«Il sogno infranto dei baby campioni feriti al checkpoint dagli israeliani» di Fabio Scuto

domenica 16 febbraio 2014

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Da La Repubblica del  16 febbraio 2014


Due giovani promesse del calcio nazionale palestinese non potranno mai più scendere in campo; sarà un miracolo -dicono i medici palestinesi – se potranno riprendere a camminare.

I dottori dell’ospedale di Ramallah dicono che i due ragazzi – Jawhar Nasser Jawardi 19 anni e AdamAbd al-Rauf Halabiya di 17 – avranno bisogno di almeno sei mesi di trattamenti prima di poter sciogliere la diagnosi, che sembra però lasciare poche speranze.

Il loro sogno si è infranto il pomeriggio del 31 gennaio, mentre tornavano a casa dopo una sessione di allenamento dallo Stadio Feisal Husseini di Al-Ram, quello dove gioca e si allena la nazionale palestinese nei pressi di Gerusalemme, appena oltre il Muro di sicurezza.

La tuta sportiva, le scarpe da ginnastica e un borsone a tracolla con gli scarpini e la divisa dentro, hanno allarmato una pattuglia israeliana, che ha giudicato sospetta la loro camminata nei pressi di un checkpoint militare e ha aperto il fuoco a raffica contro la coppia senza preavviso.

Poi ha liberato i cani-poliziotto mentre i due ragazzi crollavano a terra in un lago di sangue.  

Semi-incoscienti per ferite sono stati ammanettati e portati via da un’ambulanza militare e trasportati in un ospedale israeliano di Gerusalemme dove sono stati sottoposti a una serie di interventi chirurgici, prima di essere trasferiti all’ospedale palestinese di Ramallah.

I rapporti medici indicano :

Molte partite saltano perché ai giocatosi vengono negati i passaggi di checkpoint tra le città

• che Jawhar è stato ferito da 11 proiettili – sette nella gamba sinistra, tre in quella di destra e uno nella mano sinistra

– ad Adam un solo colpo ha maciullato un piede.

Non ci sono centri specialistici in Cisgiordania, così tra le lacrime delle famiglie sono stati trasferiti al “King Hussein Medical Centre” di Amman, in Giordania, che ha la reputazione di un ospedale di eccellenza.

È furibondo Jibril Rajub, il presidente della Football Association palestinese, che ha durissime parole di condanna della sparatoria: «È la dimostrazione della brutalità dell’occupazione israeliana, del desiderio di distruggere lo sport palestinese».

Giocare al calcio in una terra sotto occupazione militare non è facile né semplice, ci vuole motivazione, impegno e tanta, tanta, pazienza.

Ambasciatore di una Palestina diversa, il calcio qui è molto più di uno sport. E accaduto nel passato che calciatori siano stati arrestati – il caso di Mahmoud Sarsak, 24 anni, mezzala della nazionale per 3 anni in cella senza un accusa e liberato nel 2012 solo dopo uno sciopero della fame di 95 giorni, quand’era uno scheletro di 45 chili e mezzo cieco – ma nessuno era mai stato ferito da un’arma da fuoco.

ll problema per gli atleti palestinesi è sempre lo stesso: per spostarsi hanno bisogno dei permessi israeliani per circolare in Cisgiordania fra le varie città, così come per andare all’estero se giocano nella Nazionale.

Spesso hanno perso a tavolino perché il team non era completo visto che a tre-quattro giocatori non veniva dato il permesso di espatrio. Le partite della Lega A, spesso, il venerdì saltano perché la squadra di Betlemme non ha il permesso di andare a Nablus o viceversa.

Il presidente della Fifa Sepp Blatter promette da anni il suo impegno presso le autorità israeliane per superare queste restrizioni ma finora sono rimaste parole.

Hossam Wadi, per esempio, ala della Nazionale palestinese, è di Gaza dove ha la famiglia ma da quattro anni non toma a casa: ha paura che una volta rientrato nella Striscia, Israele non gli dia più il permesso di uscire e tornare in Cisgiordania dove si allena e gioca.

«Concentrarsi sullo sport, sul calcio, è stata la scelta più razionale che l’Anp potesse fare», aveva detto qualche tempo fa Jibril Rajub a Repubblica, «la lotta non violenta è certamente la più proficua per la causa palestinese e lo sport ne è parte integrante». «Ogni volta che un ragazzino prende a calci qualcosa per strada, Iì ricomincia la storia del calcio», ha insegnato il grande Jorge Luis Borges.

Perché la Palestina dovrebbe essere diversa? Lo tenga a mente Blatter, quando nelle foto-opportunity si circonda di star che guadagnano milioni di euro l’anno.

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