Ilan Pappe e Frank Barat :Riformulare il conflitto Israele -Palestinese

mercoledì 20 aprile 2011

 

 
Pubblicato da arial a 09:35
Alcuni eventi straordinari sono accaduti nel mondo arabo nei mesi scorsi. Le popolazioni dell’Egitto, della Tunisia, del Marocco e dello Yemen sono scese in piazza per protestare contro la repressione, la corruzione e la mancanza di lavoro e di possibilità di istruirsi. Alcune sono riuscite a liberarsi dei loro dittatori sempre sostenuti dall’Occidente. Un mio amico ha chiamato questa fase storica: “il secondo passo verso il processo di decolonizzazione”. Qual è la sua opinione in proposito?  Sono d’accordo sull’espressione “la seconda fase di decolonizzazione”, o seconda fase del post-colonialismo. E’ un modo molto preciso per definire quello che stiamo vedendo in quei paesi.  
Questi avvenimenti non sono soltanto un’affermazione di auto-dignit  ànel mondo arabo; è un momento significativo per l’Occidente e per i suoi atteggiamenti piuttosto colonialisti nei riguardi di  questo mondo. In secondo luogo, naturalmente parliamo di un processo in movimento. La Libia è lì a ricordarci  penosamente  che le cose non saranno facili come in Egitto, e non è neanche chiaro che la vicenda egiziana sia conclusa, ma  ci fa sperare molto.Per quanto mi ricordi è la prima volta nella mia vita che ci sono delle buone notizie dal mondo arabo. Proprio per questo  senso assoluto  di energia positiva che arriva quei paesi, è un momento di non ritorno. Come storico, continuo a ricordare a me stesso che questo non significa che immediatamente si avrà quel tipo direaltà migliore che noi desideriamo si realizzi.  Significa che bisogna stare attenti, che ci saranno tante  potenze e tanti attori, compresa Israele, che farebbero del loro meglio per far scomparire questo momento. Quindi non si può essere passivi a questo riguardo, bisogna essere attivi. Ognuno di noi a modo proprio aiuta la nascita di queste rivoluzioni. E’ un momento drammatico e fantastico che alla lunga influenzerà la Palestina in modo molto, molto positivo.
C’è un coinvolgimento più vasto che riguarda le rivoluzioni nel mondo arabo? Israele e gli Stati Uniti hanno ragione di sentirsiminacciati?La partecipazione più globale sia di accademici, giornalisti o politici, il modo schematico in cui descrivono la società e la dividono tra:  attori o fattori che sono attivi e che possono cambiare la realtà, e i beneficiari che non possono cambiare la realtà, è stata smantellata, è crollata. Quindi l’implicazione globale è che si può avere tutta la forza economica, politica e militare che si vuole, ma ci sono  sempre processi che non si possono controllare.
Questo ci insegna che al modo in cui il mondo viene rappresentato agli occhi dell’élite occidentale è stato assestato un grave colpo, e questa è una bella notizia.Le persone – e in America ci sono molte persone importantissime che hanno confidato su Israele per essere guidate  nelle politiche del Medio Oriente –sono nel panico. Sono stato molte volte a Israele da quando sono iniziate le rivoluzioni, e Israele è davvero nel panico. Comprende che il solito arsenale di potere e di diplomazia è inutile di fronte a quello che sta succedendo nel mondo arabo. Sono nel panico perché sentono che se la democrazia apparisse davvero sulla loro  porta di casa  e intorno a loro, non potrebbero più vendere la storiella che sono  l’unica democrazia in Medio Oriente; sarebbero, infatti, dipinti come un altro regime dittatoriale arabo.Se ciò accadesse, potrebbe condurre a un nuovo modo di pensare americano che, agli occhi di molti Israeliani, è un equivalente della fine della Israele attuale e che ben conosciamo.

 

Come coordinatore del Tribunale Russell per la Palestina, sto preparando la prossima sessione del tribunale che si terrà in Sud Africa e tratterà del crimine di apartheid in relazione a Israele. Secondo molte persone Israele è una democrazia, perché tutti possono  votare e gli Arabi sono rappresentati nella Knesset.  Allora, Israele è una democrazia?No, sicuramente no. Una nazione che tiene in stato di occupazione un popolo per più di 40 anni e rifiuta loro i diritti civici e umani più elementari, non può essere una democrazia. Una nazione che segue una politica discriminatoria contro un quinto dei suoi cittadini dentro i confini stabiliti nel 1967, non può essere una democrazia.
 
Mi piacerebbe pensarmi come membro di una potenziale nazione nuova che potrebbe emergere nello stato laico e democratico di Israele, che sarebbe una combinazione di una società formata da una generazione di coloni  che arrivarono in Palestina alla fine del 19°secolo e di popolazione autoctona originaria. Se già allora le cose fossero andate così, la gente si definirebbe ancora  in termini nazionali oppure no, non lo so e non mi importa. Sento però di far parte di una comunità di coloni che pretende di essere una comunità di per sé ed è riconosciuta come tale, come quelleaustraliane e neozelandesi. Ma se questo è l’unico tipo di nazionalità che mi si offre, lo rifiuto e desidererei operare per qualche cosa molto migliore per me e per gli altri.
Per molte persone la causa del conflitto israelo-palestinese  è l’olocausto e il  fatto che gli Ebrei europei dovettero trovare un posto dove vivere e sentirsi al sicuro. Dopo l’arrivo degli Ebrei in Palestina, è cominciata una disputa per la terra tra loro e gli abitanti locali, cioè i Palestinesi che è andata avanti per 60 anni. E’ questa, secondo lei, la causa del conflitto?
No, certamente no. Il conflitto non c’entra con l’Olocausto. L’Olocausto è manipolato dagli Israeliani per continuare il conflitto per i loro interessi. Il conflitto è una semplice storia di coloni europei che arrivano alla fine del 19° secolo, motivati da ogni tipo di idee; quella dominante era che avevano bisogno di un rifugio sicuro perché l’Europa non lo era più e inoltre che questa era loro antica terra natia. E’ accaduto prima, non è questo l’unico posto dove ha queste bizzarre idee di poter arrivare dopo 2000 anni e rivendicare qualche cosa chepresumibilmente gli apparteneva.
Dato che c’era un numero sufficiente di potenze straniere disposte ad appoggiare questo progetto di colonizzazione, sono riusciti a ottenere  un punto d’appoggio e iniziarono a comprare la terra. Hanno sfruttato  un certo regime fondiario grazie al quale si poteva comprare la terra dalle persone che di fatto non la possedevano ed espellere le persone che di fatto la coltivavano. Ma anche questo non è andato del tutto bene. Come probabilmente sapete, ora che il Mandato britannico è terminato, il movimento Sionista è riuscito a comprare meno del 7% della terra e a introdurvi un numero di rifugiati, compresi quelli del dopo Olocausto, che non era affatto notevole. I membri della comunità ebrea  sparsi per il mondo, hanno preferito andare in Gran Bretagna, negli Stati Uniti, rimanere in Europa malgrado l’Olocausto. Soltanto 
una piccola minoranza è andata in Israele ed ecco il motivo per cui, contrariamente ai loro desideri iniziali, il movimento sionista ha deciso di prendere degli Ebrei dal mondo arabo e di dearabizzarli per farli diventare ebrei e per non farli identificare  con la popolazione araba.
E quindi il conflitto riguarda un movimento colonialista che, a causa dell’Olocausto, riesce a non apparire colonialista in un mondo a cui non piace più il colonialismo; sta usando tutti i mezzi e le alleanze per continuare a colonizzare, a fare pulizia etnica e a occupare. Ma è un’atrocità incompleta: il Sionismo è un’atrocità incompleta contro il popolo palestinese. Se lo fosse stata come quella perpetrata dai bianchi in Australia e in Nuova Zelanda , forse oggi non ci sarebbe un conflitto. Perché è incompleta? Lo è acausa della costanza e della resistenza dei Palestinesi.
Si può descriverlo in poche parole: un progetto colonialista che cerca di completare il suo piano, e la gente del posto che gli fa resistenza. Questo sarebbe un conflitto, a meno che non si decolonizzi la Palestina e si vada verso una fase post-colonialista della storia di questo luogo.
E’ da molti anni che lei è attivista in difesa dei diritti umani, ha combattuto su tutti i fronti per aiutare i Palestinesi. Sfortunatamente non si è ottenuto molto; ogni giorno si ruba altra terra, altre persone muoiono, altre case vengono distrutte e la comunità internazionale ricompensa Israele per tutto questo.  Qual è quindi il modo per andare avanti  per i  Palestinesi, e per   coloro che li appoggiano?
Bisogna avere una visione più completa dei successi e deifallimenti. Non penso che ci siano stati solo fallimenti. L’attuale comunità palestinese che vive nella West Bank  e nella Striscia di Gaza e anche la comunità palestinese che vive all’interno di Israele, non crolleranno, è chiaro. Qualsiasi siano le politiche di Israele, Israele non può  pensare  tanto facilmente un’altra pulizia etnica, e questa è una cosa importante da capire.
In secondo luogo, penso che qualche cosa sia cambiata nell’opinione pubblica; è vero, non si tradotta in politica, ma forse siamo nel momento significativo per la Palestina anche se non lo sappiamo ancora. E quindi vorrei avere una visione più equilibrata per tutti noi del fallimento e del successo. E tuttaviasono d’accordo che abbiamo bisogno di una strategia  ben chiara per andare avanti. Ci sono tre cose che vorrei evidenziare molto brevemente.
Una è la necessità che abbiamo di una migliore comprensione della distribuzione di lavoro tra l’interno e  l’esterno. Vale a dire, il sistema politico palestinese ha bisogno di organizzarsi  in termini di rappresentanza,di unificazione e così via; i movimenti di solidarietà non dovrebbero tentare di sostituirsi ad esso riguardo a problemi di rappresentanza, ma dovrebbero concentrarsi sulla trasformazione di  Israele in uno stato emarginato, il che, penso sia molto  importante per far muovere le cose.La seconda cosa è che dobbiamo cambiare il vocabolario. Dovremmo smetterla di parlare del processo di pace, dovremmo rinunciare all’idea della soluzione della creazione di due stati; secondo me dovremmo parlare di nuovo di colonialismo, di anti-colonialismo, di cambiamento di regime, di pulizia etnica e di  risarcimenti in senso lato.  [Queste sono] tutti itipi di frasi note che sono molto adatte alla situazione della Palestina, ma che, a causa della propaganda di Israele e dell’appoggio americano a quella stessa  propaganda non osiamo adoperare. Dobbiamo essere sicuri che perfino i mezzi di informazione tradizionali e che il mondo dell’università e, di certo, , i politici, le usino.La terza cosa che dobbiamo fare è accettare l’analisi che il cambiamento dall’interno è improbabile che si verifichi e questo anticipa la domanda: che tipo di strategia si deve adottare se vogliamo portare il cambiamento dall’esterno. Fortunatamente, abbiamo un ottimo esempio. La maggioranza delle persone sta ora sta cercando di far accettare una strategia non violenta invece di quella violenta, ed è una cosa buona perché penso che la nuova realtà che sta per nascere da una lotta non violenta creerà dei rapporti molto migliori al momento della riconciliazione. Se invece si ottiene la liberazione per mezzo della violenza, sappiamo da altri casi storici che quella stessa  societàdiventerà violenta.Penso quindi che ci sia ancora moltissimo da fare, e il lato positivo di questo nostro tempo è che  si può  fare tantissimo individualmente, ma non dimenticate le organizzazioni, anche quelle vecchie, specialmente nel caso della Palestina. Non si deve sempre inventare di nuovo la ruota; talvolta basta oliarla e assicurarsi che funzioni di nuovo  come in passato.Riformulare il conflitto Israelo-Palestinese

 

Infatti Israele è quella che nella scienza politica si chiama una democrazia herrenvolk, cioè democrazia riservata ai padroni. Il fatto di permettere alla gente di condividere la parte formale della democrazia, cioè a votare ed essere eletti, non significa niente se non si permette loro di condividere  i beni comuni o le risorse comuni dello stato, o se vengono discriminati malgrado il fatto che si permette loro di partecipare alle elezioni. A quasi tutti i livelli, dalla legislazione ufficiale fatta  per mezzo di pratiche governative agli atteggiamenti sociali e culturali, Israele è una democrazia soltanto per uh gruppo etnico che, dato lo spazio che  ora   Israele controlla, non è neanche più un gruppo di maggioranza. Penso, quindi, che risulterà molto difficile usare qualsiasi definizione nota di democrazia che si possa applicare al caso di Israele.
Qual è la sua nazionalità, Ilan? Non ho una nazionalità definita. Ho la cittadinanza israeliana. E’ abbastanza buffo, ma ho anche una nazionalità europea perché come  di ebrei europei di seconda generazione, abbiamo il diritto di avere un passaporto europeo, che non equivale ad avere una nazionalità, ma ne confonde un po’ la questione della nazionalità.
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