IL SENATO USA DELL’ASSOLUZIONE POLITICA VIETA A TRUMP DI FARE LA GUERRA

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tratto da: REMOCONTRO

Piero OrtecaPiero Orteca

La guerra è cosa troppo seria per quel Presidente

La luna di miele in politica estera tra il Presidente Trump e il suo stesso partito si può considerare conclusa. Una brutta tegola si è abbattuta sulla capa dell’inquilino della Casa Bianca l’altro giorno, quando ben otto senatori repubblicani hanno deciso di   votargli contro sul delicatissimo tema della “confrontation” con l’Iran. Per farla breve, il senato americano ha dato via libera alla legge che era già stata approvata dalla Camera a gennaio e che riguarda i poteri di guerra del Presidente. Evidentemente, il mondo politico statunitense ha fiutato l’aria che tira e che vede costantemente Trump col dito sul grilletto in attesa dell’occasione buona per impallinare gli ayatollah.

Presidente ‘spara twittate’

Indubbiamente, non tutti la pensano come il Presidente. Anzi, aumentano le inquietudini di qualche sua ‘sparata’ (neo vocabolario ‘spara twittate’) che metta il Paese di fronte al fatto compiuto. I congressisti non si fidano delle foie avventuristiche di Trump e cercano di raffreddare i suoi bollenti spiriti, arrivando a mettergli la museruola. In sostanza, perché di questo si tratta, nel contesto della gravissima crisi con l’Iran il Presidente non potrà prendere iniziative belliche “individuali”, senza confrontarsi prima, e ottenere un mandato preventivo dal Congresso. La risoluzione che ha bocciato gli eventuali piani di intervento di Trump rischia di ripercuotersi abbondantemente anche sulla campagna elettorale che riguarda le Presidenziali.

Iran e Palestina, rischio inciampo

La politica estera, infatti, assieme allo stato dell’economia è uno dei due fattori decisivi che influenzeranno il risultato finale di novembre. Trump si sta battendo strenuamente per ottenere un secondo mandato, ma nella fretta di mettere assieme le carte giuste, tutti gli assi che aveva raccolto gli stanno cadendo dalle maniche della camicia. Il contenzioso con l’Iran è fondamentale per il “front-runner” repubblicano: si tratta dell’architrave di tutta la sua politica mediorientale, che, unito al piano di pace per la Palestina, dovrebbe rappresentare il nocciolo duro della proposta di politica estera elaborata dalla Casa Bianca. Chiaramente, la mossa del Congresso spiazza Trump interrompendo il “tempo” delle sue mosse diplomatiche.

Lame duck, Anatra zoppa

Se dovrà chiedere di volta in volta il bene placito del parlamento il Presidente, in pratica, nei suoi rapporti con l’Iran, fatti di bastone e di carota, diventerà  una “lame-duck” (un’anatra zoppa, nello slang politico americano). Trump ha già annunciato che metterà il veto cercando una scappatoia costituzionale. In pratica costringerà il Congresso a una nuova votazione e solo in caso di un’ulteriore approvazione qualificata ( 2/3)  della proposta di legge  il ‘bill’ diventerà ‘act’, cioè legge a tutti gli effetti. Questa operazione si chiama ‘overriding’. E sarebbe un grosso guaio per la Casa Bianca, perché da un lato ridarebbe fiato ai criticoni più duri e puri della teocrazia persiana e dall’altro indebolirebbe, e di molto, la capacità di contrattare del Presidente.

Azzardo Soleimani

Gli osservatori riconducono il cambiamento di rotta così repentino del Congresso a un fatto specifico: l’uccisione mirata di Qassam Soleimani, il generale iraniano ucciso in un vero e proprio agguato organizzato dagli Stati Uniti con il probabilissimo sostegno dei servizi segreti israeliani. L’assassinio ‘mirato’ di Soleimani ha sconvolto i già tenui equilibri esistenti nella regione che va dal Golan fino a tutta la penisola arabica. Soleimani era, è certo, una specie di braccio destro della Guida Suprema iraniana, Alì Khamenei, ma era anche l’unico interlocutore di rango esistente nell’area. Sì perché il problema di fondo della diplomazia mediorientale è quello di trovare controparti credibili, con cui stabilire accordi di qualsiasi tipo.

‘Pacta sunt servandi’ ma Trump non conosce il latino

E siccome, come dicevano i romani, “ pacta sunt servanda”, Soleimani era l’uomo giusto per fare rispettare le intese raggiunte sul campo. Tra le altre cose, il generale comandante delle brigate Al Qods si era già impegnato a garantire il rispetto dell’ordine pubblico in Irak, dopo che il governo sciita (sostenuto dagli Usa) era stato messo in crisi dalle rivolte di piazza. Insomma, avere ucciso Soleimani potrebbe rivelarsi un boomerang per gli americani (https://www.remocontro.it/2020/02/15/iraq-luccisione-usa-di-soleimani-apre-le-porte-a-hezbollah/ ) e solo un favore fatto a Netanyahu che, in questo momento, vede tutto quello che è iraniano come fumo agli occhi.

 

Il Senato Usa dell’assoluzione politica vieta a Trump di fare la guerra

 

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