Il villaggio di al-Walaje è in pericolo

Friday, 09 September 2011 06:29 Marta Fortunato

Costruzione del muro di separazione nel villaggio di al-Walaje (foto: Marta Fortunato)

La tormentata storia di al-Walaje, villaggio nell’area di Betlemme, circondato dalle colonie di Gilo e Har Gilo: dal 1948 ad oggi la resistenza degli abitanti non si è mai fermata ma ora il villaggio è in grave pericolo. Un muro alto 8 metri lo renderà una prigione a cielo aperto.

“Il villaggio di al-Walaje rappresenta un microcosmo di quello che sta avvenendo in Palestina: in questi anni abbiamo perso tutto, siamo minacciati dalla costruzione del muro di separazione, dall’espansione di due colonie, da una by-pass road, dalla continua confisca di terre e dalla demolizione di case”. Per Shirin al-Araj, una delle leader della resistenza popolare di al-Walaje, la politica israeliana del quiet-transfer è lampante: rendere la vita degli abitanti talmente difficile e complicata da costringerli a lasciare il villaggio.

Il futuro che attende al-Walaje fa paura: il villaggio, che sorge a pochi chilometri a sud-ovest di Betlemme,  verrà completamente circondato da un muro che lo renderà una prigione a cielo aperto: un solo cancello, il cui accesso sarà monitorato e controllato, lo collegherà al mondo esterno.

“Per gli abitanti di questo villaggio resistere significa prima di tutto lottare per la sopravvivenza” ha raccontato Shirin a Nena News – Ogni giorno che passa, la situazione peggiora”.

Lunedì 5 e martedì 6 settembre i bulldozer israeliani hanno sradicato decine di alberi di ulivo, solo un mese prima dell’inizio della stagione di raccolta delle olive e due settimane dopo che l’Alta Corte israeliana aveva rigettato l’appello che avevano presentato i residenti del villaggio per modificare il percorso del muro.

“Alla luce di questa situazione, riteniamo che i danni, causati dal percorso del muro, a coloro che hanno presentato la causa siano proporzionati alla grande sicurezza che deriva dalla recinzione lungo questo percorso”, ha sentenziato il Presidente dell’Alta Corte israeliana Dori Beinisch.

Tuttavia secondo Shirin, la scelta di spostare il percorso del muro a ridosso delle case di al-Walaje non è legato alla sicurezza: “Scopo delle autorità israeliane è quello di ottenere la massima concentrazione di palestinesi nel minimo spazio possibile”.

In base alla sentenza della Corte  il muro di separazione non verrà costruito sulla Linea Verde, come richiesto dagli abitanti del villaggio, ma si addentrerà nel territorio della Cisgiordania rubando altri 1000 dunum di terra (1 dunum=1000m²) al villaggio, che dal 1948 ad oggi è rimasto con soli 2800 dunum dei 18.000 originari.

Secondo quanto stabilito dalla Corte, i proprietari potranno accedere alle loro terre sotto la supervisione dell’esercito israeliano. “Questa decisione della corte non significa nulla” ha dichiarato Mazin Qumsiyeh, professore e leader delle proteste contro il muro – “quello che conta poi nella realtà sono gli ordini militari”. Opinione condivisa anche da Jamal Juma’, coordinatore della campagna Stop the Wall: il muro fa parte della politica colonialista israeliana di annessione e confisca della terra, pertanto, com’è avvenuto anche a Tulkarem e a Jenin, agli abitanti sarà presto impedito andare al di là della barriera per coltivare la terra.

La leader della resistenza del villaggio, Shirin al-Araj, indica la colonia israeliana di Gilo (foto Marta Fortunato)

“Come può cambiare la situazione a settembre?” si chiede Shirin. Il 20 settembre l’Anp si rivolgerà all’ONU per chiedere l’indipendenza dello stato palestinese, ma, secondo la leader di al-Walaje, nella realtà dei fatti la situazione non cambierà. L’Autorità Palestinese non ha controllo sui territori di Area C, che costituiscono quasi il 60% di tutta la Cisgiordania, e anche se la Palestina diventasse stato non membro dell’ONU ottenendo così la possibilità di presentare reclami alla Corte di Giustizia Internazionale, di fatto non ci sarebbero tanti cambiamenti reali. Come ha spiegato Xavier Abu Eid, membro del team palestinese di negoziazione , nonostante questo nuovo strumento di lotta nelle mani dell’Anp, Israele (come gli Stati Uniti) non ha firmato lo Statuto di Roma e, di conseguenza, può essere indagato solo formalmente dalla Corte nel caso in cui lo chieda una risoluzione del Consiglio di Sicurezza. E come la storia ha insegnato al popolo palestinese, le autorità politiche e militari israeliane sono protette dal veto statunitense al Consiglio.

“Nella realtà la Cisgiordania è divisa in tre grandi ghetti: l’area nord, l’area centrale e l’area sud. E all’interno ci sono decine di altri piccoli ghetti” ha concluso Shirin. “Non esiste continuità geografica tra le varie aree, tutto è controllato dall’esercito israeliano. E al-Walaje diventerà un altro piccolo ghetto”.

 

Pubblicato su Nena News : http://www.nena-news.com/?p=12590

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