Impressioni di Viaggio in Israele/Palestina (1.a parte)

Maggio 2011

‘La pulizia etnica della valle del Giordano’

 (a spasso con Laurien del Jordan Valley Solidarity Movement)

 di Franco Dinelli

Non arriva piu’ acqua dai monti della Cisgiordania. Il fiume Giordano oramai e’ solo un rivolo. Cosa sta accadendo alla valle del Giordano? Dei 162 pozzi disposti lungo la linea del Giordano e disponibili agli abitanti nel 1967, oggi nessuno e’ piu’ utilizzabile. Dei numerosi fiumi che scendevano a valle da ovest ad est nessuno piu’ porta acqua. Sono oramai tutti prosciugati. Solo i letti sassosi sono rimasti a testimoniare la loro passata esistenza. In un villaggio, poco a nord di Gerico, gli abitanti andavano pure a fare il bagno e l’acqua scendeva copiosa.

Basta fare il percorso contrario da est a ovest per capire cosa succede. Si trovano infatti dei casottini bianchi circondati da filo spinato. L’acqua viene qua intercettata prima e poi convogliata in tubature che vanno ad alimentare le colonie ebraiche che fin dall’inizio dell’occupazione nel 1967 sono sorte in Cisgiordania. Oramai i contadini palestinesi e i beduini non hanno accesso piu’ al 95% dell’acqua. Addirittura se ne vogliono un po’, nonostante risiedano vicino ad una o piu’ delle antiche risorse idriche, devono prendere il trattore e trainando grossi contenitori andare a comprarla dalle compagnie israeliane. A volte devono fare chilometri e pure attraversare sbarramenti di terra con rari posti di transito, le cui barriere si aprono solo per alcuni minuti al mattino ed alla sera. Una volta un ragazzo e’ rimasto ferito dal ribaltamento di un trattore. Proprio in quel momento la barriera si e’ chiusa e la famiglia non ha potuto soccorrerlo per ore. Un altro dei numerosi muri che dividono la Palestina.

Senza acqua i palestinesi non possono coltivare la terra. Non coltivando la terra dopo tre anni, secondo un’antica legge ottomana rimessa in uso da Israele dal 1978, essa viene confiscata e cade nelle mani dei coloni. Durante la seconda intifada erano attivi 5 checkpoint fissi che impedivano alla gente di Nablus ed est della Cisgiordania di andare a coltivare i propri terreni. Confiscati anche essi secondo questa legge. Oggi tre sono di facile passaggio ma due rimangono attivi. Dei due, Hamra e’ considerato uno dei checkpoint piu’ duri dell’intera Cisgiordania. Recentemente un ragazzo e’ stato ucciso senza motivo mentre lo attraversava con un volontario internazionale.

I coloni, al contrario, hanno tutte le agevolazioni possibili, economiche e di movimento. Il governo di Israele per invogliarli a trasferirsi qua dove il clima non e’ certo ideale concede gratis terra, piante, educazione ai figli e acqua a piacere. Anche l’elettricita’ viene fatta pagare il 25% del valore reale. Sarebbe difficile competere con loro persino per le pur sovvenzionate agricolture europee e statunitensi. I prodotti della valle vengono esportati per il 98% in occidente. Il restante, la porzione non vendibile nei paesi occidentali, invade il mercato palestinese a prezzi molto bassi per minare ulteriormente la debole economia palestinese. Mentre ai vicini manca l’acqua per bere i coloni si permettono pure il lusso di allevare pesci. Anche questi per il mercato estero.

Si spiega cosi’la diaspora lenta che ha portato il numero degli abitanti da 300mila a 60mila circa. Ma questi sono determinati a restare. Sono determinati a non lasciare la loro terra perche’ la amano e forse perche’ non hanno altro posto dove andare. Oltre ai beduini, numerosi sono gli sfollati del 1948 dai villaggi distrutti dagli ebrei (futuri israeliani) che qua si sono rifugiati ma che non hanno avuto lo status di rifugiati. Sono cosi’ costretti a vivere come nomadi perche’ non hanno il permesso di costruire. Spesso l’esercito viene e distrugge le loro tende ed essi si spostano piu’ in la’. Dell’intera valle del Giordano solo Gerico e un altro piccolo centro sono zona di tipo ‘A’ secondo gli accordi di Oslo del 1992. Cioe’ solo in quei pochi km quadrati gli abitanti possono costruire liberamente. Una piccola porzione ulteriore e’ di tipo ‘B’, dove si puo’ ancora costruire ma ‘la crescita naturale’ ha esaurito anche questi spazi. Il resto e’ tutta zona ‘C’: sotto totale controllo israeliano e dove non si puo’ costruire senza permesso delle autorita’ di occupazione.

Oltre all’acqua intercettata prima, persino i pozzi e le sorgenti che arrivano sotto le colline grige nei pressi del Giordano vengono usati dai coloni che soli possono accedere alla zona militarizzata al confine con la Giordania. Questa fascia e’ offlimits come stabilito per motivi di sicurezza dal Piano Allon nel 1967. Un eventuale attacco da parte Giordana e’ oggigiorno poco credibile a giudicare dalla presenza massiccia di coltivazioni sul confine.

La situazione precaria della regione e’ infine minacciata dalla presenza di una discarica che ci segnalano nei pressi di Gerico. Essa va ad inquinare l’ultimo tratto del corso del Giordano, quel poco che ne rimane e che scarnamente si riversa nel Mar Morto. Anche il lago salato pare destinato a morire veramente. Sulle sue rive si trovano delle spiagge a pagamento dove si possono incontrare russi, indiani, cinesi, italiani ed ogni sorta di turisti qua giunti per sperimentare il potere galleggiante del sale. La pelle e’ cosi’ liscia quando si esce ma i bagnanti sono ancora al sicuro come una volta?

Qual’e’ allora il futuro che attende questi luoghi? Cosa potrebbe frenare questa Pulizia Etnica lenta ma che appare inesorabile? Ci sono segni di speranza? Forse si’, deboli ma concreti. Il numero di coloni disposto a trasferirsi qua non pare aumentare. I loro figli poi non pare intendano rimanere indifferenti ai richiami delle citta’. Ci sono certo i coloni che qua sono venuti per motivi religiosi ma ci sono quelli che vengono soprattutto per le condizioni economiche favorevoli. Una volta che queste fossero sparite anche loro probabilmente sparirebbero. E gia’ si vedono alcune colonie deserte. Ma come rendere non favorevole la situazione?

E’ qui che nasce il Jordan Valley Solidarity Movement con l’idea di boicottare i prodotti che provengono da questa valle, idea che si sta diffondendo lentamente in Europa, Stati Uniti e altrove. A fianco dei palestinesi ci sono volontari internazionali come Laurien, giovane francese di Nantes che qua vive da un anno in una umile casa di mattoni di paglia e fango. Essi sono disposti a tutto pur di resistere a fianco degli abitanti del luogo.  Passano dal fornire piante di olivo a chi abita vicino alle colonie che piantano oliveti, a dipanare chilometri di tubature per portare parte dell’acqua che resta sotto il controllo palestinese in aree dove l’acqua non e’ piu’ disponibile. Si costruiscono scuole e case in mattoni di fango e paglia, piu’ facili da ricostruire quando l’esercito israeliano le abbatte. Si aiuta manualmente chi vuole mettere su un’attivita’ che sia un allevamento di pollame o un’azienda che produce ortaggi.

Occorre sapere tutto questo quando facciamo la spesa e quando pensiamo magari a trovare dei modi efficaci per aiutare concretamente un popolo che soffre nel silenzio e nella arsura.

 A questo riguardo qui nuovi volontari sono sempre ben accetti. Come, ad esempio, i dieci americani e inglesi con mani e piedi sporchi di fango che stanno costruendo un piccolo edificio destinato ad essere una scuola per un piccolo villaggio beduino. Su di esso sventola la bandiera italiana. Gia’ porta il nome di ‘Vittorio Arrigoni’.

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