IL RITORNO DELL’AUTORITARISMO POLITICO

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di Noam Chomsky e CJ Polychroniou  – 26 luglio 2018

 

Dopo la fine della seconda guerra mondiale la democrazia liberale ha cominciato a fiorire nella maggior parte del mondo occidentale e le sue istituzioni e i suoi valori furono ambiti da movimenti e individui9 sotto regimi autoritari e oppressivi. Tuttavia, con l’ascesa del neoliberismo, sia le istituzioni sia i valori della democrazia moderna sono finiti rapidamente e continuamente sotto attacco in un tentativo di estendere la logica della massimizzazione del profitto e le pratiche del capitalismo in tutti gli aspetti della vita economia e sociale.

Abbozzata a grandi linee, questa storia spiega il ritorno di tendenze politiche autoritarie nelle società occidentali odierne, compresa l’ascesa di movimenti di estrema destra i cui seguaci si sentono minacciati dai processi scatenati da politiche economiche neoliberiste. Anche nei paesi ex comunisti e nel mondo non occidentale, nel frattempo, l’autoritarismo è in ascesa, in parte come residuo di eredità autoritarie e in parte come reazione a minacce percepite poste alla cultura nazionale e all’ordine sociale dal capitalismo globale.

E’ possibile contrastare questa ascesa del populismo estremo? In questa esclusiva intervista a Truthout, il linguista di fama mondiale e intellettuale pubblico Noam Chomsky – autore di più di cento libri e di migliaia di articoli accademici e saggi popolari – offre le sue opinioni uniche su questo e altro, introducendo nell’analisi problemi e domande raramente affrontati nei dibattiti correnti che hanno luogo oggi sul ritorno dell’autoritarismo politico.

C.J.Polychroniou: Nel 1992 Francis Fukuyama ha pubblicato un libero intellettualmente imbarazzante intitolato ‘La fine della storia e l’ultimo uomo’, nel quale profetizzava la ‘fine della storia’ dopo la caduta del blocco comunista, sostenendo che la democrazia liberale sarebbe divenuta la “forma finale di governo umano” del mondo. Tuttavia, quello che è successo in particolare in questo decennio è che le istituzioni e i valori della democrazia liberale sono finiti sotto attacco da schiere di leader autoritari in tutto il mondo, e nazionalismo estremo, xenofobia e tendenze “fasciste moderate” hanno cominciato a riplasmare il paesaggio politico in Europa e negli Stati Uniti. Come spieghi il ritorno dell’autoritarismo politico nella parte iniziale del ventunesimo secolo?

Noam Chomsky: Il “paesaggio politico” è in effetti sinistro. Anche se le circostanze politiche e sociali di oggi sono molto meno cupe, tuttavia richiamano alla mente l’avvertimento di Antonio Gramsci dal carcere di Mussolini a proposito della grave crisi del suo tempo che “consiste precisamente nel fatto che il vecchio sta morendo e il nuovo non può essere partorito [e] in questo interregno appare una grande varietà di sintomi morbosi”. Un sintomo morboso è il ritorno dell’autoritarismo politico, una questione di grande importanza che giustamente sta ricevendo molta attenzione nel dibattito pubblico. Ma “una grande attenzione pubblica” dovrebbe essere sempre un segnale di allarme: la forma data ai problemi riflette interessi di potere che distolgono l’attenzione da quelli che potrebbero essere i fattori più significativi delle preoccupazioni generali? Nel caso presente io penso che sia così e prima di passare alla questione molto significativa del ritorno dell’autoritarismo politico vorrei parlare di questioni collegate che non mi pare ricevano l’attenzione che meritano e in realtà sono quasi totalmente escluse da un’estesa attenzione pubblica.

E’ del tutto vero che “le istituzioni e i valori della democrazia liberale sono sotto attacco” in una misura inusuale, ma non solo dai leader autoritari e non per la prima volta. Suppongo che tutti concorderebbero che primario tra i valori della democrazia liberale sia che il governo dovrebbe essere recettivo agli elettori. Se non è così, la “democrazia liberale” è una farsa.

E’ stato solidamente stabilito che non è così. Un ampio lavoro nel campo delle scienze politiche prevalenti mostra che la maggioranza degli elettori non è rappresentata dai propri rappresentanti eletti, che ascoltano voci diverse: le voci della classe donatrice, della grande ricchezza e del settore industriale (Martin Gilens, Affluence and Influence: Economic Inequality and Political Power in America, Princeton University Press, 2014; Benjamin Page and Martin Gilens, Democracy in America? What Has Gone Wrong and What We Can Do About It, University of Chicago press, 2017; Larry Bartels, Unequal Democracy: The Political Economy of the New Gilded Age, seconda edizione, Princeton University Press, 2018, tra altri). Inoltre il penetrante lavoro di Thomas Ferguson rivela che da molto tempo le elezioni sono sostanzialmente comprate, compreso il Congresso arrivando fino al presente, 2016.

Questi fatti, già da soli, mostrano che il furore riguardo all’asserita interferenza russa nel nostro immacolato processo democratico rivela un profondo indottrinamento … in valori capitalisti, non democratici.

Inoltre, quelli che considerano particolarmente problematica l’interferenza straniera nonostante la sua marginalità, dovrebbero chiaramente guardare altrove. Non è neppure in questione che Israele interferisca massicciamente nelle elezioni e nel governo statunitensi, orgogliosamente e ostentatamente. Un caso recente che è stato insolitamente sfrontato è stato nel 2015, quando il primo ministro Netanyahu ha tenuto un discorso al Congresso senza neppure informare il presidente Obama, al fine di compromettere il suo programma sull’Iran, un mero frammento degli sforzi costanti e di vasta portata di Israele per influenzare la politica statunitense.

Mettendo da parte queste questioni secondarie, il principale attacco alle istituzioni e valori della democrazia liberale proviene dalle potenti classi industriali, in intensificazione dall’epoca di Reagan con entrambi i partiti politici deviati a una maggior subordinazioni ai loro interessi, i Repubblicani in misura così estrema che oggi a malapena possono essere considerati un partito politico. Chiunque trovi sorprendente questo deve essere disinformato riguardo alla società statunitense e a come funziona. Ormai con il potere economico scatenato dai suoi servi nel Partito Repubblicano, il tradizionale attacco dell’industria alle “istituzioni e valori della democrazia liberale” ha raggiunto livelli che non si vedevano dall’Età dell’Oro, ammesso che si vedessero allora.

Naturalmente è del tutto legale comprare elezioni, mandare lobbisti in uffici del Congresso a scrivere leggi e in altri modi “a modellare la politica pubblica in un modo che serva interessi circoscritti [del potere privato]”, in verità essi costituiscono “una parte essenziale, non accidentale della… strategia d’impresa”, scrive Zephyr Teachout in uno studio prezioso. Le ricerche hanno dimostrato, aggiunge, che l’investimento di un amministratore delegato per modificare leggi al fine di ridurre le aliquote fiscali a carico delle imprese produce un ritorno molto maggiore di un investimento per ridurre i costi di produzione. C’è poco da meravigliarsi che tutto questo sia strategia d’impresa normale.

La Teachout cita una sentenza della Corte Suprema del 1874 che concludeva che: “Se una qualsiasi delle grandi imprese del paese dovesse assumere avventurieri che si propongono sul mercato per promuovere i loro interessi privati, il senso morale di ogni persona perbene denuncerebbe istintivamente l’assuntore e l’assunto come imbevuti di corruzione”. Ciò era, naturalmente, prima che l’ideologia del primato delle imprese fosse salito al livello di “senso comune egemone”, in termini gramsciani. La netta transizione illustra bene la forza dell’indottrinamento in una società con una comunità imprenditoriale potente e con una forte coscienza di classe.

Il progetto Reagan-Thatcher di rafforzare un potere imprenditoriale senza vincoli, attuato ed esteso dai successori, è stato il riflesso politico di una campagna dedicata e coordinata da parte delle classi imprenditoriali per invertire la “crisi di democrazia” degli anni ’60 che aveva profondamente preoccupato le élite liberali internazionali che avevano dedicato la prima importante pubblicazione della Commissione Trilaterale a questa grave malattia. La loro principale preoccupazione era l’accresciuto coinvolgimento delle classi popolari nell’arena politica per insistere sulle loro richieste, il che impone troppa pressione sullo stato, minacciando (anche se ciò resta implicito) il dominio del mondo imprenditoriale. Come osservò nostalgicamente il relatore statunitense, professore a Harvard di scienza del governo, Samuel Huntington: “Truman era stato in grado di governare il paese con la collaborazione di un numero relativamente ristretto di avvocati e banchieri di Wall Street”, ma quei giorni felici erano svaniti sotto l’attacco della vasta maggioranza, il cui ruolo in una democrazia liberale consiste nell’essere passiva e acquiescente, una dottrina con un ricco pedigree che ho esaminato altrove.

Quello era l’estremo liberale dello spettro politico. Verso l’estremo conservatore, al tempo stesso, l’influente “Memorandum Powell”, indirizzato alla Camera di Commercio dall’avvocato societario Lewis Powell (successivamente nominato alla Corte Suprema da Richard Nixon), sollecitava una guerra aperta da parte del mondo imprenditoriale per difendersi dalla virtuale presa del paese da parte di forze radicali che stavano distruggendo la “libera impresa” sotto la guida di Ralph Nader, Herbert Marcuse e altri “estremisti pericolosi”.

I messaggi sono praticamente gli stessi, ma la retorica è molto diversa. La retorica liberale è largamente riservata, mentre la retorica dell’industria arriva alla frenesia di un bambino di tre anni che ha tutti i giocattoli e lamenta che potrebbe essergliene tolto uno.

Il mondo imprenditoriale, naturalmente, non aveva bisogno di questi solleciti per dedicare le sue risorse a invertire il progresso democratico e il capitalismo disciplinato di grande successo dell’era postbellica che stava effettivamente invadendo il potere delle imprese e minacciando in misura cruciale il tasso di profitto, come ha dimostrato l’economista politico Robert Brenner. Il contrattacco neoliberista ha sostanzialmente respinto queste minacce, aumentando acutamente il potere privato e la ricchezza di un segmento minuscolo della popolazione, lasciando la maggioranza ad affrontare la stagnazione o il declino economico, vite sempre più precarie e la perdita naturale di influenza politica mentre il potere economico privato concentrato guadagna un dominio addirittura maggiore di prima.

Tutto questo continua dopo la ripresa dalla crisi finanziaria-immobiliare che procede sotto Obama e Trump. Il rapporto più recente del Dipartimento del Lavoro rileva che: “Da maggio 2017 a maggio 2018 il salario orario medio reale è sceso dello 0,1 per cento, dato destagionalizzato. La diminuzione del salario orario medio reale sommata a un aumento dello 0,6 per cento della settimana lavorativa media ha prodotto un aumento dello 0,5 per cento del salario settimanale reale medio in tale periodo”. Nel frattempo l’impennata dei profitti industriali è ulteriormente gonfiata dalla truffa fiscale che è il gioiello della corona del Partito Repubblicano di Trump, utilizzata in modo schiacciante per acquisizioni e altri espedienti per arricchire i ricchi, anziché per investimenti produttivi che avvantaggerebbero la società e aumenterebbero i salari.

L’altra faccia della medaglia è l’aggressione Reagan-Thatcher ai sindacati, oggi fatta progredire dall’autorizzazione del diritto allo scrocco (in terminologia orwelliana leggi sul “diritto al lavoro”) da parte della Corte Suprema più reazionaria da un secolo a questa parte. La dottrina guida consiste nel creare un mondo di individui isolati alla mercé del potere privato concentrato in accordo con la dottrina della Thatcher che “la società non esiste”, l’inconsapevole parafrasi da parte della Thatcher dell’amara condanna di Marx dei leader autoritari che cercavano di trasformare la società in un “sacco di patate”.

Ci sono altre fonti del malessere della popolazione generale. La radicale finanziarizzazione dell’economia negli anni neoliberisti e la priorità data al valore per gli azionisti, accelerata dai “Ragazzi di Chicago” di Reagan, hanno spostato nettamente il comportamento delle imprese dal modello conserva-e-investi degli anni della grande crescita del capitalismo reggimentato, all’”economia delle acquisizioni” della reazione neoliberista, questioni indagate con grande profondità da William Lazonick.

La Apple, la più grande impresa del mondo per valore di mercato, era un tempo dedita a produrre innovazione e sviluppo. Sotto il suo nuovo amministratore delegato, Tim Cook, è diventata il “re dei riacquisti di azioni proprie” arricchendo azionisti e dirigenza. Altri hanno fatto in larga misura lo stesso. Lazonick stima che “trilioni di dollari che avrebbero potuto essere spesi in investimenti produttivi sono stati invece usati per riacquistare azioni al fine di far salire i prezzi delle azioni” arricchendo i ricchi ma non offrendo lavoro significativo e costante o beni utili. La truffa fiscale Repubblicana del 2018 sta avendo gli stessi effetti, tutti a danno dei lavoratori e della popolazione generale. Il rapido aumento della speculazione ha avuto conseguenze simili. Lo stesso vale per le ripetute crisi finanziarie seguito alle liberalizzazioni, che hanno gravemente danneggiato i poveri e i lavoratori, anche se non più i colpevoli dell’industria finanziaria che sono salvati dal pubblico ed emergono più ricchi di prima.

Esistono rimedi ma i loro promotori restano per ora ai margini dell’economia politica. Anche se forse non ancora per molto.

Queste sono, certo, generalità. Come la maggior parte dei processi complessi, l’ascesa di leader autoritari e le concomitanti tendenze antisociali sono sovradeterminate. Ci sono molti altri fattori specifici ma l’essenza, penso, è in linea con quanto appena delineato.

Gli odierni leader autoritari più potenti – ad esempio Vladimir Putin in Russia, Viktor Orbàn in Ungheria, Recep Tayyip Erdogan in Turchia, Bibi Netanyahu in Israele e Donald Trump negli USA; per citarne solo alcuni – stanno godendo di una diffusa popolarità presso le masse e accade, di fatto, che siano saliti al potere con mezzi democratici. Che cosa sta succedendo? C’è qualcosa di sbagliato nella democrazia odierna?

Qui entrano in gioco cause specifiche.

Nel caso delle democrazie occidentali – Trump, Europa occidentale – quel che non va nella democrazia odierna è il suo declino, con il relativo attacco alle prospettive di una vita decente mentre il sistema politico fallisce ancor più del normale sotto il controllo del potere privato concentrato e dunque diviene meno rispondente ai bisogni umani. Queste sono conseguenze naturali della concentrazione di ricchezza sotto l’assalto neoliberista alle tendenze socialdemocratiche dei primi decenni postbellici. Dovrebbe essere ricordato che la Grande Depressione e la seconda guerra mondiale scatenarono forze democratiche radicali in gran parte del mondo e anche se la reazione del mondo imprenditoriale fu rapida (ad esempio la legge Taft-Hartley del 1947), essa fu azzittita fino alle perturbazioni degli anni ’70 che offrirono un’occasione per una vigorosa guerra di classe.

Merita anche di essere ricordato il riconoscimento piuttosto tardivo, nel 1978, del presidente del sindacato United Auto Workers, Doug Fraser, che gli imprenditori avevano “scelto di condurre una guerra di classe unilaterale in questo paese, una guerra contro i lavoratori, i disoccupati, i poveri, le minoranze, i giovanissimi e i vecchi e persino molti della classe media nella nostra società” e avevano “infranto e scartato il fragile patto non scritto esistente in precedenza in un periodo di crescita e di progresso”. Di fatto la guerra di classe era in corso negli ultimi anni del New Deal anteguerra ma non era ancora unilaterale, poiché esisteva un vigoroso movimento sindacale, bersaglio di una rabbiosa e sempre più unilaterale guerra di classe negli anni postbellici.

In Europa l’attacco alla democrazia è amplificato dalle istituzioni fortemente antidemocratiche dell’Unione Europea. Grandi decisioni sulla politica sono prese dalla Troika non eletta – Commissione Europea, Fondo Monetario Internazionale (FMI), Banca Centrale Europea – con le banche del nord al loro fianco. La popolazione ha poco da dire e lo sa, un forte motivo del generale crollo dei partiti di centro che avevano governato i paesi dalla seconda guerra mondiale.

In unindagine molto rivelatrice l’economista Mark Weisbrot esamina i rapporti delle regolari consultazioni del FMI con i governi membri dell’Unione Europea. Ha scoperto “uno schema considerevolmente costante e inquietante”. La crisi finanziaria è stata sfruttata come occasione per saldare le riforme neoliberiste: tagli alla spesa nel settore pubblico anziché aumenti delle imposte, sussidi e pubblici servizi ridotti, tagli all’assistenza sanitaria, indebolimento della contrattazione collettiva e, in generale, mosse per creare una società “con minor potere negoziale del lavoro e salari più bassi, più disuguaglianza e povertà, un governo e reti di sicurezza sociale più ristretti e misure che riducono la crescita e l’occupazione”.

“I documenti del FMI”, conclude Weisbrot, “dettagliano l’agenda dei decisori della politica dell’Europa che ne hanno realizzato una considerevole parte negli ultimi cinque anni”. L’agenda è molto famigliare negli USA e di fatto dovunque sia proceduto l’assalto neoliberista.

In Gran Bretagna, Thatcher-Major e il New Labour di Blair, seguiti dall’austerità dei Conservatori, hanno avuto effetti simili. Il movimento di Corbyn è una reazione incoraggiante, duramente contrastata dalla dirigenza del Partito Laburista e dalla maggior parte dei media.

Gli altri casi citati hanno caratteristiche loro proprie.

Putin sembra essere stato genuinamente popolare lungo tutto il suo mandato. Gli abitanti della Crimea, risulta, appoggiano l’acquisizione russa. Sembrava ci fossero delle possibilità di sviluppi socialdemocratici in Russia dopo il crollo dell’Unione Sovietica, forse persino collegamenti di mutuo sostegno con l’Europa socialdemocratica. Tali speranze sono state infrante dai duri effetti delle riforme di mercato appoggiate dagli Stati Uniti che hanno devastato l’economia e determinato milioni di morti, oltre ad aver aperto la via a un’immensa corruzione quando gli oligarchi si sono impossessati del patrimonio statale. Putin è stato considerato dal pubblico un correttivo del disastro neoliberista e del declino della Russia sulla scena mondiale. Autoritario senza dubbio, spesso brutale ma, sembra, popolare.

Anche in Israele la coalizione di destra nazionalista-religiosa è genuinamente popolare. Le minacce a Netanyahu arrivano principalmente dalla sua destra. Questo è decisamente un cambiamento da quando Israele conquistò terre palestinesi nel 1967 e subito avviò i suoi programmi illegali di insediamento. Il cambiamento era stato predetto in anticipo da quelli che capivano la dinamica naturale di schiacciare la gente sotto gli stivali. Un commentatore che fu particolarmente schietto fu il rispettato saggio israeliano Yeshayahu Leibowitz. Egli condannò duramente l’occupazione, non per interesse nei confronti dei palestinesi per il cui destino egli manifestò unicamente disprezzo, ma per il prevedibile effetto sugli ebrei che, egli avvertiva, sarebbero diventati “nazisti-giudei” nel portare avanti i loro compiti di repressione e cacciata.

I segni sono ormai spettacolari, sia nelle azioni sia nelle leggi, entrambe riguardo agli atti criminali nei territori occupati e alla svolta a un razzismo non mascherato in patria. I territori occupati includono Gaza, nonostante Israele affermi il contrario, il che non è accettato nemmeno dai leali sostenitori statunitensi di Israele. Con la piena consapevolezza che la patria di due milioni di persone probabilmente diverrà letteralmente “invivibile” nel giro di pochi anni, come hanno predetto osservatori internazionali, Israele mantiene la sua morsa, intesa ufficialmente a mantenere “a dieta” la popolazione mentre l’autodefinito “esercito più morale del mondo” persevera in atrocità che fanno inorridire il mondo.

Anche la Turchia è un caso speciale, con una storia lunga e complessa da quanto ha preso forma l’attuale stato turco dopo la prima guerra mondiale.  Restando a tempi recenti, negli anni ’90 la Turchia è stata la scena di una delle peggiori atrocità del periodo durante la campagna terroristica di stato contro i curdi. Sono state uccise decine di migliaia di persone, migliaia di paesi e villaggi sono stati distrutti, centinaia di migliaia – forse milioni – sono stati cacciati dalle loro case, alcuni oggi che sopravvivono a malapena in edifici abbandonati di Istanbul. Il principale appoggio ai crimini dello stato è venuto da Washington: Clinton ha fornito l’ottanta per cento delle armi con un flusso crescente mentre aumentavano le atrocità. Poco è stato riferito, naturalmente, anche se le principali testate giornalistiche avevano uffici in Turchia. Gran parte delle informazioni disponibili proviene dai dettagliati rapporti dell’eccezionale ricercatore di Human Rights Watch, Jonathan Sugden, così eccezionale che alla fine è stato espulso dal governo. Particolarmente significativo è stato un rimarchevole gruppo di intellettuali turchi – eminenti scrittori, artisti, giornalisti, editori e altri – che non solo hanno denunciato i crimini, ma hanno intrapreso azioni di disobbedienza civile, rischiando e a volte subendo lunghe e severe punizioni. Non conosco nessun gruppo come loro in nessun altro posto.

Al volgere del secolo la situazione stava migliorando, presto molto considerevolmente, compresi i primi anni di Erdogan. Ma presto sotto la sua guida è iniziata la regressione ed è divenuta estremamente grave. La Turchia ha detenuto il peggior primato del mondo nella persecuzione di giornalisti e la repressione si è estesa agli accademici e a molti altri. Sono aumentati attacchi malvagi contro aree curde. Il paese è diviso tra un settore laico liberale-di sinistra e una popolazione profondamente religiosa, principalmente rurale. Devoto islamista, Erdogan ha raccolto sostegno in tale settore e si basa su di esso per creare uno stato autoritario duro e repressivo con forti elementi islamisti. Quello che sta succedendo è particolarmente doloroso da osservare, non solo a causa dei crimini, ma a causa delle prospettive di speranza che esistevano solo pochi anni fa e del fatto che la Turchia poteva operare da prezioso ponte, culturalmente ed economicamente, tra l’Ovest e l’Est.

L’Ungheria è un altro caso speciale. E’ un’isola culturale/linguistica che avuto considerevoli risultati culturali e anche un’odiosa storia di fascismo e di collaborazione con i nazisti. Da quanto ho letto – non ho una conoscenza da vicino – il paese è stato a lungo ossessionato dalla paura del declino, persino della scomparsa, paure esacerbate dal passaggio di profughi attraverso l’Ungheria verso l’Europa occidentale. La popolazione sta diminuendo, in parte per bassa fertilità, in parte per un grande esodo a Ovest. Orban ha sfruttato queste paure per costruire una “democrazia illiberale” dedita a “salvare l’Ungheria” e i “valori tradizionali” con i soliti elementi xenofobi e razzisti di tali appelli.

C’è molto altro da dire riguardo al razzismo in Europa, non visibile quando le popolazioni sono molto omogenee, ma presto evidente non appena c’è una qualsiasi “contaminazione” da parte di quelli che sono un po’ differenti. E non c’è bisogno di commentare la storia degli ebrei e dei Rom sino ai giorni nostri.

Parlando di leader autoritari, sono rimasto sconcertato dalla reazione della dirigenza politica statunitense alla gestione di Trump del vertice di Helsinki con Putin. Che cosa c’è di sbagliato nell’idea che Russia e Stati Uniti collaborino per affrontare i principali problemi internazionali che oggi il mondo ha di fronte, compresa la minaccia delle armi nucleari? Qual è la tua reazione al riguardo? Trump ha sbagliato? E’ stato “antiamericano”?

Certamente non c’è nulla di sbagliato nel fatto che USA e Russia cerchino un riavvicinamento e una collaborazione su tali problemi. E’ essenziale per speranze di un futuro migliore, persino per la sopravvivenza. La Russia non dovrebbe rifiutarsi di trattare con gli USA e (se fosse immaginabile) non dovrebbe imporre sanzioni agli USA e alla Gran Bretagna perché hanno invaso e devastato l’Iraq con tutte le odiose conseguenze regionali o (con la Francia) distrutto la Libia con effetti terribili dall’Africa occidentale al Levante, assieme ad altri crimini troppo numerosi per citarli tutti. O il contrario (mettendo da parte la dimensione dei crimini).

Ci sono numerosi problemi sui quali i paesi devono collaborare, e a volte lo fanno, come in Siria per evitare scontri che potevano scatenare una guerra. Le necessità sono molto maggiori al confine russo, dove, in conseguenza dell’espansione della NATO e dell’accumulo di forze, potrebbero facilmente verificarsi incidenti con conseguenze indescrivibili. Ci sono molti altri casi in cui scambi seri sono necessari. Ancor di più sui temi del nucleare. Come abbiamo discusso altrove, i programmi di Obama di modernizzazione delle armi nucleari hanno aumentato il “potere di uccidere” in misura sufficiente a creare “esattamente quello che ci si aspetterebbe se uno stato dotato di armi nucleari stesse programmando di avere la capacità di combattere e vincere una guerra nucleare disarmando i nemici con un primo attacco a sorpresa”, come spiegato in un importante studio del Bollettino degli Scienziati Atomici. I programmi atomici di Trump accrescono ancora di più la minaccia, con nuovi e pericolosissimi sistemi di armamenti e un grave abbassamento della soglia per una guerra nucleare, una minaccia esistenziale alla Russia e al mondo; anche l’attaccante sarebbe devastato da un primo attacco. Sotto George W. Bush gli Stati Uniti si sono ritirati dal Trattato Anti-Missili Balistici, un’altra grave minaccia alla Russia. Le iniziative e le reazioni russe nel campo degli armamenti potenziano anch’esse la minaccia di una distruzione terminale. Passando a Trump, le sue azioni non hanno nessunissimo senso se sono guidate da qualche strategia geopolitica. Da un lato parla educatamente con Putin (alcuni dicono genuflettendosi) e sollecita la riduzione delle tensioni mentre dall’altro sta considerevolmente intensificando le tensioni e le minacce. Il programma nucleare appena citato è un esempio molto serio. Egli sta anche mandando armi in Ucraina e aumentando le forze e le operazioni della NATO sul confine russo, azioni che qualsiasi leader russo considererebbe una minaccia grave. Alla Russia sono state imposte sanzioni più dure, che non è per nulla ignara delle crescenti minacce; come potrebbe esserlo? La stampa finanziaria, citando rapporti del Tesoro statunitense, osserva che la Russia sta “liquidando attività in dollari a un ritmo record, vendendo quattro quinti della sua riserva di titoli di debito del governo USA, 81 miliardi di dollari in valore, in un periodo di due mesi” al fine di salvaguardare gli attivi nel caso le relazioni continuassero a deteriorarsi. Anche se le politiche di Trump non hanno alcun senso da un punto di vista geostrategico, trovano spiegazione in base al presupposto che egli continui a perseguire il suo programma “Io per primo”, e al diavolo le conseguenze per il mondo, questioni che ho già discusso in altra occasione. Il programma consiste nel conservare la lealtà della sua base e nel garantire che resterà leale nel caso l’inchiesta Mueller si inventi qualcosa che lo danneggi. Il punto centrale della sua conferenza stampa con Putin, duramente condannato dall’opinione dell’élite, è stato il suo tentativo di screditare Mueller. La tattica sta funzionando molto bene. Una vasta maggioranza dei Repubblicani approva il modo in cui Trump ha trattato con Putin e sondaggi mostrano che l’immagine pubblica di Mueller è a minimi storici.

Nel frattempo la forte escalation e le forti minacce soddisfano i falchi della sicurezza nazionale.

Questi ultimi costituiscono uno spettro vasto. Anche se a volte è difficile da credere, non possiamo trascurare il fatto che i moderati più rispettati affermano con fermezza dottrine che sono, del tutto letteralmente, troppo fuori dal mondo per discuterne. Ad esempio Richard Haass, uno studioso e diplomatico rispettato e a lungo presidente dell’influente Comitato sulle Relazioni con l’Estero, ci insegna, restando serio, che “l’ordine internazionale per quattro secoli è stato basato sulla non interferenza negli affari interni di altri e sul rispetto della sovranità. La Russia ha violato tale norma impossessandosi della Crimea e interferendo nelle elezioni statunitensi del 2016. Dobbiamo trattare la Russia di Putin per lo stato canaglia che è”.

Si resta senza parole.

In Israele è stata appena approvata una legge controversa sullo “stato-nazione ebreo” che non fa alcuna menzione dei diritti delle minoranze. C’è qualcosa di nuovo dietro l’approvazione di questa legge che non sia sempre stato una realtà dal punto di vista israeliano?

Purtroppo all’interno di Israele la nuova legge sulla nazionalità del luglio 2018 non è mai stata controversa, anche se ha fatto inorridire l’opinione liberale in tutto il mondo. Piuttosto caratteristico è ciò che sta accadendo negli USA, che dalla guerra del 1967 sono stati i principali sostenitori di Israele. Per lungo tempo Israele è stato il beniamino dell’opinione liberale e progressista. Oggi ciò è cambiato considerevolmente. “Secondo un’indagine del Pew Research Center di aprile [2018] autodefiniti liberali Democratici hanno avuto il doppio di probabilità di simpatizzare con i palestinesi contro Israele di quanto ne avessero solo due anni fa. Il quaranta per cento dei liberali ha simpatizzato di più con i palestinesi, il massimo dal 2001, mentre il 33 per cento ha simpatizzato di più con Israele”.

Il sostegno a Israele è passato alla destra ultranazionalista e ai cristiani evangelici, molti dei quali associano un appassionato sostegno a Israele alla dottrina che il Secondo Avvento, forse prestissimo, consegnerà tutti gli ebrei ai tormenti della perdizione eterna, con l’eccezione dei pochissimi che scopriranno Cristo in tempo, un livello di antisemitismo senza uguali neppure nella Germania nazista.

Israele è ben consapevole di star perdendo sostegno tra i settori dell’opinione mondiale che hanno almeno un po’ di considerazione per i diritti umani e civili. Sta perciò cercando di espandere la sua base di sostegno a est, principalmente in Cina e India, quest’ultima che sta diventando un alleato molto naturale per numerose ragioni, compresa la deriva in entrambe le società verso l’ultranazionalismo, politiche interne reazionarie e odio per l’Islam. Sta anche rassodando quelle che erano state alleanze tacite con gli stati arabi più reazionari e brutali, Arabia Saudita e UAE, cui ora si unisce l’Egitto sotto l’attuale dura dittatura militare.

La nuova legge sulla nazionalità dichiara Israele stato-nazione del popolo ebreo, declassa lo status dell’arabo e autorizza formalmente comunità per soli ebrei. In effetti apre qualche strada nuova, ma non molta. Quella che è nuova è principalmente l’elevazione di tali principi razzisti a Legge Fondamentale, a uno status costituzionale. Molto tempo addietro la più alta corte di Israele stabilì che Israele è “lo stato sovrano del popolo ebreo”, ma non lo stato del suo venti per cento di cittadini non ebrei, essenzialmente la stessa dottrina.

Uno dei pochi critici eloquenti della nuova legge, il fine scrittore israeliano Yitzhak Laor, ci ricorda che nei dibattiti sulla Legge Fondiaria del 1960 Zerach Warhaftig, un fondatore del Partito Nazionale Religioso e firmatario della dichiarazione d’indipendenza, dichiarò che: “Vogliamo essere chiari che la terra di Israele appartiene alla nazione di Israele. Nazione di Israele è un concetto più vasto della nazione che vive a Sion, perché la nazione di Israele si trova nel mondo intero… [In questa nuova legge] c’è una grandissima novità legale; stiamo dando copertura legale alle norme del Keren Kayemet le Yisrael [Fondo Nazionale Ebreo, o JNF” (tradotto dall’ebraico).

Le regole del JNF, a loro volta, obbligano l’organizzazione a operare a beneficio delle “persone di razza, religione o origine ebrea”. Si può aggiungere che queste violazioni radicali dei diritti civili sono finanziate dai contribuenti statunitensi grazie allo status di esenzione fiscale del JNF in quanto organizzazione di beneficienza.

Warhaftig aveva molta ragione quasi sessant’anni fa. Una serie di norme legali e amministrative è stata stabilita per assicura che il JNF abbia autorità su tutte le terre statali – il 93 per cento del territorio del paese – e dunque l’autorità di assicurare che le terre siano riservate ai soli ebrei, con eccezioni minori e derisorie. Dettagli sono esposti e documentati nel mio libro Towards a New Cold War (1982).

Laor ci ricorda che da quando la legge è stata promulgata “sono stati creati 700 insediamenti per soli ebrei, a parte alcun città (che meritano il ridicolo) per beduini (sfollati)”. Nel frattempo il 20 per cento della minoranza non ebrea è stato ristretto nel 2 per cento della terra assegnatale quando lo stato fu fondato settant’anni fa.

Nel 2000 gli accordi razzisti di amministrazione delle terre sono finalmente arrivati all’Alta Corte di Israele. Essa ha emesso una sentenza circoscritta che garantiva agli appellanti, una coppia di professionisti arabi, il diritto di trasferirsi nella cittadina totalmente ebrea di Katzir. Molto presto hanno cominciato a essere escogitate soluzioni per aggirare la legge, ma ora non è più necessario, poiché la segregazione è legalmente autorizzata dalla Legge Fondamentale.

Molto di questo dovrebbe essere familiare agli statunitensi. I progetti di case popolari del New Deal erano limitai ai bianchi da leggi rimaste in vigore fino ai tardi anni ’60, quando era troppo tardi per aiutare gli afroamericani perché stavano arrivando al termine gli anni postbellici di crescita rapida e ugualitaria che offrivano loro alcune opportunità, e stava per arrivare l’assalto neoliberista con l’imposizione della stagnazione. Un altro capitolo cupo della storia del razzismo negli Stati Uniti.

Anche familiare agli statunitensi è l’isolamento degli USA nel sostegno a tali misure (con le attraenti eccezioni già citate) che ora raggiunge nuovi livelli nell’amministrazione Trump. Negli ultimi giorni del regime dell’Apartheid in Sudafrica, Reagan fu l’unico al mondo ad appoggiarlo, persino negando l’esistenza dell’Apartheid, persino dopo che la Thatcher e Israele avevano abbandonato la nave che affondava. Potremmo anche ricordare che durante gli ultimi spasimi dell’Apartheid, nel 1988, l’amministrazione Reagan dichiarò il Congresso Nazionale Africano di Nelson Mandela “uno dei più famigerati gruppi terroristici” del mondo. Pur se molto onorato internazionalmente, Mandela restò nella lista statunitense dei terroristi sino al 2008, quando alla fine una risoluzione del Congresso gli consentì di entrare nella “terra dei liberi” senza speciali dispense.

Spesso c’è davvero poco di nuovo sotto il sole.

La Banca Mondiale continua ad appoggiare regimi autoritari in tutto il Sud Globale offrendo finanziamenti e salvataggi. Come possono l’ONU e governi democratici occidentali tollerare una tale posizione da parte della Banca Mondiale?

Purtroppo la risposta è sin troppo chiara. Come illustrano costantemente le loro pratiche, i “governi democratici occidentali” perseguono simili politiche con entusiasmo. Dovrebbe essere superfluo illustrarlo, ma poiché viviamo in un’atmosfera di autocelebrazione, potrebbe essere utile prendere in considerazione almeno un esempio. Si prenda il Congo, che dovrebbe essere uno dei paesi più ricchi e avanzati del mondo, con enormi risorse e nessuna minaccia; dai suoi vicini, cioè. Quando l’Europa stava saccheggiando l’Africa il Congo era dominio di re Leopoldo del Belgio, i cui crimini odiosi superavano persino gli standard normali dell’occidente “illuminato”. Non mancò di subire censure. Nella famosa undicesima edizione della Britannica l’articolo sul monarca elogia i suoi risultati ma aggiunge in effetti una frase alla fine affermando che trattava aspramente i suoi sudditi, massacrando milioni e ordinando torture atroci per ottenere più gomma per i suoi forzieri straripanti.

“L’orrore, l’orrore” alla fine terminò nel 1960, quando il Congo dichiarò l’indipendenza. La sua figura guida fu il giovane carismatico Patrice Lumumba, che avrebbe potuto liberare il Congo dalla miseria e dal colonialismo. Ma non doveva andare così. Alla CIA fu assegnato il compito di assassinarlo, ma ci arrivarono prima i belgi e, assieme ad altre democrazie liberali, contribuirono a precipitare di nuovo il Congo nel terrore nella distruzione sotto la guida del favorito dell’occidente, l’omicida cleptomane Mobutu, che assicurò che le ricchezze del Congo fluissero nella direzione giusta. Facendo un avanti veloce all’oggi, tutti quelli che si godono smartphone e altre delizie tecnologiche beneficiano dei ricchi minerali del Congo orientale, consegnati alle multinazionali che volteggiano nei paraggi da milizie in guerra e predoni del Ruanda sostenuto dagli Stati Uniti, mentre il conto delle vittime ammonta a molti milioni.

Perché le democrazie occidentali tollerino il sostegno a regimi autoritari è tutt’altro che un mistero.

Che cosa pensi ci voglia per fermare la diffusione dell’autoritarismo politico in tutto il globo?

Il consiglio famigliare, facile da dire, difficile da attuare, ma se c’è un altro modo è tenuto in grande segretezza: impegno onesto, dedicato, coraggioso e persistente, che vada dall’istruzione e organizzazione all’attivismo diretto, attentamente affinato a fini di efficacia nelle circostanze prevalenti. Lavoro duro, lavoro necessario, il genere che ha avuto successo in passato e può averlo di nuovo.            

 

Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/the-resurgence-of-political-authoritarianism/

Originale: Truthout

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2018 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

 

 

IL RITORNO DELL’AUTORITARISMO POLITICO

http://znetitaly.altervista.org/art/25537

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