Ilan Pappé: le parole inservibili del conflitto

di Eva Brugnettini

Lo storico israeliano Ilan Pappé vuole ridefinire il linguaggio stesso con cui è descritto il conflitto mediorientale. A tale scopo sta lavorando con il noto linguista e politologo Noam Chomsky a un libro sulla questione israelo-palestinese che uscirà la prossima estate.

Colonialismo

La prima parola da fare entrare nel vocabolario del conflitto è “colonialismo”: “Il sionismo – dice – è un movimento di ebrei tornati in Palestina dopo duemila anni di esilio alla ricerca di un rifugio dall’antisemitismo europeo. Ma al sionismo bisogna aggiungere la parola ‘colonialismo’, basta guardare il dizionario per capire che è quello che sta succedendo in Israele e Palestina”.

Per spiegarsi Pappé distingue tra due tipi di colonialismo: “Uno di sfruttamento, in cui i coloni sfruttano le risorse delle nuove terre per il beneficio dell’impero da cui provengono, e un altro come quello che si è visto in Australia, Nord America e Sudafrica dove i coloni si separano dalla madre patria e vogliono vivere per conto proprio nelle nuove terre, liberandosi della popolazione nativa”. E questo è quello che secondo Pappé si avvicina di più a quello ebraico.

Un “colonialismo unico”, certamente, ma di cui una componente è il processo di giudaizzazione. “Tutti i governi ebraici, anche di sinistra, si sono sempre impegnati molto nella giudaizzazione, soprattutto della Galilea. E nessun giornalista ne parla, perché non suona come un processo ‘criminale’. Ma da una prospettiva colonialista è un aspetto fondamentale, che porta all’alienazione dei palestinesi, finché non diventano stranieri nel loro stesso paese”.

Secondo lo storico israeliano per capire la situazione mediorientale bisogna avere uno sguardo più complesso, che non si fossilizzi sulle colpe israeliane, ma che consideri quello che paradossalmente c’è di buono. “La colonizzazione può creare anche belle cose. La rinascita della lingua ebraica, città come Tel Aviv, esperimenti di socialismo come i kibbutz sono stati possibili perché gli ebrei erano liberi in una società nuova, sganciata dalle tradizioni europee. C’è qualcosa di eccitante di fianco a uno dei peggiori crimini. È una sorta di doppio spazio, e se si ignora uno dei due non si dipinge la situazione per come realmente è. Se si considera Israele soltanto come una presenza malvagia non si risolve il problema. Bisogna capire entrambi gli spazi per impegnarsi in modo più consapevole”.

Ritorno

Un’altra parola da eliminare – secondo Pappé – è “occupazione”, in quanto “sottintende una situazione temporanea, come parte di un conflitto. Quella che dura dal 1967 potrebbe essere un’occupazione se Israele volesse davvero andarsene o restasse nei Territori palestinesi solo per difendersi, ma questa è mitologia”.

Pappé è arrivato a questa conclusione consultando gli archivi dello stato israeliano, studiando i quali ha scritto La pulizia etnica della Palestina (Fazi). “La Cisgiordania doveva far parte dello Stato ebraico già dai primi programmi del 1948, quando per creare Israele servivano più terre palestinesi possibili, con il minor numero di palestinesi possibile. Quando nella guerra per la fondazione dello stato, Israele ha conquistato l’80 per cento della Palestina cacciando quasi un milione di palestinesi, bisogna chiedersi perché non abbia conquistato il 100 per cento. E la risposta è: per motivi politici. C’era un accordo con la Giordania. Poi nel ‘63, quando Israele avrebbe potuto conquistare la Cisgiordania e Gaza, erano gli Stati Uniti a essere contrari”.

La parola che lo storico propone al posto di occupazione è quindi “ritorno”: “Ritorno a una terra che gli ebrei sionisti considerano propria. Che spiega perché nel 2000 durante il summit di Camp David per [l’allora primo ministro israeliano Ehud] Barak l’offerta di restituire ai palestinesi l’85 per cento della Cisgiordania fosse ’un’offerta generosa’”. Ma se per gran parte della leadership israeliana la Cisgiordania appartiene a Israele, come sarà possibile la costruzione di uno stato palestinese in quella terra? Secondo Pappé l’unica cosa che gli israeliani potranno sopportare è “una ‘presenza’ palestinese sotto controllo israeliano. Un reale stato palestinese è impossibile per Israele”.

Processo senza pace

Altro termine da eliminare dal vocabolario del conflitto è “processo di pace”, perché “come ha detto Chomsky la parte importante di questa locuzione non è “pace” ma “processo”. Che può andare avanti all’infinito. Israele ha imposto alla politica internazionale l’idea che ci siano tanti altri conflitti più importanti di quello israelo-palestinese, e può anche essere vero. Ma così porta avanti una sorta di “soluzione n+1”, offrendo ai palestinesi ogni volta un pochino di più, e allo stesso tempo dettandone la politica: con quali leader parlare, quale partito deve essere eletto, e quale processo di pace può essere scritto”.

Pappé racconta un aneddoto che esemplifica il diktat israeliano: “Negli accordi di Oslo, così come per l’appuntamento di Camp David, gli israeliani avevano scritto ogni dettaglio, da quali insediamenti scambiare fino a quale capitale dare ai palestinesi. Dieci giorni prima di Camp David, uno dei leader palestinesi mi chiamò per chiedermi quale programma avrebbero dovuto portare all’incontro con Barak e [il presidente Usa] Clinton. Era una cosa assurda, cosa avevano fatto in tutti quegli anni? Ma dimostra come non ci fosse bisogno dei palestinesi, Israele portava gli input e Stati Uniti e Unione Europea dovevano imporre quello che Israele aveva deciso. Non stupisce la sollevazione popolare che ne è seguita”, vale a dire la Seconda Intifada.

Cambio di regime

Il quarto punto a cui Ilan Pappé tiene molto riguarda un vocabolo che dipinge il futuro. Bisogna smettere, secondo lo storico, di parlare di “soluzione”, in quanto “presuppone un accordo tra due parti, mentre qui c’è una parte che si impone sull’altra. Israele ha un atteggiamento molto didascalico verso i palestinesi, del tipo ‘Se non accettate ora, la prossima proposta sarà peggio’. Non c’è possibilità di una soluzione”.

Questo non significa che il conflitto andrà avanti in eterno. A suo modo Pappé è quasi ottimista. “C’è bisogno di un cambio di regime, come quello in Iraq o in Afghanistan. Ma non con la forza, non con le bombe o l’intervento della Nato. Non c’era ragione di accettare quello che succedeva in Sudafrica, così non c’è ragione di accettare quello che succede in Israele. Non sono uguali, ma uguale è il trattamento riservato al popolo indigeno”.

Ilan Pappé è stato il primo ebreo israeliano a proporre quella che è vista da molti come una soluzione utopica e insensata: lo Stato unico. “La soluzione a due Stati non farebbe che peggiorare le ideologie di entrambi. E Israele non permetterebbe alla Palestina di avere un proprio esercito, una propria economia e sovranità. E se anche ci fossero due Stati, cosa succederebbe ai palestinesi cittadini di Israele? Adesso sono il 20 per cento, ma poi? Quando saranno il 35 o il 40 per cento? Per continuare ad avere una maggioranza ebraica, Israele continuerà a dividersi all’infinito?”.

La soluzione a un unico Stato è per Pappé “più etica e pratica. Bisogna liberarsi dall’ideologia. Io ho molto più in comune con un amico palestinese che con un ebreo di Brooklyn, che però avrebbe il diritto di ‘tornare’. Israele dovrebbe trattare ebrei e palestinesi allo stesso modo, solo a partire da questo è possibile il cambio di regime”.

Il cambiamento di prospettiva della società ebraica non è l’unico mezzo per arrivare alla soluzione. “La campagna di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (Bds) è uno strumento molto importante adesso, perché a volte c’è bisogno di una ‘botta in testa’ dall’esterno per vedere come stanno realmente le cose”.

Per arrivare ad assumere posizioni così critiche verso lo Stato ebraico, e per superare “l’indottrinamento in cui cresci, inculcato soprattutto dall’esercito”, Ilan Pappé non ha ricevuto un’unica “botta in testa”, ma tanti piccoli colpi. E “il prezzo è molto alto. Smetti di parlare con tuo padre, tua madre, i tuoi fratelli, con te stesso persino”. O perdi il posto di lavoro. All’università di Haifa dove era professore, le sue posizioni anti-sioniste gli hanno valso il vuoto intorno fino a un’espulsione de facto. Ora insegna all’università di Exeter, in Gran Bretagna. Ma rimane fermo nelle sue posizioni e sicuro che l’unica vera soluzione è la “desegregazione. È ridicolo che ebrei e palestinesi non possano condividere la vita”.

Osservatorio Iraq, 14 aprile 2010

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