IN CHE MISURA DEMOCRATICI E REPUBBLICANI DIFFERISCONO SU ISRAELE E PALESTINA?

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tratto da: Beniamino Benjio Rocchetto

sabato 19 settembre 2020   19:40

Di Ramzy Baroud – 18 Settembre 2020

La natura polarizzata della politica americana rende spesso difficile affrontare le differenze fondamentali tra i due principali rivali politici del paese, Repubblicani e Democratici. Poiché ciascuna parte è intenzionata a screditare l’altra in ogni occasione, le informazioni imparziali sulle posizioni effettive delle due parti su questioni interne ed esterne possono essere difficili da decifrare.

Per quanto riguarda la questione Israelo-Palestinese, tuttavia, le istituzioni di entrambe le parti sono abbastanza chiare nell’offrire a Israele un sostegno illimitato e incondizionato. Le discrepanze nelle loro posizioni sono, a volte, abbastanza trascurabili, anche se i Democratici, occasionalmente, tentano di presentarsi come più equi ed imparziali.

A giudicare dalle dichiarazioni rilasciate dal candidato Democratico alla presidenza, Joe Biden, dal suo vice, Kamala Harris, e dai sostenitori della loro campagna, una futura presidenza Biden non annullerebbe nessuna delle misure politiche filo-israeliane adottate dall’Amministrazione di Donald Trump.

Inoltre, un’Amministrazione Democratica, come rivelato, non prenderà nemmeno in considerazione la possibilità di condizionare il sostegno finanziario e militare degli Stati Uniti a Israele sul rispetto di quest’ultimo per i diritti umani palestinesi, per non parlare del Diritto Internazionale.

“Joe Biden ha chiarito che non legherà l’assistenza per la sicurezza degli Stati Uniti a Israele alle decisioni politiche prese da Israele, e non potrei essere più d’accordo”, ha dichiarato Kamala Harris, promossa con entusiasmo da alcuni come un politico “progressista”, ad un intervento in collegamento telefonico il 26 agosto. La telefonata è stata fatta a quelli che il quotidiano israeliano Haaretz ha definito “sostenitori ebrei”. Il Jerusalem Post e il Times of Israel si riferivano invece a questo importante collegio elettorale come “donatori ebrei”.

Sebbene negli ultimi anni la visione tra le fila del partito sia cambiata in modo significativo nei confronti di Israele, il vertice dei Democratici si rivolge ancora alla lobby israeliana e ai suoi ricchi sostenitori, anche se questo significa continuare a modellare la politica estera degli Stati Uniti in Medio Oriente in modo da servire gli interessi israeliani.

I Repubblicani, d’altra parte, hanno consolidato il loro sostegno al regime sionista, ma non più attorno a questioni geostrategiche relative alla “sicurezza” di Israele o agli interessi degli Stati Uniti. I discorsi fatti dai leader Repubblicani alla Convention Nazionale Repubblicana (RNC), tenutasi a Charlotte, nella Carolina del Nord, il mese scorso, erano tutti volti a rassicurare i “sionisti cristiani”, che rappresentano la più potente circoscrizione filo-israeliana negli Stati Uniti. L’impatto un tempo relativamente marginale dei sionisti cristiani nel plasmare direttamente la politica estera degli Stati Uniti si è trasformato, nel corso degli anni, per definire i valori fondamentali dei Repubblicani.

Indipendentemente dalla natura del dibattito attraverso il quale i vertici Repubblicani e Democratici esprimono la loro fedeltà e il sostegno a Israele, i due partiti sono decisamente “filo-israeliani”. Ci sono molti esempi recenti che avvalorano questa affermazione.

Il 18 novembre 2019, il Segretario di Stato Americano Mike Pompeo ha annunciato che Washington non considererà più gli insediamenti colonici israeliani come illegali o una violazione del Diritto Internazionale. Questa posizione è stata successivamente consolidata nel cosiddetto “Piano di Pace” di Trump, diffuso il 28 gennaio.

I Democratici, tuttavia, continuano a considerare gli insediamenti israeliani illegali come effettivamente illegali. “Questa decisione danneggia la causa della diplomazia, ci allontana dalla speranza di una soluzione a due Stati e non farà altro che infiammare ulteriormente le tensioni nella regione”, ha detto Joe Biden in una dichiarazione, durante la campagna elettorale, in risposta alle affermazioni di Pompeo.

Sebbene notevolmente diversa, è difficile immaginare un’Amministrazione Democratica che sostenga tali posizioni, astenendosi allo stesso tempo dal revocare decisioni precedenti prese dall’Amministrazione Trump. Può essere solo l’uno o l’altro.

Questo scetticismo è pienamente giustificato, come abbiamo constatato di recente, tanto che il Direttorio Democratico ha rifiutato persino di usare la parola “occupazione”, con riferimento all’occupazione israeliana della Palestina, nel loro programma politico rilasciato il 15 luglio. Secondo la testata Foreign Policy, la decisione “ha fatto seguito a forti pressioni dell’ultimo minuto da parte di gruppi di difesa pro-Israele.”

Il 6 dicembre 2017, l’Amministrazione Trump ha preso una delle più audaci decisioni filo-israeliane, quando ha riconosciuto formalmente Gerusalemme come capitale di Israele. Pochi mesi dopo, il 14 maggio 2018, l’ambasciata americana è stata trasferita da Tel Aviv a Gerusalemme, una sfacciata violazione del Diritto Internazionale.

Il fondamento giuridico della decisione di Trump è stato il Decreto sull’Ambasciata di Gerusalemme (Jerusalem Embassy Act) del 1995. Questo atto è stato il risultato di sforzi politici congiunti tra Repubblicani e Democratici al Congresso. È interessante notare che i leader Democratici, come Joe Biden e John Kerry, erano i principali sostenitori del trasferimento dell’ambasciata, all’epoca. Solo un senatore Democratico, il compianto Robert Byrd, ha votato contro il disegno di legge. Alla Camera dei Rappresentanti, solo 30 Democratici su 204 hanno votato “no”.

Anche se molti Democratici hanno contestato la tempistica del trasferimento dell’ambasciata da parte di Trump, le loro critiche erano in gran parte politiche, motivate principalmente dai tentativi dei Democratici di screditare Trump. Il fatto che la campagna di Biden, in seguito, abbia chiarito che la decisione non sarebbe stata revocata se fosse diventato presidente, è un ulteriore esempio che evidenzia la fatiscenza morale della Dirigenza Democratica.

La verità è che il sostegno incondizionato degli Stati Uniti a Israele è una causa comune a tutte le Amministrazioni Americane, Democratiche o Repubblicane. Ciò su cui possono differire, tuttavia, è il motivo generale e le fasce sociali a cui principalmente si rivolgono durante il periodo delle elezioni.

Polarizzazione politica e disinformazione a parte, sia i Democratici che i Repubblicani si dirigono alle elezioni di novembre con forti sentimenti pro-Israele, se non addirittura con il sostegno, ignorando completamente la difficile situazione dei palestinesi occupati e oppressi.

Ramzy Baroud è giornalista ed editore di The Palestine Chronicle. È autore di cinque libri. Il suo ultimo è “Queste catene saranno spezzate: storie palestinesi di lotta e sfida nelle carceri israeliane” (Clarity Press, Atlanta). Baroud è un ricercatore senior non residente presso il Centro per l’Islam e gli Affari Globali (CIGA), Istanbul Zaim University (IZU). Il suo sito web è www.ramzybaroud.net
Trad: Beniamino Rocchetto – Liberamente
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