Impressioni di Viaggio in Israele/Palestina (4.a parte)

‘Mondi paralleli’

(a spasso con Fadi e Eitan a Gerusalemme e Tel Aviv)

di Franco Dinelli

 

Provate a mischiare olio e acqua. Per quanto tentiate agitando la miscela, essi rimarranno separati. Dove uno prevale si formano delle bolle più o meno grandi dell’altro.

A Gerusalemme vecchia dalla porta di Giaffa o da quella detta Nuova scendono i rabbini, neri vestiti e con lunghi riccioli alle tempie. Passano attraverso il quartiere cristiano e poi quello musulmano. Provengono dai quartieri ebraici fuori le mura di Gerusalemme ovest e vanno verso il muro occidentale (noto come muro del pianto) o il quartiere ebraico. Raramente si fermano, tuttalpiù per guardare la merce esposta.

Il venerdì lungo la via dolorosa salgono dalla porta dei Leoni gruppi di pellegrini ucraini, indiani, italiani e di altre nazionalità. Cantano inni e recitano le stazioni della via crucis. I primi portano sulle spalle una croce di legno leggero. Arrivano al Santo Sepolcro, fanno una foto di gruppo sulla scalinata al lato dell’entrata poi entrano. Dentro al grande edificio si dipanano infiniti luoghi più piccoli, da grotte a stanze con altari, sorvegliate dalle varie denominazioni cristiane. Dall’entrata i pellegrini salgono alla destra sul luogo dove Gesù è stato crocifisso, scendono, si genuflettono su una lastra sulla quale di dice sia stato deposto dalla croce e si dirigono verso la chiesetta che racchiude il luogo di sepoltura vuoto. Anche essi parlano con i locali solo per il loro ‘business’.

Nel quartiere ebraico si possono trovare arabi musulmani e cristiani. Non possono accedere giù alla piazza di fronte al muro occidentale, dove gli ebrei pregano, i turisti scattano foto e salgono alla spianata delle moschee. Però possono lavorarci, come ad esempio gestendo i bagni pubblici. Uno di loro gentilmente mi permette di liberarmi di un ingombrante fardello nonostante sia passata l’ora serale di chiusura. Fadi mi dice che i rapporti con gli ebrei non sono cattivi. Ognuno basta che si concentri sul proprio “business”.

Fadi è fortunato nel fare l’autista. Con lui molti altri palestinesi ‘liberi’ di transitare in Israele. Ci parlo mentre ci porta a Tel Aviv e poi all’aeroporto. E’ cristiano cattolico, ha 27 anni. I suoi si sono mossi da un villaggio vicino Jenin prima del 1967. Non dice quando e come, ma perché: la possibilità di lavorare. Così nel 1967, al momento dell’occupazione della Cisgiordania, erano dalla parte giusta e i loro figli hanno passaporto israeliano. Fadi mi dice che circa il 90% dei palestinesi a Gerusalemme lavora in un modo o in un altro in relazione ad attività ebraiche: hotel, ristoranti, trasporti. Nessuna noia. Basta sempre che ognuno badi al proprio “business”.

Se scendete nella valle del Kidron, trovate una strada che separa est ed ovest. Anni fa era sterrata ma piano piano gli israeliani la stanno risistemando. Lo scopo è creare un immensa zona di interesse archeologico. Ad ovest della valle, si vede in alto l’angolo sud-est della spianata delle moschee: il Pinnacolo, sul quale Gesù fu tentato. Più sotto il bel parco archeologico della cittadella di David con varie attrattive come un tunnel percorribile a piedi nell’acqua fino al ginocchio e la piscina di Siloe, quella del cieco nato per intenderci. Ad est c’è l’orto degli ulivi (il Getsemani, luogo del tradimento di Giuda). A fianco e più sotto un grande cimitero ebraico fra cui le imponenti tombe di Zaccaria il profeta e di Assalonne. Scendendo ancora il quartiere di Silwan alla cui base si vedono molti tagli quadrati: tombe ebraiche antiche. Incastonate nella cittadella di David sono localizzate alcune case palestinesi. Fawas vive in una di queste case sotto assedio. Gli israeliani gli hanno offerto molti soldi per andare via ma la sua famiglia come le altre ha rifiutato. Qui da anni c’è un punto di incontro o meglio di scontro. Dopo la preghiera di metà giorno il venerdì. I palestinesi si radunano a manifestare e a volte lanciare sassi verso il soldati israeliani che presidiano l’area. I soldati rispondono con proiettili ricoperti di gomma. Non sono mortali ma fanno molto male. Ricordo che mi fu detto tempo fa da Luisa Morgantini come per i cecchini sia una prova di destrezza colpire nell’occhio i ragazzi.

Tel Aviv, 35 gradi alle 11 del mattino. Qui gli unici palestinesi che arrivano sono autisti con targhe gialle (israeliane) e qualche studente universitario. Ma ci sono altri abitanti non ebrei. Alicia, suora comboniana che vive a Betania sopra Gerusalemme, viene qua per lavorare in un centro medico dove curano clandestini. Clandestini nello stato più controllato del mondo, con un muro di separazione costruito per impedire attentati suicidi? Sì. Africani che sono arrivati qua illegalmente dal deserto del Negev a sud oppure legalmente con visti turistici e poi datisi alla macchia per lavorare al ‘nero’. Essi non hanno diritti. I medici di Physicians for Human Rights (PHR) tentano di provvedere là dove lo stato più democratico dell’area è assente.

PHR con Alicia sono gli stessi che trovarono la prima prova delle bombe ‘CD’ usate a Gaza durante Piombo Fuso. Cluster bombs che a un metro da terra si aprivano e lanciavano intorno lame metalliche tonde che hanno creato tanti mutilati.

Piazza Rabin, il centro con il municipio e il monumento per ricordare il posto dove Rabin fu ucciso da un’estremista ebreo: alcune solide rocce del Golan. A cento metri a nord fra alti edifici, si trova un’area con edifici bassi. La zona è notevolmente degradata, con rifiuti e erba secca. Qui prima del 1948 sorgeva un villaggio palestinese. Si riconoscono alcuni resti di case arabe. Il motivo del degrado? La municipalità vuole costruirci nuovi grattacieli sfrattando gli ebrei che nel 1948 furono mandati lì affinché i legittimi proprietari palestinesi non potessero più tornare. Ora hanno finito il loro ‘job’ e possono andare altrove con un  rimborso ridicolo considerando la locazione. Mentre camminiamo Eitan ci dice di stare attenti perché possono essere molto aggressivi. Appare subito una donna anziana aggressiva che dice: qua non c’era un villaggio palestinese.

Eitan lavora per Zochrot. Zochrot è un’organizzazione costituita da israeliani ebrei e palestinesi. Si occupano di far conoscere la Naqba agli ebrei. Fanno mappe e azioni dimostrative per informare i ‘nuovi abitanti’ di Tel Aviv ed altre città che lì prima non c’era il deserto ma villaggi abitati e distrutti nel 1948 alla nascita dello stato di Israele. Pochi giorni fa cadeva il 63° anniversario della Naqba. Ci sono nati molti scontri soprattutto al confine col Libano. Questo ha avuto grande eco nella stampa, ed ora molti sono venuti a conoscenza della Naqba e contattano Zochrot per saperne di più. Chiedo ad Eitan se questa strada può dare frutti di riconciliazione. Lui dice che è un processo lento il cui esito è incerto. Sicuramente non può accadere da un giorno all’altro che gli ebrei israeliani riconoscano che il Sionismo è stato un fallimento. Quello che è certo è che senza il riconoscere la Naqba nulla di solido può nascere.

La Naqba: il punto in cui mondi paralleli possano finalmente convergere.

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