IN GIRO SUL FRONTE DI IDLIB

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soldati siriani di prima linea nella loro base di fronte alle colline tenute da Nusrah sul confine con la provincia di Idlib – Foto Nelofer Pazira

 

di Robert Fisk – 10 settembre 2018

Ogni giornalista vorrebbe iniziare un articolo con le parole “Tutto tranquillo sul fronte occidentale”. O sul fronte orientale. E in effetti io ho scribacchiato “Tutto tranquillo sul fronte settentrionale” sul mio notes nel corso del mio percorso rurale verso il villaggio settentrionale di Kansabba sulla linea siriana del fronte opposta alla provincia di Idlib quando un pezzo di artiglieria nel bosco ha sparato un colpo sopra le nostre teste. Ci sono voluti venticinque secondi perché il suono dell’esplosione – sulle colline a nord-est – ci riecheggiasse smorzato indietro attraverso gli alberi. Poi un secondo sparo. E un terzo. Alcuni soldati siriani in motocicletta hanno ronzato lungo la strada. Le linee del fronte sono così. Sole, gruppi di nuvole, una stradina tortuosa, un’esplosione e poi un gregge di pecore esce da un campo al richiamo di un pastore incappucciato.

Dunque addio al “Tutto tranquillo”. Ma ecco il problema. La Siria non fa segreto di aver ammassato 100.000 soldati attorno alla provincia di Idlib per “battaglia finale” contro i nemici islamisti; qualcuno in più o in meno considerando i persuasi a “riconciliarsi” con il governo siriano attraverso i russi, quelli di ritorno “a casa” – Tagikistan, Arabia Saudita, Afghanistan, Cecenia, fate voi – o i disposti ad arrendersi. E come sappiamo tutti, i jihadisti nella pattumiera terrorista di Idlib – i russi e i siriani usano ora il “terrorismo” con la stessa alacrità impiegata da George W. Bush dopo aver invaso l’Iraq – hanno preferito continuare a combattere a Idlib dopo aver lasciato le grandi città della Siria.

Poi ci sono gli “esperti” in occidente che ci dicono che ci sono 30.000 combattenti a Idlib. Sospetto che siano più prossimi ai 10.000. I civili, ci informano, costituiscono tra i due milioni e mezzo e i tre milioni di anime a Idlib; mezzo milione, in altri termini, può esserci o non esserci. I civili intrappolati ad Aleppo est sono risultati una grossolana esagerazione una volta terminato l’assedio nel 2016. Ma forse la cifra più alta a Idlib è quella giusta. E come sappiamo che i 100.000 soldati siriani sono la statistica corretta? Ma in tal caso si tratta del più vasto ammasso di truppe dall’inizio della guerra.

Così gli avvertimenti di Trump, ONU, Merkel, Erdogan di una catastrofe umanitaria, di assassinii di masse, di attacchi chimici e del giorno del giudizio mi hanno indotto a insinuarmi lungo le strade del fronte siriano per due giorni interi; tuttavia l’enorme forza d’invasione siriana è rimasta stranamente elusiva. Ho viaggiato dalla frontiera turca a Kassab, attraverso Rabia e Kansabba e dietro Jourine e poi sul percorso militare dei rifornimenti siriani da Hama a Abu Adh Duhour e attraverso villaggi mai sentiti fuori dalla Siria – Omalhouteh, Tel Maseh, Ewanat Skieh, Bardah, Kafr Abeed, Blass, Alhadein – e l’esercito siriano ammassato non è risultato visibile da nessuna parte.

Questo era davvero l’inizio della battaglia finale? ho continuato a chiedermi. In mezzo a un boschetto silvestre a est di Kassab mi sono improvvisamente imbattuto in 200 soldati siriani, elmetti d’acciaio, braccia sull’attenti, in parata; il loro comandante ha mandato un motociclista a chiederci perché stavamo scattando fotografie, poiché questa era, di certo, una buona foto da Corrierino dei Piccoli per The Independent. I lettori notino l’istantanea rubata dalla mia collega che accompagna questo articolo [v. in testa allo stesso – n.d.t.]. Ma non c’erano blindati, niente iraniani, niente hezbollah, niente russi, niente convogli di artiglieria da campo – anche se avevo visto le foto dei convogli siriani un paio di settimane fa – e le sole forze di massa in cui mi sono imbattuto sono state vaste greggi di pecore e, vicino ad Aleppo, una fila di cammelli. Nemmeno un solo soldato aveva una maschera antigas, che sarebbe certamente un segno di un imminente attacco chimico da qualche parte sul fronte, chiunque sganciasse la roba.

Ora, questo non significa che l’esercito invasore non ci fosse. Forse molto indietro rispetto alle linee del fronte e molto sopra Aleppo; magari sta passando il tempo in campi lontani in attesa dell’ora zero. I siriani hanno sonoramente annunciato la loro intenzione di schiacciare l’ultimo bastione islamista di Idlib e io posso confermare che caccia siriani sono decollati dalla base aerea di Hama lo scorso sabato mattina circa alle otto e trenta, perché ho potuto udire il loro rombo a un miglio di distanza mentre facevo colazione, ma non ho visto nuvole di fumo calare da Jisr al-Chougour o da est di Idlib un paio d’ore dopo, mentre guardavo da quel percorso di rifornimento di sicurezza fin troppo sconquassato verso Aleppo. Un solitario elicottero siriano di produzione russa, volando a bassa quota, è arrivato con il suo rumore sordo sopra il deserto vicino ad Abu Adh Dahour, la cui base aerea è stata ripresa dalle truppe siriane l’anno scorso. Solo uno.

Dunque ecco che cosa ho scoperto nel mio giro di 300 miglia attorno alla frontiera di Idlib. Al vecchio valico di confine di Kassab i turchi stanno ancora costruendo un grande muro di cemento lungo la frontiera siriana, sovrastato da filo spinato e lampade ad arco sotto una montagna velata di nubi sulla quale stava, appena visibile, una rete di antenne di ricognizione. Da lì, mi ha detto un capitano siriano, la NATO controllava la Siria, probabilmente poteva ascoltare le comunicazioni siriane – anche se i siriani non potevano apparentemente ascoltare la NATO – e io ho salito la scala di una casa distrutta con i graffiti delle sue ex forze islamiste di Nusrah dipinti su una delle pareti interne e ho guardato oltre il confine turco. C’era addirittura un busto di Mustafa Kemal Ataturk sul lato turco della stazione di confine.

Poi un senso di déjà vu. Un gruppo di agenti della sicurezza siriana di è diretto scontrosamente verso di noi per chiedere all’esercito siriano che cosa stavamo facendo. C’è stato un alterco – un momento istruttivo – tra le due forze siriane primo che andassimo via. Interessante. Ma esattamente due anni fa lo stesso esercito siriano si era scontrato con gli stessi uomini della sicurezza nello stesso punto che ponevano le stesse domande riguardo alla mia presenza. Non una replica interpretata male. E quando mi sono diretto più a est quei cannoni che sparavano attraverso il bosco – di nuovo, esattamente due anni fa, nello stesso posto, l’artiglieria siriana, molto probabilmente gli stessi cannoni – avevano sparato granate sopra le nostre teste contro le stesse colline distanti tenute da Nusrah. Plus ça change, immagino.

E poi, vicino a Kansafet, ho salito gli scalini pericolanti di una villa bucherellata dai proiettili dove soldati siriani del fronte sistemavano sacchi di sabbia sopra una moschea e una chiesa distrutte e un proiettile è passato oltre noi, sparato da cecchini di Nusrah più in alto. Quando ho suggerito a un cortese ufficiale siriano che pensavo potesse non esserci una grande offensiva – solo una lenta erosione ai confini del mini-califfato di Idlib mentre i colloqui di “riconciliazione” si trascinano tra siriani, russi e turchi e i gruppi armati e, si spera, le decine di migliaia di civile intrappolati là – il soldato ha annuito e mi ha detto che avevo “ragione al 50 per cento”.

E’ stato un viaggio inquietante. Una grande autostrada vuota, con i cartelli stradali blu di Aleppo, Lattakia e Damasco a dimostrare che si è sulla vecchia autostrada internazionale M4 tagliata fuori dai combattenti di Idlib; un torreggiante viadotto ferroviario catturato dall’esercito siriano; e una grande, ma ancora incompleta, diga fluviale in cemento le cui attrezzature, dicono i siriani, sono state spogliate da Nusrah e vendute ai turchi. E migliaia e migliaia – e altre migliaia ancora – di case distrutte e abbandonate e di recinti e capanne per il bestiame abbattute negli scorsi tre anni di combattimenti. Nusrah aveva tentato di abbattere un ponte autostradale, ma le cariche – esplose tanto tempo fa – pare siano esplose verso il basso anziché verso l’alto, e la struttura era ancora in piedi.

E’ stato circa in questa occasione che mi sono reso conto dello scopo della presenza dell’esercito siriano in questo settore. Non, sospetto, per un’offensiva contro Idlib bensì, piuttosto, per combattere i guerrieri dell’opposizione se si trovassero sotto bombardamento aereo e cercassero di fuggire a ovest e di attraversare il confine turco murato. Se deve esserci un’ultima battaglia, l’idea è che i nemici armati della Siria non debbano eclissarsi questa volta a meno che, ovviamente, russi e iraniani e turchi – che si crogiolano nel seguito degli unici colloqui marginalmente riusciti a Teheran la settimana scorsa – possano ancora elaborare una soluzione pacifica.

Dunque questa non era una rampa di lancio per un attacco contro Idlib. “Questo posto è così pieno di montagne, valli, colline e rocce che ci vorrebbero sei divisioni per combattere qui, e noi ne abbiamo solo una”, ha ammesso un ufficiale siriano. In ogni caso, mi sono chiesto, come si può avviare un attacco con carri armati ammassati attraverso un bosco? E potete dimenticarvi ricordi storici delle Ardenne. Queste colline boscose sono molto più difficili da attraversare, per non parlare di irrompere giù – nello stile degli assiri di Byron – come il lupo sull’ovile.

Sulle montagne più in là un gruppo di vecchi carri armati T-62 dell’epoca del Patto di Varsavia è annidato accanto alla strada in mezzo a venti che soffiano a oltre 120 chilometri l’ora. La strada militare a est della provincia di Idlib, piena di crateri e affiancata dagli stessi villaggi a pezzi, era contrassegnata solo dagli ormai familiari posti di controllo siriani dalla bandiera rosso-bianco-nera e affiancata da vasti bacini desertici. Salvo per l’elicottero solitario, non c’era alcun segno di una catastrofe imminente per la gente o i difensori di Idlib. La sabbia era quel cliché di tutte le notizie sulla guerra – un deserto vuoto – e l’orizzonte era 15 miglia lontano. Legioni siriane potevano essere là fuori caldo luccicante, in attesa di attaccare? Possibilissimo, ma ho pensato che avrei dovuto individuarne qualcuna. Fuori da Aleppo sei autocarri pesanti da rifornimento, nuove importazioni dalla Russia, salivano una collina. Erano tutti vuoti.

I villaggi lungo questo giro delle linee del fronte erano tanto miserabili quanto deprimenti. In gran parte abbandonati, numerosi, nell’ultima parte del mio viaggio, esibivano ancora i resti delle pompe di benzina illegali di Nusrah – un ammasso di ferraglia con chiazze nere attorno – ma alcuni negozi avevano riaperto, più vicino ad Aleppo. Ma chi vorrebbe tornare qui quando l’ultima offensiva siriana riuscita a Deraa è terminata con una misteriosa incursione dell’ISIS nella quale sono state massacrate schiere di civili drusi?

Bene, ho intrapreso il viaggio di ritorno lungo il percorso dei rifornimenti. Quaranta soldati nel casotto di un bar in lamiera ondulata, cinque elicotteri – uno da ricognizione – in volo sopra la base aere ricatturata, una vecchia posizione radar e quattro camion non militari coperti. Non grandi segnali dell’”Operazione Alba di Idlib”, come la chiama ora ufficialmente l’esercito siriano.

Beh, non può essere una guerra senza guerra. Per quanto vere o illusorie siano le notizie di pesanti incursioni aeree su Idlib – e rimane un fatto che nemmeno un solo giornalista occidentale che ne dia notizia si trova, per quanto ne sappiamo, nella stessa Idlib – sarebbe ridicolo suggerire che i russi e i siriani non stiano bombardando la provincia e le sue città. Lo stanno facendo. Visitare il fronte lungo strade militari, come ho appena fatto dalla parte siriana del fronte, non significa che io possa vedere ogni valle o uadi o estensione di deserto. E’ un fatto che sino numerosi posti d’osservazione russi qui, ma non li ho visti. E un posto turco, installato in base all’accordo russo di “disimpegno”, che non sono riuscito a trovare.

La mia idea è che l’”ultima battaglia” sia ancora lontana. Dovrà esserci, certo. Il governo siriano ha dichiarato ripetutamente che non permetterà ai suoi nemici di restare in una provincia di 6.097 chilometri quadrati – attenzione anche TALE dato statistico potrebbe essere un pochino troppo elevato! – ma la Siria non vuole entrare in guerra con la Turchia.

I turchi, che hanno consentito a tanti di questi uomini di entrare in Siria, sorveglieranno il futuro campo di battaglia e saranno intimiditi dall’esercito siriano ammassato (poiché certamente lo sorvegliano meglio di me)? No, non penso che la Turchia sarà intimidita. Ma con la mano di Vladimir Putin sulla spalla, il sultano Erdogan oltre confine potrebbe essere un po’ più accomodante. Forse qualcuno ritirerà i combattenti stranieri. O li manderà a combattere e morire in un altro paese? In Libia, forse? In Yemen? Questi uomini – e le loro famiglie – hanno girato parecchio il Medio Oriente in questi ultimi anni. Ci saranno altri negoziati, immagino, tra Putin e Erdogan e Assad e – attraverso Putin – forse con i sauditi? Nel frattempo i nostri leader ansimano e sbuffano e sbavano e ruggiscono e, attraverso quella piccola valle, state certi che i cannoni siriani continuano a sparare stamattina. Non è tutto tranquillo sul fronte settentrionale. Ma non è ancora una guerra.

Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/prowling-the-front-lines-in-idlib/

Originale: The Independent

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2018 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

 

 

IN GIRO SUL FRONTE DI IDLIB

http://znetitaly.altervista.org/art/25835

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