Il terrorista libico amico di Washington

Manlio Dinucci

Gli oltre 700 documenti classificati sui detenuti di Guantanamo, pubblicati ieri dal New Your Times che li ha ottenuti attraverso WikiLeaks, confermano quanto in generale già sapevamo. Tra i 600 prigionieri trasferiti in altri paesi e i 172 che ancora restano nel centro di detenzione vi sono sia militanti della Jahad e altri oppositori, sia persone assolutamente estranee; sia anziani, come l’afghano Haji Faiz Mohammed, internato all’età di 70 anni quando era affetto da demenza senile; sia ragazzi, come il pachistano Naqib Ullah internato a Guantanamo all’età di 14 anni e per di più affetto da tubercolosi, o il canadese Omar Khadr, internato all’età di 15 anni, con l’accusa di aver ucciso in combattimento un soldato delle forze speciali Usa in Afghanistan, e detenuto per nove anni. Ma sono passati da Guantanamo anche personaggi di diverso tipo.

Emblematica è la storia del libico Abu Sufian Ibrahim Ahmed Hamuda bin Qumu. Nato a Derna nel 1959, si arruolò nell’esercito come carrista, ma fu in seguito condannato a 10 anni per assassinio e traffico di droga. Fuggito nel 1993, andò in Egitto e quindi in Afghanistan. Dopo essere stato addestrato nel campo Torkham di Osama bin Laden, partecipò all’organizzazione della milizia taleban. Fu quindi trasferito in Sudan, dove venne assunto dalla Wadi al-Aqiq, una delle compagnie di bin Laden. Costretto a lasciare il Sudan, si traferì a Peshawar, in Pakistan, e quindi a Kabul nel 2001, sempre con un ruolo dirigente nella milizia taleban. Catturato, fu portato a Guantanamo nel 2002.

Nel documento classificato della Joint Task Force Guantanamo del Dipartimento Usa della difesa, datato 22 aprile 2005, è scritto che «il governo libico indica Qumu, detenuto a Guantanamo, come uno dei capi estremisti degli Arabi Afghani (i mujaheddin restati in Afghanistan e Pakistan dopo la jihad anti-sovietica), collegato con i taleban e Al Qaeda». Tripoli lo considera quindi «un elemento pericoloso, senza scrupoli nel commettere atti terroristici». In sintonia con tale giudizio, il Dipartimento Usa della difesa conclude che «il detenuto Qumu costituisce un elemento di rischio medio/alto, una probabile minaccia per gli Usa, i loro interessi e i loro alleati».

Appena due anni dopo, nel 2007, Qumu è trasferito da Guantanamo in Libia, dove l’anno seguente viene amnistiato e liberato. Oggi, riporta il New York Times, egli costituisce «una figura di spicco nella lotta dei ribelli libici per rovesciare Gheddafi», a capo di «una banda di combattenti nota come Brigata Derna», dal nome della città natale di Qumu dove è nato il Gruppo combattente islamico libico (di cui lo stesso Qumu ha fatto parte). «L’ex-nemico e prigioniero degli Stati uniti è ora un alleato», commenta il New York Times. Non c’è da stupirsi: il caso Qumu è emblematico di come, sotto la copertura della lotta al terrorismo, Washington recluti e manovri gruppi terroristici a seconda degli interessi del momento. Dimenticando però il vecchio detto che chi semina vento raccoglie tempesta.

(il manifesto, 26 aprile 2011)

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