Impressioni di Viaggio in Israele/Palestina (3.a parte)

Maggio 2011

‘And the violent bear it away’

(a spasso con Susan, Raja e Rawand a Jenin)

di Franco Dinelli

 

Attraversare il checkpoint di Kalandia con autobus pubblici e’ come passare da un casello autostradale. Il centro di Ramallah invece e’ un caos infernale. In centro stanno facendo lavori e il traffico e’ ancor piu’ congestionato. Passiamo dalla sede di “This week in Palestine”, rivista distribuita gratis in diecimila copie. Il designer vive a Massa Marittima da circa vent’anni, l’ho conosciuto a ottobre quando mi sono abbonato. Sono qua perche’ da marzo non ricevo piu’ la rivista. La ragazza che mi accoglie rimane attonita. Esempio di giornalismo popolare vero questo. Chiunque puo’ scrivere un articolo e preferibilmente solo una volta. Contrariamente al nome e’ un mensile.

Passiamo poi dalla sede dell’AOWA, organizzazione di donne che commercia sapone e oggetti di artigianato. Ci offrono te’ con miramia o nana. Donne anziane e giovani stanno di fronte a noi. Ci danno l’indirizzo di Jenin dove fanno i saponi che vengono esportati in Italia in alcune botteghe del commercio equo e solidale.

Una lunga strada tortuosa porta a Jenin da Ramallah. Con il taxi collettivo circa due ore di viaggio. Susan ci attende in centro citta’ e ci porta ad un ristorante dove prendiamo shawarma e mezzeh. E’ veramente economica Jenin al contrario di Gerusalemme e Betlemme. Qua non si vedono turisti. La vita pare scorrere come in una qualsiasi citta’ araba. Ai nostri occhi appare anonima nel suo caos. Arrivando al campo profughi di Jenin, l’impressione non cambia ma anzi si acuisce. A giudicare dagli edifici non si puo’ certo capire cosa sia successo meno di dieci anni fa. Le case sono gialle, le strade larghe, quasi pulite. Quando scendiamo dal taxi ci troviamo in una piccola piazza con al centro un cavallo fatto con pezzi metallici di colori diversi, un puzzle tridimensionale. Una scritta in tedesco ai suoi piedi, che non riesco a decifrare.

Chi potrebbe dire che nel 2003 durante la seconda Intifada tutte le case furono demolite sotto il peso dei carriarmati e dei bulldozer. Durante l’assedio l’esercito che passava di casa in casa sfondano i muri laterali o i soffitti. Una tattica di guerriglia sviluppata nelle universita’ israeliane, come ci dice un architetto ebreo israeliano in un libro edito in Italia da Bruno Mondadori. Molti civili e molti combattenti sono morti a causa degli attacchi: un piccolo cimitero li riunisce tutti insieme, con un monumento che li ricorda all’entrata. Raja ci indica le tombe di due suoi fratelli uccisi allora. In seguito la sua casa e’ stata demolita due volte. La sua famiglia ostinamente l’ha ricostruita ogni volta.

A pochi metri dalla piazza col cavallo c’e’ la sede dell’AOWA. Ci accoglie una donna musulmana alta, magra, elegante e dai modi gentili. Ci mostra una stanza dove i saponi vengono prodotti. Ci spiega che anni fa un italiano di nome Andrea di Milano insegno’ loro come farli. Da allora ne hanno prodotti molti. Dice che la disoccupazione nel campo e’ altissima da quando non possono piu’ andare a lavoro in Israele. Cosi’ devono inventarsi il modo di sopravvivere. Molte famiglie vivono di quei pochi soldi che provengono dalla vendita del sapone. Ringraziano infinitamente tutti gli italiani che comprano il loro sapone. Non le dico che forse e’ un po’ eccessivo. Dovrei spiegarle cosa fa l’Italia per la Palestina?

Chiedo a lei del cavallo e mi spiega che sotto di esso fu trovata una fossa comune dove gli israeliani avevano sepolto i corpi dei morti che volevano nascondere. Mi chiedo: perché un cavallo? Non saprei però cos’altro metterci.

Alle 15 del pomeriggio nessuno o quasi passa per le strade del campo di Jenin. Alla stessa ora il 4 aprile, un uomo col viso coperto ha esploso 11 colpi sul corpo indifeso di un uomo che portava per mano suo figlio. Una corsa disperata all’ospedale non e’ bastata. Il suo nome era Juliano Mer-Khamis. “100% palestinese e 100% ebreo”, aveva detto. Stava andando al suo teatro che nel 2005 aveva fondato per ricreare una speranza di vita negli abitanti scioccati da tanta distruzione. La giovane e piccola Rawand non resiste alle comande e piange.

Quando le chiedo il suo nome un piccolo sorriso le esce dalle labbra, e comincia a parlare di Juliano, del teatro e del futuro incerto. E’ rimasta orfana come tutti coloro che gravitavano attorno a questo teatro. Juliano era un padre, un fratello, un insegnante, un cercatore di fondi, era tutto. Faceva corsi di recitazione per ragazzi a livello professionale. Prima di morire aveva diretto l’ultima replica di ‘Alice in Wonderland’. Un grande successo in quello stanzone dipinto di nero col palcoscenico profondo e scarno e circa dieci file di panchine nella scalinata riservata al pubblico. Presto andranno anche in tournee a Parigi.

Il teatro della resistenza e della liberta’. Rawand andra’ in Germania e poi in Inghilterra a parlare di Juliano, a chiedere sostegno. Ci sono adesso alcuni inglesi che insegnano recitazione ai ragazzi nella stanza accanto mentre in queste ore la moglie di Juliano sta per dare alla luce due gemelli.

Ogni inverno il freddo la secca ma ad ogni primavera la menta ostinatamente ricompare.

 

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