Il Sinai, ostacolo tra Gaza ed Egitto

admin | August 8th, 2012 – 2:15 pm

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A quasi quarant’anni di distanza, l’aviazione egiziana compare nei cieli del Sinai. Lontanissima la guerra del 1973, la “vittoria” come la chiamano gli egiziani che la festeggiano ogni 6 di ottobre. Stavolta, l’aviazione (elicotteri? Caccia?) ha solcato i cieli del Sinai per colpire quelli che l’intelligence egiziana ritiene siano i rifugi dei terroristi che hanno ucciso, il 5 agosto scorso, 16 tra soldati e guardie di frontiera. Le notizie che arrivano stamattina parlano di una ventina di vittime. Chi sono? I fiancheggiatori dell’attentato, cellule terroristiche, civili?

Su quell’attacco al posto di confine nel nord del Sinai, peraltro, c’è ancora molto da chiarire. L’unica cosa certa è il numero dei morti, 16. Su quello che è successo durante e dopo l’attacco, ci si affida alle notizie dei testimoni locali raccolte dalle agenzie di stampa. Gli assalitori si sarebbero impossessati di due mezzi, tra cui un blindato, diretti verso il posto di confine di Kerem Shalom, per entrare in Israele. Uno dei veicoli sarebbe stato fatto saltare in aria per riuscire a entrare in territorio israeliano. L’altro – dice l’esercito di Tel Aviv – è stato colpito dall’aviazione prima di attraversare la frontiera.

Sull’identità degli assalitori, regna ancora la massima confusione. Perché la confusione regna nel Sinai da molti anni, da ben prima che Hosni Mubarak fosse costretto a dimettersi per la pressione della Rivoluzione egiziana. Il Sinai era già, da anni, una spina nel fianco del defunto capo dei servizi segreti, Omar Suleyman. Gli attentati nei resort turistici, da Sharm el Sheykh, a Taba, a Dahab, hanno percorso tutto l’ultimo decennio, provocando una reazione – soprattutto contro la popolazione beduina – che non ha fatto altro che esacerbare gli animi, e approfondire la frattura tra il Sinai e il governo centrale.

Poi c’è Gaza, ovviamente. C’è l’economia dei tunnel dove passano i prodotti del mercato nero, che ha creato un settore commerciale proficuo nella Striscia, e in modo simmetrico dall’altra parte del confine. Nella Rafah gazana e nella Rafah egiziana. Un mondo a parte, insomma, con i suoi profitti, le sue regole singolari, il suo tran tran quotidiano. Un mondo a parte in cui, una sera di agosto, è scoppiato il caso più delicato e importante degli ultimi mesi. Un attacco ai militari egiziani (gli stessi che detengono ancora il potere al Cairo, e che non si sono ancora ritirati nelle loro caserme). Un attacco ai militari egiziani per mano ancora ignota: gli israeliani parlano della jihad globale, un’entità indistinta, una sorta di spectre che rischia di essere uno slogan se non si è ancor più precisi.

Estremismo jihadista? Criminalità locale? Altro? Il magma del Sinai è tutto da indagare, e gli investigatori egiziani avranno da lavorare sodo. Nel frattempo, ci sono gli equilibri interni egiziani e i rapporti tra l’Egitto e Gaza che sono stati coinvolti (e in parte travolti) dall’attentato del 5 agosto. Il neo-presidente Mohammed Morsy deve affrontare, subito, il caso Sinai, in un momento in cui la transizione dei poteri è lungi dall’essere risolta e conclusa. Nel braccio di ferro in corso da settimane tra la presidenza (civile) e il Consiglio Supremo (militare) è piombato l’attentato che ha avuto come vittime proprio i militari, i soldati. Al funerale dei 16 soldati non ha partecipato Morsy, ma solo il ministro della difesa e capo del Consiglio Supremo generale Tantawi. E non è solo un dettaglio di cronaca.

Sono, però, le relazioni tra Egitto e Gaza a essere il nodo più importante della questione. Prima di tutto, perché si è detto sin dal primo momento che gli attentatori provenivano in parte dal Sinai e in parte da Gaza, lungo un confine considerato da tutti poroso. È vero? E se è vero, cosa significa? Significa che Hamas è coinvolta, oppure che Hamas è travolta da una situazione decisamente instabile? Il governo di Ismail Haniyeh si è subito dichiarato estraneo all’attentato. Anzi, ci sono notizie che parlano di un rafforzamento della presenza armata lungo il confine, a Gaza, molto probabilmente per evitare episodi di infiltrazione dalla Striscia verso l’Egitto. Allora, la galassia islamista-jihadista dentro Gaza potrebbe essersi rafforzata, tanto da partecipare a un attentato eclatante contro gli egiziani…

Cui prodest? Non certo al governo di Ismail Haniyeh. Alla fine di luglio, il governo de facto di Hamas aveva reso noto, e con molta enfasi, che le relazioni tra Gaza ed Egitto erano profondamente cambiate. Haniyeh era andato al Cairo, aveva incontrato il neopresidente Morsy, un islamista come Haniyeh. Ikhwani entrambi. Entrambi ‘fratelli musulmani’. Il risultato pratico di quell’incontro era stata la promessa di aprire Rafah, il posto di frontiera tra Gaza ed Egitto dove passano circa 800 persone al giorno. Niente, rispetto alla richiesta palestinese di poter entrare in Egitto. Haniyeh aveva detto che gli egiziani avevano concesso 1500 ingressi al giorno, e un ammorbidimento delle procedure. Un gran respiro, per la popolazione di Gaza, chiusa ancora, dopo anni e anni, dentro quel recinto di 400 chilometri quadrati. Un gran respiro che si è subito trasformato di nuovo in apnea. Rafah è chiusa, dopo l’attentato del Sinai. E non si sa quando riaprirà, perché nel frattempo è in corso la caccia ai terroristi.

Il cambiamento profondo nelle relazioni tra Gaza ed Egitto, dunque, rischia di essere stato un cambiamento di brevissima durata. Appena una settimana. Anche perché le posizioni su Gaza, all’interno del vertice egiziano, sono decisamente contrastanti. All’apertura in grande stile di Morsy verso il governo di Hamas, fa da contraltare la posizione dei militari egiziani, che rispecchia in tutto e per tutto la posizione del vecchio regime di Hosni Mubarak e del suo numero due, Omar Suleyman. E allora, è evidente che anche Gaza fa a pieno titolo del braccio di ferro in corso tra la presidenza (civile) e il Consiglio Supremo (militare).

Stay tuned. Le prossime puntate di questa che si preannuncia una lunga storia promettono di essere interessanti. Ahimè.

La foto, conservata nella collezione Matson alla LIbrary of Congress, è datata tra 1925 e 1946. Sinai.

 

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