze religiose, non  abbiano più bisogno di loro. I loro leader  precedenti, Begin e Sharon pensavano entrambi di averne bisogno, e Netanyahu l’ha pensato una volta: voleva che Shimon Peres rappresentasse la faccia più saggia di Israele, mentre faceva quello che voleva nella pratica. Alcuni di loro forse non vogliono essere più usati neanche come scudi come lo erano in passato. Questo è certamente vero riguardo ai sionisti liberali che vivono fuori Israele (vedere J-Street –http://jstreet.org/about) e lo sarà anche per quelli a Israele. Voglio aggiungere che a Israele non ce ne sono molti e quindi la loro importanza nell’allargare le crepe è minore localmente e di gran lunga più significativa fuori da Israele.

D. Nel senso di costruire un movimento, lei è a favore dell’estensione e della  diplomazia con questo tipo di sionisti  per permettere loro di salvare la faccia?

Mi permetta di spiegare. Ho una cartina al tornasole, ho un criterio con il quale giudico la mia disponibilità a impegnarmi. Non mi importa se mi dicono, per esempio, che si oppongono all’idea di boicottare Israele, e io dico: va bene, appoggio il boicottaggio di Israele. In passato questa posizione aveva fermato immediatamente il dialogo. Questo è stato il principale motivo della mia espulsione dall’Università di Haifa, e la fine della discussine con molti sionisti liberali, compreso mio suocero, perché il boicottaggio è una linea rossa che non oltrepasseranno. Ma questa non è più una linea invalicabile. Quindi è molto interessante. E’ come se  si carezzassero le spale  di coloro che in fine dei conti hanno dimostrato di avere ragione (come fano tutti i bianchi oggi in Sudafrica che sostengono di essere stati di nascosto sostenitori del’ANC). Adesso, in Occidente stanno cercando un dialogo con gli attivisti filo-palestinesi (come si può vedere dalla creazione di una nuova branca dell’organizzazione Hillel e dalla  natura in via di cambiamento di alcune delle società ebraiche nei campus in Gran Bretagna.

D. Hanno bisogno della solidarietà della comunità di solidarietà palestinese Perché?

Ne hanno bisogno perché sanno benissimo,  anche se hanno accettato molto la linea antisemitica riguardo alla critica di Israele;  c’è una cosa circa la comunità di solidarietà palestinese: non è anti-semitica, non è anti-ebraica. Primo, perché molti degli attivisti sono ebrei che hanno sempre  rimosso  gli elementi anti-semiti dai loro ranghi, e, secondo, si oppongono al razzismo ovunque si manifesti.

D. Non penso però che si sentano a loro agio con noi.

Credo che stiamo assistendo a una trasformazione di tipo Kosher del movimento BDS. Il mondo vede gente pazza e pazze ideologie che spuntano come funghi. Senza dubbio sta accadendo: persone che vengono briciate vive, e decapitate. In questo mondo il movimento di solidarietà pro Palestina, il BDS, è un gruppo di persone civili, persone genuine che credono nell’umanità, persone perbene che credono nei diritti degli esseri umani.

D. Perché è stato importante un dialogo con Noam Chomsky? Un sacco di gente nella comunità di solidarietà palestinese è probabile che lo considerino in un certo modo irrilevante per il problema, dato che ha messo da parte  l’idea di un solo stato dato il suo articolo su The Nation che era critico rispetto al BDS.

Penso che Noam sia ancora una bussola per molti attivisti e accademici impegnati,  in occidente, e probabilmente oltre. La tensione tra le sue opinioni universali radicali sull’ordine mondiale, gli Stati Uniti e il potere e la conoscenza in generale da una parte, e la sua posizione più cauta sulla Palestina, ha sempre incuriosito me e non soltanto me. Conosco anche persone che stanno scrivendo un intero libro sulla sua posizione rispetto alla Palestina. Chiarite queste posizioni è stato per prima cosa importante per me perché ha avuto molto influenza sul mio lavoro e sul mio pensiero.

Ho però pensato anche che le differenze di opinioni che abbiamo, riflettono un dibattito generale all’interno del movimento di solidarietà con i palestinesi e da quello che so, questo dibattito si sta svolgendo nella stessa società palestinese.

D. Nel libro lei dice che arrivare a questa comprensione è stato un lungo viaggio che lo ha opposto alla sua società e talvolta anche alla sua famiglia. Può  approfondire questo fatto personalmente? Ci sono delle persone nella sua famiglia che non le parlano più? Per quanto tempo si è auto censurato? E questi vincoli sociali non fanno da  catene mentali per moltissimi ebrei, e con quale processo possono essere allentate?

Sì, naturalmente. Lo considero un viaggio senza biglietto di ritorno – un viaggio al di là del Rubicone, se vuole. E non mi ricordo esattamente quando, ma c’è stato un momento all’inizio degli anni ’90, in cui mi sono sentito improvvisamente liberato dal Sionismo in quanto ideologia che governava ogni mia azione, ogni mio scritto o espressione riguardo a Israele e alla Palestina. E quando mi è diventato amaramente chiaro che non volevo avere nessuna parte in esso, e quando, in seguito mi sono sentito impegnato a combatterlo, sono diventato un pariah nei circoli lontani e vicini di colleghi, amici e della famiglia.

Per comprenderlo, lei deve capire che negli anni ’90 il regime non si preoccupava degli ebrei anti-sionisti (come per esempio nei giorni di Mazpen, [un’organizzazione socialista anti-sionista, n.d.t.] all’inizio degli anni ’70). Contava sul fatto che la società perseguitasse e punisse. Nel mio caso ha assunto due forme: minacce di morte a me e alla mia famiglia fatte intensivamente e brutalmente e l’espulsione dall’ università da parte dei miei colleghi  (incoraggiati dal ministro dell’istruzione dell’epoca). E quindi una parte di loro colleghi e della mia famiglia, oggi non mi parlano.

In quanto alla sua domanda più esplicita: la distanza tra rendersi conto di quanto accade e l’esprimerla – cioè un processo che lei chiama autocensura, durato per quasi un decennio (nel caso della maggior parte dei sionisti liberali, possono farlo per una vita e questo può provocare loro enormi problemi di salute). L’unico modo per tentare di convincerli è per prima cosa non sottovalutare la difficoltà di rinunciare a un incarico prestigioso, e, secondo, raccontare loro ripetutamente il senso di liberazione e di sollievo che si prova quando si esce da quello stato d’animo. E’ necessario credere, naturalmente, che, malgrado anni di disumanizzazione dei palestinesi, in loro c’è ancora un po’ di decoro: io ci credo.

D. Nel suo libro dice che la  spartizione  è “immorale”, e che noi dobbiamo dire ai nostri amici palestinesi che appoggiano l’idea dei due stati perché hanno torto a farlo. E che dire della cruenta disputa altalenante   dell’Algeria  contro l’obiettivo di  un solo stato? Non è permesso ai Palestinesi di temere i problemi della Siria e dell’Egitto? E se i Palestinesi vogliono uno stato palestinese – anche Haneen Zoabi può immaginare che lì ci siano due stati democratici – perché non permetterglielo?

In realtà penso che l’Algeria sia un caso di studio che dimostra che nessun nativo accetterebbe la spartizione del proprio paese con i coloni e questa per l’FLN  (Fronte di Liberazione Nazionale) e per i palestinesi era stata la giusta posizione da prendere. Però capisco che cos intende dire; ci sono tantissimi esempi anche fuori del Medio Oriente che  superficialmente    appoggerebbero la spartizione, come l’ex Jugoslavia.

Penso, però, che le persone confondano il nazionalismo con l’appartenenza etnica. Gli stati nazione arabi crollano perché la struttura politica costruita loro dalle potenze colonialiste – e che le loro élite politiche dopo la II Guerra mondiale non hanno affrontato  (tutto ciò che vogliono è essere i governanti di queste strutture politiche)  era basata su due fondamenta  fragili.   Primo, la mancanza di qualsiasi rispetto per i diritti umani e civili e poi l’indifferenza al potere delle appartenenze  regionali ed etniche. Quindi era stata imposta o una dinastia o un regime laico oppressivo, trascurando  entrambe le sensibilità.

In Palestina, la struttura che è stata suggerita dal potere coloniale era molto molto diversa. Ha permesso al sionismo di colonizzare ed espropriare  la Palestina. Ora, quale è la soluzione: permettere la colonizzazione e l’espropriazione soltanto di un 80% della terra? Non metterà mai fine al conflitto. Una volta che venga decolonizzata, entrambe le sensibilità dovrebbero essere rispettate all’interno della struttura politica ( e probabilmente i coloni ebrei, come dice Azmi Bishara, diventerebbero loro stessi un gruppo etnico).

D. Quale è il significato dell’affermazione che sento spesso: gli israeliani ebrei non accetteranno la  dissoluzione   dello stato ebraico, sono impegnati in questo e bisogna rivolgersi a questi israeliani se si deve trovare una soluzione  al conflitto? Penso che Chomsky lo creda in una certa misura. Certamente lo crede Norman Finkelstein. Questa preoccupazione la ha mai     Quindi, come si cambia la mentalità israeliana? Una cambiamento di opinione da parte degli ebrei della diaspora cambierebbe il ruolo nel non convincere  gli israeliani?

Ciò che significa è che la società ebraica non rinuncerà facilmente alla posizione privilegiata che ha nascondendo il vero motivo della loro testardaggine con la retorica nazionale della sopravvivenza.  E quindi il nostro problema, da aggiungere a quello che ho appena detto, è di trovare un modo di creare una nuova struttura politica che si limiti a redistribuire la terra, le risorse e i poteri in un nuovo stato. Non devono venire convinti che spariranno –questo è un discorso che i leader sionisti catastrofisti usano facilmente per qualsiasi cosa che vogliono mantenere nelle loro mani – ma solo che mantenere i privilegi li lascerà in un perpetuo stato di conflitto che non sempre vinceranno. Anche con i loro successi militari ottenuti finora, i giovani, con le risorse, non vedono alcuna ragione di stare in questa Prussia o Sparta dei tempi moderni.

Ci sono quindi due approcci qui. E’ necessario che salviamo i palestinesi da ulteriore distruzione e per questo non possiamo concederci il lusso di aspettare fino a quando non trasformiamo la mentalità ebraica israeliana. Questo si può ottenere soltanto tramite il BDS (Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni) e la resistenza, che si spera sia popolare e non violenta, sul terreno. E abbiamo bisogno di un processo più lungo di annullare il lavaggio del cervello fatto a una terza generazione di coloni che vedono che non fanno una vita ideale, anche se tutto il potere è nelle loro mani. Il ruolo della comunità ebraica all’estero è quello di contribuire al divorzio del sionismo dal giudaismo, in modo che il colonialismo possa essere  chiamato con il suo nome.

Philip Weiss è il fondatore e condirettore di Mondoweiss.net

Nella foto:Ilan Pappe

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://zcomm.org/znet/article/the-western-awakening-and-what-it-means-for-israel-palestine

Originale: Mondoweiss

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2015 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

 

Il risveglio dell’Occidente e che cosa significa per Israele/Palestina

http://znetitaly.altervista.org/art/17509

Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

SHARE

Lascia una risposta

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.