Il sostegno UE a Israele: un immeritato Nobel per la Pace

17 OTT 2012

 L’Unione Europea non è “semplicemente ipocrita” nelle sue relazioni con Israele, è “complice nei crimini contro il popolo palestinese”. Questa è una delle principali conclusioni del libro di David Cronin “Europe’s Alliance with Israel: Aiding the Occupation”.

Nei fatti, la UE migliora costantemente le sue relazioni con Israele mentre, in maniera sempre più travolgente e crescente, le opinioni pubbliche delle più grandi nazioni europee vedono Israele “negativamente”. Secondo un recente sondaggio della BBC GlobeScann, Israele è a pari merito con la Corea del Nord, percepito come terzo Paese più pericoloso al mondo (“View of Europe slide sharply in global poll, while views of China improve”, Globe Scan, 10 maggio 2012).

Con l’intreccio tra occupazione, colonizzazione e apartheid contro i palestinesi, le politiche arroganti e bellicose del suo fanatico governo di destra, l’impressionante crescita del movimento non-violento in Palestina e della campagna globale per il boicottaggio, Israele sta gradualmente perdendo i cuori e le menti in tutto il mondo e sta diventando uno stato pariah, come lo fu il Sud Africa durante l’apartheid.

Desmond Tutu, arcivescovo sudafricano, è particolarmente eloquente nell’accusare Israele di apartheid (Tutu condemns Israeli ‘apartheid’,” BBC News, 29 April 2002). Il Tribunale Russell sulla Palestina – nella sessione del 2011 a Città del Capo – ha affermato che Israele sta praticando apartheid contro l’intero popolo palestinese, secondo la definizione di apartheid adottata dalle Nazioni Unite nel 1973 (“Findings of the South African session,” Russell Tribunal on Palestine, 5-7 November 2011).

Peggio del Sud Africa

I leader cristiani del Sud Africa che hanno giocato un ruolo decisivo nel combattere l’apartheid hanno definito quella israeliana “anche peggiore del regime sudafricano (“An Easter message from South Africa to Palestine,” Oikumene, 31 March 2010). E l’editore di Ha’aretz, quotidiano molto influente in Israele, ha recentemente descritto l’ideologia fanatica israeliana come “sequestro territoriale e apartheid (“The necessary elimination of Israeli democracy,” 25 November 2011).

Un numero sempre crescente di giuristi internazionali, organizzazioni per i diritti umani e attivisti, insieme all’opinione pubblica internazionale, sta riconoscendo quello israeliano come regime di oppressione contro i palestinesi – il crimine dell’apartheid, l’occupazione, la pulizia etnica e il colonialismo.

Con l’assedio di Gaza, la costante costruzione di colonie illegali e del Muro dell’Apartheid nella Cisgiordania occupata, soprattutto intorno a Gerusalemme; con la “strategia di giudaizzazione” di Gerusalemme, della Galilea, della Valle del Giordano e del Negev; con l’adozione di nuove leggi razziste e il mancato rispetto del diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi – previsto dalle Nazioni Unite – nelle loro case dalle quali sono stati cacciati durante la Nakba, Israele ha intrapreso una fase sempre più bellicosa e violenta del suo tentativo di risolvere la questione palestinese attraverso la sua scomparsa, come disse Edward Said.

Campo di prigionia

L’aspetto più criminale dell’oppressione israeliana è senza dubbio l’assedio ermetico della Striscia di Gaza, che anche il premier britannico David Cameron ha definito “un campo di prigionia” (“David Cameron: Israeli blockade has turned Gaza Strip into a ‘prison camp’,” The Guardian, 27 July 2010). Il colpire sistematicamente le infrastrutture idriche e sanitarie di Gaza ha aggravato una già “grave e prolungata negazione della dignità umana”, come ha spiegato Maxwell Gayland, il coordinatore umanitario dell’Onu nei Territori Palestinesi Occupati, causando “un declino continuo degli standard di vita dei palestinesi di Gaza, caratterizzato dall’erosione della qualità della vita, la distruzione e la degradazione delle strutture di base e un crollo dei servizi sanitari, idrici e igienici”. (“Humanitarian organizations deeply concerned about the ongoing water and sanitation crisis in Gaza,” Association of International Development Agencies, 3 September 2009).

Un report del 2009 di Amnesty International ha affermato che “il 90-95% delle furniture d’acqua a Gaza è contaminato e non adatto al consumo”. (“Troubled waters: Palestinians denied fair access to water,” October 2009 [PDF]). Il rapport cita un precedente studio del Programma Ambientale delle Nazioni Unite che correla la contaminazione delle risorse idriche di Gaza con l’aumento del livello del nitrato nelle falde sotterranee, “lontano dalle linee guida accettate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità”, provocando casi di disordine del sangue nei bambini e nei neonati, chiamato il fenomeno “dei bambini blu”.

Alcuni dei sintomi di questa malattia nei neonati di Gaza: “colore blu intorno alla bocca, le mani e i piedi”, “episodi di diarrea e vomito” e “perdita di coscienza”. Possono giungere convulsioni e morte nel caso di elevati livelli di contaminazione da nitrato, conclude il report (“Environmental assessment of the Gaza Strip following the escalation of hostilities in December 2008-January 2009,” September 2009 [PDF].)

Alla fine della guerra di Israele contro Gaza tra il 2008 e il 2009, che provocò la morte di oltre 1.400 persone, per lo più civili, i leader della UE si precipitarono nella Gerusalemme occupata per celebrare con l’allora premier israeliano Ehud Olmert, promettendo sostegno nella guerra al terrore  (“World leaders push for lasting truce in Gaza,” The New York Times, 18 January 2009).

Così, quando l’Unione Europea, che è ancora attivamente complice nel mantenere Gaza sotto assedio, lancia una campagna di relazioni pubbliche molto costosa in tutta la Striscia e in Cisgiordania con lo slogan “Le vostre priorità sono le nostre”, senza un pizzico di sarcasmo, sembra che mandi ai palestinesi sotto occupazione due messaggi: primo, non potrebbe fregarci di meno della vostra perdita di vite umane, di libertà e di dignità; e secondo, noi decidiamo le priorità, voi adottatele come fossero vostre o vi tagliamo i fondi (“The priorities of the European Union are not ours,” MWC News, 18 July 2011).

Espiazione per l’Olocausto?

Ciò conduce molti palestinesi a concludere che il senso di colpa europeo per l’Olocausto serva per lavarsi le mani per il genocidio contro gli ebrei europei, tra gli altri, imponendo al popolo palestinese un’ingiusta colonizzazione “pacifica” che permetta ad Israele ad ottenere il controllo pieno della Cisgiordania, di Gerusalemme e dell’economia palestinese, delle terre fertili, delle risorse idriche, dei confini e del suo destino.

E più importante, una simile colonizzazione politica permette di perpetrare la negazione israeliana dei diritti di base della grande maggioranza dei palestinesi, quelli in esilio come quelli in Israele. Tra questi diritti c’è quello inalienabile all’autodeterminazione. Le Nazioni Unite hanno definito prerequisito fondamentale  per ogni nazione sotto colonizzazione il godimento di tutti i diritti politici, culturali, economici.

Gli arabi in generale e i palestinesi in particolare sono stati concretamente costretti a pagare il prezzo di un genocidio che altri hanno messo in campo e ad accettare oggi l’ingiustizia come fosse il loro destino, così che quel capitolo nero della storia europea possa finalmente essere chiuso.

Ma la collusione europea con Israele è troppo complessa per essere ridotta al senso di colpa per l’Olocausto. Interessi economici, l’influenza americana, l’islamofobia, la prevalenza della paranoia della sicurezza e la conseguente crescita dell’industria militare, sono tutti fattori rilevanti per comprendere tale rapporto.

Bramando per risorse energetiche a basso costo e l’accesso libero ad un mercato grande e sottosviluppato, svariati poteri occidentali hanno giocato un ruolo fondamentale nella creazione di Israele come insediamento coloniale nella regione. Oggi, i governi e le istituzioni della UE continuano a sostenere Israele economicamente, diplomaticamente, culturalmente e politicamente affinché mantenga il suo dominio.

Omar Barghouti * The Electronic Intifada  

* attivista palestinese indipendente. È co-fondatore del movimento BDS e della Campagna Palestinese per il Boicottaggio Culturale e Accademico di Israele (PACBI)

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