Il treno israeliano nei Territori: Le ferrovie tedesche si ritirano

Ma l’azienda italiana Pizzarotti resta partner del progetto

 

GERUSALEMME— Scendete da quel treno. Se la diplomazia è la via più lunga fra due punti, come diceva Decourcelle, a Berlino hanno deciso che i due punti, certe volte, è meglio non congiungerli proprio. Il governo Merkel ordina, le ferrovie tedesche eseguono: non parteciperanno più ai lavori della linea israeliana ad alta velocità che nel 2017 dovrà collegare Gerusalemme a Tel Aviv, scavalcando la Linea Verde e attraversando per 6 km i Territori palestinesi. Troppe proteste, ha chiuso la questione il ministro dei Trasporti, Peter Ramsauer: il progetto vìola la Convenzione di Ginevra, perché passa in una zona occupata dai militari, e mette in imbarazzo la politica europea che, quelle zone, vuole siano restituite. Al diavolo le commesse per la rete elettrica e per le comunicazioni: la ritirata di Deutsche Bahn arriva dopo mesi di pressioni di Ong europee e israeliane, e dopo che a chiudere i cantieri avevano già provveduto i parigini di Veolia e un gruppo austriaco.

«Un’opera politicamente problematica » , la definiscono i tedeschi. Un’opera cominciata nel 1995, con la promessa di trasportare in meno di mezz’ora 7 milioni di persone l’anno (praticamente tutto Israele), e subito contestata. Nessuno dubita della sua utilità, in un Paese soffocato dal trasporto su gomma, mentre qualcuno dubita della sua legittimità: la ferrovia tocca l’enclave di Latrun, la Valle dei Cedri e i villaggi arabi di Beit Surik e di Beit Iksa, a ridosso d’insediamenti israeliani. «Un percorso inaccettabile — dice Merav Amir, che guida le proteste — perché il treno non sarà mai usato da palestinesi, eppure userà i loro terreni confiscati illegalmente. I cantieri, una volta rimossi 530mila metri cubi di terra palestinese, la rivenderanno agl’israeliani per costruire nuove colonie illegali».

Venti chilometri di gallerie, cinque di ponti, due miliardi di dollari investiti. E più d’una perplessità per la fretta imposta ai lavori: qualche settimana fa, racconta Haaretz, decine d’operai hanno rischiato di morire nel crollo d’un tunnel e ora qualche impresa israeliana vorrebbe mollare.

I francesi, gli austriaci, i tedeschi, gl’israeliani… E gl’italiani? Un appalto per 4 km di gallerie è toccato alla Pizzarotti di Parma, colosso delle costruzioni famoso per avere trivellato il San Gottardo. Fonti diplomatiche ricordano che il rischio di contestazioni era stato segnalato. Un alto dirigente Onu suggerisce che «è meglio togliersi, prima d’avere problemi» . E’ partita una campagna online: «Chiederemo a ogni sindaco italiano di non dare appalti a queste società» , dice l’ex eurodeputata di Rifondazione Luisa Morgantini, fra le animatrici. Da Parma, trasecolano: «Siamo stupiti d’essere coinvolti in questa protesta — dice Michele Pizzarotti, figlio del presidente Paolo —. Non siamo l’impresa leader, siamo entrati nell’alta velocità israeliana come meri esecutori d’un progetto fatto da altri, peraltro già modificato dalla Corte suprema israeliana. Non avevamo la minima idea che ci fossero complicazioni col processo di pace. Anche perché la ferrovia potrebbe toccare Ramallah, per essere utilizzata dai palestinesi, e nei nostri cantieri diamo lavoro a tecnici e a operai arabi» . La ritirata tedesca non cambia i programmi: «Andarcene? Non solo per noi sarebbe un disastro, perché abbiamo 70 milioni di macchinari già investiti, ma sarebbe pure inutile: il cantiere andrebbe avanti lo stesso col nostro socio israeliano».

Fonte: Corriere della Sera

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