Il vero romanzo palestinese è un pezzo rap

admin | December 10th, 2012 – 11:49 am

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“Dedicato a chi ha nostalgia del pane di sua madre”, canta Tamer Nafar, il rapper più importante di tutto il mondo arabo in un brano culto. Ihda, “Dedica”, anno di grazia 2007.  È forse ancora, nonostante sia passato qualche anno, il loro brano più famoso, un mix tra rap duro, e i suoni tipici, caldi, ancheggianti della musica araba. Non è un verso di una canzonetta qualunque, quello di Tamer Nafar. Chi ascolta il cantante dei Dam Palestine, band mito dello hip hop mediterraneo, lo sa bene. Sa di cosa si sta parlando. Chiunque, adolescente o più avanti nell’età, potrebbe recitare all’impronta i versi che i rapper palestinesi di Lod, ora in Israele, occhieggiano. Diceva, scriveva, e soprattutto declamava il poeta: “Ho nostalgia del pane di mia madre,/ il caffè di mia madre/ e la carezza di mia madre./ e cresce in me la fanciullezza,/ giorno dopo giorno,/ e mi innamora della mia vita/ perché se morissi,/ mi vergognerei della  lacrima di mia madre”.

Il poeta si chiamava Mahmoud Darwish. Se ne andò in un giorno d’agosto del 2008, un anno dopo l’uscita del rap dei Dam Palestine. Morì in cerca di cure per il suo cuore malandato a Houston, lontano dalla Palestina, segnato nella vita e nella morte da un esilio che è stato la cifra della sua poesia.

Non cercate un romanziere, insomma, nel sacro Olimpo della scrittura palestinese. Della scrittura che è memoria. Cercate piuttosto un cantore, che sia il Poeta laureato – Mahmoud Darwish, appunto – oppure la sua versione postmoderna. Il rapper, a cominciare dai Dam Palestine per continuare con la lunga serie di gruppi hip hop palestinesi che sono nati nell’ultimo decennio.

È una consuetudine, quella del testo poetico, che nasce dalla storia della lingua araba, da una tradizione letteraria millenaria, dalla stessa estetica dell’arabo e della sua calligrafia. La poesia è memoria, è una pratica popolare diffusa e capillare. Non è elitaria come lo è invece in Occidente, dove la domanda che aleggia spesso, nei confronti dei palestinesi, è semmai per quale strano motivo non abbiano romanzieri del calibro di quelli israeliani. Perché non ci sia qualcuno che possa sfidare – stavolta in una tenzone senza dolore e sangue – i mostri sacri dell’Olimpo letterario a ovest della Linea Verde. Dove sono, insomma, i Grossman, gli Yehoshua, gli Oz palestinesi?

Non ci sono, di quel calibro. O meglio,  non c’è una esperienza lunga come quella israeliana che pesca a piene mani nella grande letteratura ebraica, nelle sue infinite declinazioni. Ma c’è altro, molto altro, di diverso tipo, cresciuto all’ombra di una diffusa ignoranza genericamente occidentale che non vede ciò che invece cresce e dà frutti. Una ignoranza che vorrebbe tutti uguali, con lo stigma colonialistico della nostra storia letteraria. Come se, oltre, vi fosse solo relativismo culturale e non vera arte. Per i palestinesi c’è, invece, l’antica tradizione poetica, che continua attraverso i mostri sacri come Darwish, gli artisti di lunga lena come Samih al Qassem, e continua con poeti più giovani, da Tamim al Barghouthi a Najwan Darwish. C’è la musica che attinge dai poeti, e non solo stravolgendo il testo e modellando la lingua nella struttura rap, ma anche fondendo in modo nuovo quel rapporto antico tra voce, declamazione e liuto arabo. Con risultati di tutto rispetto che hanno varcato la soglia del Mediterraneo e sono arrivati a Parigi, per esempio con il Trio Joubran.

E poi, certo, c’è il romanzo. Che non alligna in una tradizione mitteleuropea e, forse, guarda ad altri modelli. Compreso – e pour cause – quello americano e quello anglosassone. Perché è lì, nella diaspora palestinese a cavallo dell’Atlantico, che sono nati alcuni esempi recenti, guardati con interesse dai circoli letterari e con passione dai lettori. Un caso su tutti, Ogni Mattina a Jenin, l’affresco scritto da Susan Abulhawa in inglese, e considerato ormai il Cacciatore di aquiloni versione palestinese: una trama che ancora una volta segue la memoria, il percorso doloroso dei palestinesi per tutto il Novecento. Come già hanno fatto gli altri scrittori palestinesi, forse meno conosciuti dal pubblico italiano, ma non per questo meno potenti dal punto di vista artistico. Da Elias Khouri e il suo classico, la Porta del Sole, passando per Ghassan Kanafani, ucciso a 36 anni a Beirut, si dice per ordine del Mossad, nel 1972. Il suo Ritorno a Haifa, racconto pietra miliare della sua produzione, è talmente importante, per la storia della letteratura mediorientale, che non solo torna dentro il romanzo della Abulhawa, con il plot di due ragazzi che scoprono di essere fratelli separati dalla più tenera infanzia, e di essere diventati uno palestinese e uno israeliano. È un plot reiterato anche nella produzione letteraria e cinematografica israeliana, a cominciare da quel Piccioni a Trafalgar dello scrittore israeliano Sami Michael, che comincia laddove Kanafani finisce, e dice già molto di uno scrittore – Michael, appunto – che viene dalla tradizione araba e scrive in un ebraico imparato da autodidatta.

Non è una terra non arata, quella della scrittura palestinese. È, semmai, una terra incognita. Con buona pace di una narrazione storico-politica (di noi occidentali) segnata dai cliché.

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Ogni tanto, è sano non parlare solo di alta politica. Ed è anche sano andare oltre i cliché postcoloniali che vogliono tutti uguali, quando si parla di letteratura, arte, scrittura. A me piace la pop culture, ascoltare cosa si muove per la strada araba. Questo articolo è stato pubblicato sabato su “Orwell”, l’inserto culturale di Pubblico. 

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