Importanti politici israeliani esaltano un libro che sostiene che gli arabi dovrebbero essere rinchiusi in campi di internamento

Giovani palestinesi di Sakhnin in Galilea protestano il 30 marzo 2013 nell’anniversario della Giornata della Terra

Chaim Levinson | 9 giugno 2017 | Haaretz

Nota redazionale: riteniamo interessante per il lettore tradurre il seguente articolo di Haaretz in quanto evidenzia quale sia il livello di razzismo contro i palestinesi con cittadinanza israeliana (i cosiddetti arabo-israeliani) che si manifesta non solo nell’opinione pubblica, ma anche tra i politici e gli accademici ebreo-israeliani. Oltre al contenuto del libro, la presenza entusiastica di 400 membri del Likud, al governo da molti anni, e le dichiarazioni di alcuni ministri e parlamentari del principale partito del Paese rappresentano un indicatore significativo quanto preoccupante della situazione politica israeliana. Infine, il ragionamento relativo al rapporto costi/benefici della presenza di una minoranza araba in Israele, di chiara impronta ultra-liberista, evidenzia uno degli aspetti più inquietanti del discorso proposto dal professore in questione.

Circa 400 esponenti del Likud hanno partecipato alla presentazione del libro di uno storico che afferma che gli arabi israeliani “eccellono nell’evitare di prestare servizio allo Stato”[in realtà i palestinesi con cittadinanza israeliana non possono fare il servizio militare ndt] e “consumano più di quello che producono”

Mercoledì notte politici del Likud hanno partecipato alla presentazione di un libro di un esperto di Islam, ma non è stata la tipica festa [per l’uscita] del libro. L’autore, lo storico Raphael Israeli, sostiene che gli arabo-israeliani sono la quinta colonna che approfitta dello Stato” e che non possono essere integrati nella società israeliana.

Egli ha persino espresso ammirazione per l’internamento dei cittadini giapponesi da parte degli americani nella Seconda Guerra Mondiale e ha criticato il fatto che gli arabi “non vengano confinati in campi [di prigionia]”

Il libro in ebraico è: “ La minoranza araba in Israele: processi evidenti e nascosti”. Israeli, professore emerito di storia del Medio Oriente, dell’Islamismo e della Cina all’Università ebraica, ha anche insegnato all’Università di Haifa. Egli è già conosciuto per la sua critica alle società islamiche, e in special modo alla comunità arabo-israeliana.

L’editore del libro è un membro del Likud, Eliyahu Gabbay, un ex parlamentare nella Knesset del Partito Nazionale Religioso. Il progetto è stato finanziato da un uomo d’affari di Miami, Haim Yehezkel.

L’evento, alla presenza di circa 400 esponenti del Likud, si è tenuto all’Hotel Ramat Gan’s Kfar Maccabiah. Hanno parlato noti membri del Likud, compresi il ministro dei Trasporti Yisrael Katz, il presidente della Coalizione [di governo] David Bitan e il parlamentare Miki Zohar. Tutti i partecipanti hanno ricevuto in omaggio una copia del libro.

Nel frattempo, un foglio fatto circolare ha fornito proposte per trattare “minacce e boicottaggi contro chi presta servizio nelle forze di sicurezza” e altri mali quali “ bigamia, poligamia con più donne, alcune importate da Gaza e dalla Giordania, l’occupazione di terra statale e l’istigazione contro lo Stato”.

L’emozione è stata forte, Israeli se n’è persino uscito con una virulenta protesta contro il ruolo della Suprema Corte in Israele. Alcuni partecipanti hanno gridato insulti contro i parlamentari arabi apostrofandoli come “traditori”e chiedendo la loro cacciata dalla Knesset. Un partecipante ha chiesto il ripristino della legislazione militare nei riguardi della comunità araba israeliana, terminata nel 1966.

Nel libro di 240 pagine, che non contiene note o fonti, Israeli afferma che l’elemento nazionalistico e islamico presente nell’identità degli arabi israeliani impedisce loro di integrarsi in Israele e, grazie alla sinistra ingenua, questa minoranza costituisce una minaccia alla sicurezza di Israele

“Il successo del progresso tecnico a Tel Aviv e a Ra’anana deriva da iniziative private costituite da imprese che hanno osato rischiare, qualche volta fallendo, qualche volta con successo. C’è qualcuno che stia impedendo agli imprenditori arabi di attivarsi e iniziare, investire e assumersi dei rischi nel fondare con successo nuove aziende a Sakhinin?” Israeli scrive, riferendosi a una cittadina arabo-israeliana nel nord.

“Investono in hummus e in automobili di lusso e si lamentano che lo Stato non investa su di loro o in strutture industriali nelle loro aree.” Osem, Tnuva e Strauss non sono nemmeno state impiantate dallo Stato” egli aggiunge, riferendosi a tre delle maggiori imprese del settore alimentare di Israele.

Israeli scrive che può darsi che la comunità araba venga discriminata nei finanziamenti, ma riguardo al pagamento delle imposte vale il contrario. “Gli imprenditori ebrei pagano allo Stato che finanzia i propri cittadini arabi, che pagano meno tasse. D’altra parte gli arabi eccellono nell’evitare di prestare servizio allo Stato e il loro tasso di criminalità è il doppio della media nazionale. Consumano più di quello che producono,” egli scrive.

“Ricevono un ammontare enormemente maggiore in sussidi di quello che pagano al nostro ministero delle Finanze. Se gli arabi israeliani non sono soddisfatti del livello al quale approfittano dello Stato, che trovino un altro Paese che che li vizi ancor di più e offra loro quello che nessun Stato arabo o islamico farebbe…. questa richezza non è stata accumulata grazie a loro, ma nonostante il fatto che siano un pesante fardello per lo Stato ebraico, economicamente, socialmente e riguardo alla sicurezza.

Israeli suggerisce che gli arabi israeliani e gli ebrei ultra ortodossi sono dei parassiti della società. “Se non fosse per (gli arabo-israeliani) e per gli ebrei parassiti come loro, il prodotto interno lordo pro capite in Israele salirebbe perfino oltre il livello di quello europeo,” egli scrive.

“anche chi è discriminato, quindi, se non i componenti della maggioranza ebraica? Il PIL pro capite in Israele ha ragiunto il suo livello attuale non per merito del governo, ma per quello degli imprenditori ebrei che hanno tratto benefici per sé e per l’economia, con vantaggi anche per gli arabi.”

Secondo l’autore, gli arabo-israeliani vivono in semi autonomia “ accaparrando” più risorse di quelle che forniscono o che meritano, ma “non alzerebbero un dito per migliorare la loro situazione economica”

Riguardo ai sentimenti degli arabo-israeliani verso lo Stato, Israeli scrive che “non li abbiamo visti mettersi in fila per donare il sangue per i feriti delle guerre di Israele, oppure essere presenti per sostituire il personale mandato a combattere ai confini, per proteggere anche loro.”

Egli dice che non è così che una minoranza che vuole integrarsi dovrebbe comportarsi.

Egli scrive: “Questo è il comportamento di una quinta colonna, non di cittadini leali. Mentre non li abbiamo sentiti esaltare i progressi scientifici e tecnici del loro Paese, dei cui risultati desiderano usufruire completamente, hanno espresso ammirazione per la capacità di Saddam Hussein di attaccare Israele, per la combattività di Hezbollah e per l’abilità della Jihad islamica di colpire al cuore il loro Paese.”

Nel suo capitolo finale Israeli intende risvegliare l’opinione pubblica israeliana che secondo lui sembra non accorgersi del pericolo. Egli ricorda che durante la Seconda Guerra Mondiale, la Gran Bretagna ha imprigionato persone che il ministero dell’Interno riteneva sospette e che gli Stati Uniti hanno messo in campi di internamento i cittadini di origine giapponese.

Ma dice che l’indebolita Israele ha perso la voglia di esistere come Stato ebraico, e “sebbene gli arabi s’identifichino apertamente con il nemico, non gli succederà niente di male. Non soltanto non vengono rinchiusi nei campi di internamento, ma possono stare nel nostro parlamento.”

(Traduzione di Carlo Tagliacozzo)

 

 

 

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