IL RITIRO STATUNITENSE DAL COMITATO DELL’ONU PER I DIRITTI UMANI – di Richard Falk

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di  Richard Falk  – 25 giugno 2018

 

[Nota preliminare: questo articolo è un testo leggermente rivisto e corretto di quanto pubblicato alcuni giorni fa su questo blog. Devo particolare gratitudine alla mia autorevole collaboratrice, Virginia Tilley, per aver segnalato diverse manchevolezze e formulazioni fuorvianti nella precedente versione. Naturalmente l’essenza dell’accusa circa la logica statunitense per il ritiro rimane quella iniziale].

Concentrandosi esplicitamente su un presunto pregiudizio antisraeliano, gli Stati Uniti si sono ritirati dall’ulteriore partecipazione al Comitato dell’ONU per i Diritti Umani (HRC) fino a quando esso non si riformi in conformità al gradimento dell’amministrazione Trump. La sola base internazionalmente credibile per criticare il HRC è la sua incresciosa tendenza a porre in ruoli chiave alcuni paesi con la peggiore storia riguardo ai diritti umani, creando reali problemi di credibilità e ipocrisia. Naturalmente mi sarei atteso che l’ambasciatrice Nikki Haley si astenesse da una simile critica perché poteva solo imbarazzare Washington ammettere che molti dei suoi alleati più stretti in Medio Oriente e altrove hanno deplorevoli precedenti circa i diritti umani e, se giudicati equamente, gli Stati Uniti hanno essi stessi invertito i ruoli dall’anno 2000 essendo scivolati nella categoria dei più gravi violatori dei diritti umani.

A questo riguardo il ‘ritiro’ statunitense potrebbe essere più costruttivamente considerato una ‘sospensione’ autoimposta per non essere all’altezza quando si tratta della promozione e protezione dei diritti umani, assentandosi fino a quanto non sia in grado di proteggere i diritti umani nella propria stessa società a un livello sufficientemente elevato da rendere gli Stati Uniti meno risibili quando danno lezioni al mondo riguardo alle carenze riguardo ai diritti umani di altri, naturalmente l’attuale lista degli avversari degli Stati Uniti. Ma la Haley non è una che si faccia intimidire dalla realtà. Nel suo focoso discorso di ritiro ha l’audacia di affermare che il primo obiettivo degli Stati Uniti è “migliorare la qualità della partecipazione al Comitato”. Aggiunge: “Quando cosiddetti Diritti Umani non sono in grado di decidersi ad affrontare le grandi violazioni di Venezuela e Iran, il Comitato cessa di essere degno del proprio nome”. Sostenere tale tesi, al minimo carica politicamente, suscita l’inarcamento di sopracciglia per sdegno quando si prende nota dell’assordante silenzio di Washington rispetto all’Arabia Saudita, a Israele e all’Egitto, per citare solo tre alleati mediorientali.

Indubbiamente gli Stati Uniti sono rimasti frustrati nei loro tentativi di ‘riformare’ il HRC secondo la loro idea di come l’agenzia dell’ONU dovrebbe funzionare e hanno incolpato i loro tradizionali avversari, Russia, Cina, Venezuela, Cuba insieme con l’Egitto, per aver bloccato la loro iniziativa. Non deve essere stato nemmeno benvenuto l’Alto Commissario del HRC, Zeid Ra’ad al-Hussein quando ha descritto la ‘politica di tolleranza zero’ di separazione di bambini dai loro genitori migranti al confine messicano come una politica ‘immorale’.

Nel valutare questo recente segno di ritirata statunitense dal suo precedente ruolo di leader globale ci sono diverse considerazioni che ci aiutano a comprendere una simile mossa che situa gli Stati Uniti nello stesso strano angolo di rigetto che ora condivide con la Corea del Nord e l’Eritrea:

  • il fatto che il ritiro statunitense dal HRC si sia verificato immediatamente dopo il massacro israeliano al confine, isolato dalla censura e dall’indagine del Consiglio di Sicurezza da un veto statunitense, è certamente una parte di politico primo piano. Questa considerazione è stata indubbiamente rafforzata dall’approvazione da parte del HRC di un’indagine conoscitiva del comportamento israeliano nelle settimane precedenti in reazione alle dimostrazioni al confine della Grande Marcia del Ritorno affrontata con la diffusa violenza letale dei cecchini;

  • nel valutare il rapporto dell’ONU con la Palestina si deve ricordare che la comunità internazionale organizzata ha una distinta responsabilità nei confronti della Palestina che può essere fatta risalire sino alla diplomazia della pace dopo la prima guerra mondiale quando alla Gran Bretagna fu attribuito il ruolo di Mandataria che, secondo la Carta della Lega delle Nazioni doveva essere condotto come una ‘sacra responsabilità di civilizzazione’. Questa relazione speciale fu ampliata e approfondita quando la Gran Bretagna rinunciò a tale ruolo dopo la seconda guerra mondiale, trasferendo all’ONU la responsabilità del futuro della Palestina. A tale organizzazione mondiale di nuova costituzione fu attribuito il compito di individuare una soluzione sostenibile di fronte alle rivendicazioni fortemente contrastate della maggioranza della popolazione palestinese e della popolazione ebrea, principalmente di coloni.

Tale ruolo dell’ONU fu avviato e profondamente influenzato dalla lunga ombra di dolore e colpa gettata dall’Olocausto. L’ONU, mutuando dal copione coloniale britannico, propose una divisione della Palestina tra comunità politiche ebree e palestinesi, che sfociò nel piano dell’ONU di partizione contenuto nella Risoluzione dell’Assemblea Generale 181 del 1947. Tale piano fu elaborato e adottato senza la partecipazione della maggioranza della popolazione residente, 70 per cento non ebrea all’epoca, e incontrò l’opposizione dei paesi allora indipendenti del mondo arabo. Un tale piano sembrò ignaro dell’atteggiamento anticoloniale in evoluzione all’epoca, non tenendo alcun conto del principio normativo guida dell’autodeterminazione. La Guerra di Partizione che seguì nel 1947 produsse in effetti una partizione di fatto della Palestina più territorialmente favorevole al Progetto Sionista di quanto era stato proposto, e rigettato, nella 181. Una caratteristica del piano originale era di internazionalizzare il governo della città di Gerusalemme con il riconoscimento a entrambi i popoli di uno status uguale.

Tale proposto trattamento di Gerusalemme non fu mai sottoscritto da Israele e fu formalmente, anche se indirettamente, ripudiato da Tel Aviv dopo la guerra del 1967 quando Israele dichiarò (in violazione della legge internazionale) che Gerusalemme era l’eterna capitale del popolo ebreo da non dividersi né internazionalizzarsi mai, e Israele ha così amministrato Gerusalemme con questo intento messo in atto in sprezzo dell’ONU. Ciò che dimostra chiaramente questo abbozzo del rapporto dell’ONU con la Palestina è che fin dall’inizio della costruzione dello stato d’Israele, il ruolo della comunità internazionale fu diretto e l’adempimento delle sue responsabilità è stato insoddisfacente in quanto si è dimostrata incapace di proteggere i diritti morali, legali e politici dei palestinesi. In conseguenza la maggioranza del popolo palestinese è stato in effetti esclusa dal suo stesso paese e come popolo esiste in una realtà etnica frammentata che è sostenuta dal regime di controllo da apartheid di Israele. Questa serie di eventi costituisce uno dei peggiori crimini geopolitici dello scorso secolo. Anziché fare troppo quanto a criticare il comportamento di Israele, l’ONU ha fatto di gran lunga troppo poco, non principalmente a causa di mancanza di volontà bensì come espressione del primato comportamentale della geopolitica e di un crudo militarismo;

  • l’accento rivelatore della spiegazione del ritiro degli USA dal HRC fornita dall’ambasciatrice Haley dedica un’attenzione quasi totale a fattori quantitativi, quali il numero ‘sproporzionato’ di risoluzioni rispetto a quelle dedicate ad altri violatori di diritti umani, non facendo alcun tentativo di confutare la sostanza delle accuse di illeciti israeliani. Questo non sorprende perché qualsiasi tentativo di giustificare le politiche e pratiche di Israele nei confronti del popolo palestinese rivelerebbe la gravità della criminalità di Israele e l’acutezza della persecuzione dei palestinesi. Gli Stati Uniti hanno anche a lungo lottato per liberarsi del cosiddetto articolo 7 del Comitato per i Diritti Umani dedicato alle violazioni dei diritti umani da parte di Israele associate all’occupazione di territori palestinesi, che trascura il precedente punto principale che l’ONU è derelitta nella sua mancanza di produrre una pace giusta per i popoli che abitano il Mandato Palestinese e il minimo che può fare e mantenere un occhio vigile.

  • Il ritiro da accordi istituzionali internazionali, specialmente da quelli positivamente associati a pace, diritti umani e protezione dell’ambiente, è divenuto il marchio di quello che può essere identificato come l’internazionalismo negativo della presidenza Trump. Gli esempi più vergognosi, prima di questa mossa riguardo al HRC, hanno riguardo il ripudio dell’Accordo sul Programma Nucleare con l’Iran (noto anche come JCPOA o Accordo P5+1) e dell’Accordo di Parigi sul Cambiamento Climatico. Come nel caso di questi altri esempi di internazionalismo negativo, questo abbandono del HRC probabilmente danneggerà gli Stati Uniti più del HRC, rafforzando la sua miope volontà di fare tutto il necessario per accontentare Netanyahu e il principale donatore sionista statunitense della campagna di Trump, Sheldon Adelson. Già solo il provocatorio annuncio del pianificato trasferimento unilaterale dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme, lo scorso dicembre, è stato esplicitamente sensibile al programma politico di Israele tanto quanto questo rigetto del HRC; entrambe le iniziative spiccano come contrarie a un’interpretazione equilibrata degli interessi nazionali statunitensi e dunque una manifestazione di deferenza alle preferenze israeliane. Nonostante questa sfrontata partigianeria, la presidenza Trump continua a proporsi come pacificatrice e ha promesso di produrre ‘l’accordo del secolo’ nel momento opportuno, persino godendo del cinico sostegno del tristemente noto principe della corona dell’Arabia Saudita, che pare dire ai palestinesi di prendere ciò che la squadra di Trump ha da offrire o tacere per sempre. Conoscendo la debolezza e le fragili ambizioni dell’Autorità Palestinese, non si può dire quale ulteriore catastrofe, questa volta di carattere diplomatico, può ulteriormente oscurare il futuro palestinese. Una Nakba diplomatica potrebbe essere il disastro peggiore di tutti per il popolo palestinese e per la loro lotta secolare per diritti elementari.

Andrebbe anche sottolineato che la storia statunitense dei diritti umani è in costante declino, che ci si concentri sulle attuali politiche moralmente disastrose di separare famiglie al confine messicano o del non aver fatto un progresso accettabile in patria nell’area dei diritti economici e sociali nonostante la ricchezza statunitense (come documentata in un recente rapporto di Philip Alston, Speciale Relatore del UNHRC sulla Povertà Estrema) o sulle varie flagranti violazioni dei diritti umani commesse nel corso della Guerra al Terrore, compresa la gestione di siti segreti in paesi stranieri per praticare la tortura di sospetti terroristi o la negazione del principio più fondamentale della legge umanitaria internazionale (Convenzioni di Ginevra) nella gestione di Guantánamo e di altre strutture carcerarie;

  • Vale anche la pena di segnalare che il disprezzo israeliano della legge internazionale e delle istituzioni internazionali è pervasivo, grave e direttamente collegato al mantenimento di un regime oppressivo di occupazione che trova complemento nelle strutture di apartheid che rendono vittima il popolo palestinese nel suo complesso, compresi profughi, residenti di Gerusalemme, la minoranza palestinese di Israele e la popolazione imprigionata di Gaza. Israele ha ripudiato l’autorità della Corte Internazionale di Giustizia riguardo al ‘muro di separazione’ quando già nel 2004 è stato dichiarato con un voto quasi unanime di 14 contro 1 (gli Stati Uniti gli unici dissenzienti) che la costruzione del muro su territorio palestinese occupato era illegale, che il muro andava smantellato e i palestinesi risarciti per i danni subiti. Ci sono molti altri esempi, quali problemi di insediamenti, punizione collettiva, forza eccessiva, condizioni carcerarie e una varietà di violenze su bambini.

In conclusione, pretendendo di punire il Comitato per i Diritti Umani, l’amministrazione Trump, in rappresentanza del governo statunitense, sta molto più punendo sé stessa, così come i popoli del mondo.  Tutti traiamo beneficio da un quadro istituzionale solido e legittimato per la promozione e la protezione di diritti umani vitali. L’affermazione di un pregiudizio antisraeliano nel HRC è una falsa politica diversiva. La concentrazione più vera sarebbe sulla violazione quotidiana dei diritti più fondamentali del popolo palestinese. Questa è la tragica realtà che l’ONU non è stata capace di superare. Questo è tutto quanto ci serve sapere.

Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/the-u-s-withdraws-again-from-the-un-human-rights-council/

Originale: Richardfalk.com

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2018 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

 

IL RITIRO STATUNITENSE DAL COMITATO DELL’ONU PER I DIRITTI UMANI

http://znetitaly.altervista.org/art/25296

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