Immaginare la Palestina: Barghouti, Darwish, Kanafani e la lingua dell’esilio

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tratto da: http://nena-news.it/immaginare-la-palestina-barghouti-darwish-kanafani-e-la-lingua-dellesilio/

29 mar 2021

Attraverso i versi e le parole dei grandi scrittori e poeti palestinesi, Ramzy Baroud indaga i concetti di ghurba (separazione) e shataat (diaspora). Un elemento così integrante per il carattere collettivo della nazione da divenirne parte

Manifestazione in ricordo della Nakba ieri nella città palestinese di Nablus, Cisgiordania. (Xinhua/Nidal Eshtayeh)

Manifestazione in ricordo della Nakba nella città palestinese di Nablus, Cisgiordania. (Xinhua/Nidal Eshtayeh)

di Ramzy Baroud – Counterpunch

(Traduzione di Valentina Timpani)

Roma, 29 marzo 2021, Nena News – Per i palestinesi, l’esilio non è semplicemente l’atto di essere mandati via dalle proprie case e l’impossibilità di ritornarci. Non è nemmeno un argomento occasionale che riguarda la politica e la legge internazionale. Né è una nozione eterea, un sentimento, un verso poetico. È tutte queste cose messe insieme.

La morte ad Amman del poeta palestinese Mourid Barghouti, un intellettuale il cui lavoro è stato intrinsicamente legato all’esilio, ha riportato alla superficie molte domande esistenziali: i palestinesi sono destinati a essere esiliati? Esiste un rimedio per questo tormento perenne? La giustizia è un obiettivo tangibile e raggiungibile?

Barghouti nacque nel 1944 a Deir Ghassana, vicino Ramallah. Il suo esilio iniziò nel 1967 e finì, sebbene solo temporanemente, trent’anni dopo. La sua autobiografia “Ho visto Ramallah” – pubblicata nel 1997 – è stata il tentativo di un uomo in esilio di dare senso alla sua identità, che è stata formulata all’interno di tanti conflitti, aereoporti e spazi fisici diversi. Mentre, in qualche modo, il palestinese dentro Barghouti rimaneva intatto, la sua era un’identità unica che può essere compresa solo da quelli che hanno fatto esperienza, in qualche misura, dei sentimenti pressanti di Ghurba – separazione e alienazione – o di Shataat – distacco e diaspora.

Nella sua autobiografia, tradotta in inglese nel 2000 da parte dell’acclamato autore egiziano Ahdaf Soueif, scrisse: “Ho provato a mettere tra parentesi lo spostamento, a mettere un punto finale a una lunga frase sulla tristezza della storia… Ma non vedo altro che virgole. Voglio cucire insieme i tempi. Voglio collegare un momento a un altro, collegare l’infanzia a l’età avanzata, collegare il presente all’assente e tutti i presenti a tutti gli assenti, collegare gli esiliati alla terra d’origine e collegare quello che ho immaginato a quello che vedo ora”.

Coloro che sono familiari con la ricca e complessa letteratura palestinese dell’esilio possono comprendere il riferimento di Barghouti – quello che ci si immagina contro quello che si vede – alla scrittura di altri intellettuali che hanno sofferto, come lui, il dolore dell’esilio. Ghassan Kanafani e Majed Abu Sharar – e tanti altri – hanno scritto dello stesso conflitto. La loro morte – o, meglio, il loro omicidio – in esilio ha portato i loro viaggi filosofici verso una fine improvvisa.

Nella poesia fondamentale di Mahmoud Darwish “Chi sono io, senza l’esilio”, il defunto poeta palestinese si è chiesto, sapendo che non potrà mai esserci una risposta convincente: “Che faremmo senza l’esilio?”

È come se Ghurba sia stata una parte così integrante per il carattere collettivo della nazione, che è ora un tatuaggio permanente sul cuore e sull’anima del popolo palestinese ovunque. “Uno straniero sulla riva del fiume, come il fiume… l’acqua mi lega al tuo nome. Niente mi riporta indietro dal mio passato alla mia palma: né la pace e né la guerra. Niente mi fa entrare nei vangeli. Niente…” ha scritto Darwish.

I versi di Darwish e di Barghouti sull’impossibilità di ritornare a essere una cosa intera sono riverberi della descrizione di Kanafani di una Palestina dolorosamente vicina tanto quanto lontana. “Che cos’è una patria?” chiede Kanafani in “Ritorno ad Haifa”. “Sono queste due sedie rimaste nella stanza per vent’anni? Il tavolo? Le piume di pavone? L’immagine di Gerusalemme sul muro? Un lucchetto? La quercia? Il balcone? Cos’è una patria?.. Sto solo chiedendo”.

Ma non possono esserci risposte, perché quando l’esilio supera un certo punto razionale di attesa per un qualsiasi tipo di giustizia che faciliterebbe il proprio ritorno, questo non può più essere articolato, espresso o compreso del tutto. È il baratro metaforico tra la vita e la morte, la “vita” in quanto desiderio bruciante di riunirsi al sé di prima, e la “morte” nel senso di sapere che senza una patria si è emarginati perenni – fisicamente, politicamente, legalmente, intellettualmente e in qualsiasi altra forma.

“Nella mia disperazione mi ricordo; che c’è vita dopo la morte… Ma mi chiedo: Oh Dio, c’è vita prima della morte?” scrisse Barghouti nella poesia “Non ho problemi”.

Ma mentre il peso schiacciante dell’esilio non appartiene unicamente ai palestinesi, l’esilio palestinese è unico. Durante tutto l’evento della Ghurba, a partire dai primi giorni della Nakba – la distruzione della patria palestinese – fino a oggi, il mondo resta diviso tra mancanza di azione, noncuranza e il rifiuto anche solo di riconoscere l’ingiustizia che è successa al popolo palestinese.

Nonostante, o forse proprio a causa del suo esilio decennale, Barghouti non ha intrapreso discussioni inconcludenti su chi siano i proprietari legittimi della Palestina “perché non abbiamo perso la Palestina con una discussione, ma l’abbiamo persa con la forza”. Ha scritto nella sua autobiografia: “Quando eravamo la Palestina, non avevamo paura degli ebrei. Non li odiavamo, non li consideravamo nemici. L’Europa del medioevo li odiava, noi no. Ferdinando e Isabella li odiavano, noi no. Hitler li odiava, noi no. Ma quando si sono presi tutto il nostro spazio e ci hanno esiliati hanno posto sia noi che loro fuori dalla legge dell’uguaglianza”.

L’“odio”, in realtà, è raramente presente nel lavoro di Barghouti – o di Darwish, Kanafani, Abu Sharar e molti altri – perché il dolore dell’esilio, così potente, così onnipresente – richiede che si ri-valuti la propria relazione con la patria attraverso un rapporto emotivo che può essere sostenuto attraverso l’energia positiva dell’amore, della tristezza profonda, del desiderio. “La Palestina è qualcosa per cui vale la pena imbracciare le armi, qualcosa per cui vale la pena morire” ha scritto Kanafani. “Per noi, per me e te, è solo la ricerca di qualcosa sepolto sotto la polvere dei ricordi. E guarda cosa abbiamo trovato sotto quella polvere. Altra polvere. Ci sbagliavamo quando pensavamo che la patria fosse solo il passato”.

Milioni di palestinesi continuano a vivere in esilio, generazione dopo generazione, negoziando con attenzione le loro identità individuali e collettive, incapaci né di ritornare, né di sentirsi veramente completi. Questi milioni meritano di esercitare il loro Diritto al Ritorno, meritano che le loro voci siano ascoltate e incluse.
Ma anche quando i palestinesi potranno mettere fine all’esilio fisico, è probabile che, per generazioni ci rimarranno ancorati. “Non so cosa voglio. L’esilio è così forte dentro di me, potrei portarlo con me nella mia terra”, scrisse Darwish.

Anche in Barghouti l’esilio era “così forte”. Nonostante il fatto che abbia lottato per porre fine ad esso, l’esilio è diventato lui. È diventato noi.

 

 

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