Il teatro della resistenza e della libertà a Jenin, con Ranja, Rwand e…Juliano

La strada che da Ramallah porta a Jenin è tortuosa. Con il taxi collettivo circa due ore di viaggio. Susan ci attende in centro città e ci porta ad un ristorante dove capiamo quanto Jenin sia più economica di Gerusalemme e Betlemme visto che qui turisti proprio non se ne vedono. La vita pare scorrere come in una qualsiasi città araba. Arrivando al campo profughi di Jenin, a giudicare dagli edifici non si può certo capire cosa sia successo meno di dieci anni fa. Le strade larghe e pulite, una piccola piazza con nel centro un cavallo fatto con pezzi metallici di colori diversi, un puzzle tridimensionale. Chi direbbe che nel 2003, durante la seconda Intifada, tutte le case furono demolite sotto il peso dei carriarmati e dei bulldozer. Durante l’assedio l’esercito che passava di casa in casa sfondava i muri laterali o i soffitti. Una tattica di guerriglia sviluppata nelle università israeliane, come ci dice un architetto ebreo israeliano in un ottimo libro tradotto anche in italiano (Eyal Weizman, Architettura dell’occupazione, Bruno Mondadori). Molti civili e molti combattenti sono morti a causa degli attacchi: un piccolo cimitero li riunisce tutti insieme, con un monumento che tutti li ricorda. Raja ci indica le tombe di due suoi fratelli uccisi allora. In seguito la sua casa è stata demolita due volte. E la sua famiglia, ostinatamente, l’ha ricostruita ogni volta.
Alle 15 del pomeriggio nessuno o quasi passa per le strade del campo di Jenin. Alla stessa ora, il 4 aprile, un uomo col viso coperto ha esploso 11 colpi sul corpo indifeso di un signore che teneva per mano suo figlio. Una corsa disperata all’ospedale non è bastata. Il suo nome era Juliano Mer-Khamis. “100% palestinese e 100% ebreo”, aveva detto di sè.
Stava andando nel suo teatro dove nel 2005 era venuto a vivere per ricreare una speranza di vita negli abitanti scioccati da tanta distruzione.
Quando le chiedo il suo nome un piccolo sorriso le esce dalle labbra, e comincia a parlare di Juliano, del teatro e del futuro incerto. E’ rimasta orfana come tutti coloro che gravitavano attorno a questo teatro. Juliano era un padre, un fratello, un insegnante, un cercatore di fondi, era tutto. Faceva corsi di recitazione per ragazzi a livello professionale. Prima di morire aveva diretto l’ultima replica di Alice in wonderland. Un grande successo in quello stanzone dipinto di nero col palcoscenico profondo e scarno e circa dieci file di panchine nella scalinata riservata al pubblico. Presto andranno anche in tournee a Parigi.
Il teatro di Juliano viene giustamente chiamato il teatro della resistenza e della libertà.
Rawand andrà in Germania e poi in Inghilterra a parlare di Juliano, a chiedere sostegno. Ci sono adesso alcuni inglesi che insegnano recitazione ai ragazzi nella stanza accanto mentre in queste ore la moglie di Juliano sta per dare alla luce due gemelli.
Ogni inverno il freddo la secca ma ad ogni primavera la menta ostinatamente ricompare.

Franco, Rosanna, Anna, in viaggio nei Territori Occupati.

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