In Israele ‘fascista’ non è un insulto

di Amira Hass  -10 dicembre 2011

Hillary Clinton non aveva ancora finito di esprimere la sua preoccupazione per quel che sta accadendo in Israele che già il  laborioso membro del Knesset del Likud, Danny Danon, ha cominciato a snocciolare un’altra versione della lista di proposte di legge riguardanti la fedeltà allo stato (che sono state nel frattempo lasciate cadere): “Ogni certificato emesso dallo stato obbligherà [il richiedente] a firmare un documento con una clausola in cui dichiari lealtà allo Stato d’Israele.”

Una spiegazione è stata offerta da Arutz Sheva, il sito web giornalistico dei coloni: “Niente dichiarazione, niente patente, né carta d’identità, né passaporto.”  Parlando a Razi Barka’i sulla Radio dell’Esercito, Danon ha spiegato che questo in realtà non era ancora abbastanza per – attenzione! – la “soluzione totale”.  Persino Barka’i si è quasi soffocato a quell’espressione.

Per un momento ottimistico è stato possibile pensare che Danon non facesse distinzioni in base alla religione o alla nazionalità. “Ci sono molte persone che agiscono contro lo Stato che le protegge,” ha detto. “Chiunque non sia fedele allo Stato non dovrebbe essere cittadino.” Cioè, persino gli ebrei kosher [religiosamente osservanti – n.d.t.] la cui lealtà sia in dubbio. Tuttavia, u8n secondo dopo ha chiarito la sua intenzione: “I dati sulla criminalità chiariscono oltre ogni dubbio che gli arabi d’Israele trattano le leggi del paese con disprezzo. Hanno percentuali di criminalità molto più alte di ogni altro segmento della popolazione.”

Non è importante quello che la proposta di legge ci dice a proposito di Danon come persona: che non ha studiato la storia, per esempio, o che lo ha fatto ma sa benissimo che nei regimi fascisti lo Stato è sopra ogni altra cosa; o che, da demagogo esperto, sa quanto sia stretto il legame tra il livello di discriminazione di un gruppo etnico e le affermazioni riguardanti la criminalità dei suoi membri.

I media, istupiditi da queste proposte di legge che fanno di Jean-Marie le Pen e di sua figlia due dilettanti, hanno smesso di notare la differenza tra una vecchia proposta di legge ed una emendata.  Visto che la proposta attuale prende di mira gli arabi, non causa eccitazione.  Ma che dire delle Facoltà di Storia Ebraica nelle università, dell’istituto Yad Vashem per la memoria dell’Olocausto, o del museo al kibbutz Lohamei Hageta’ot? Il loro silenzio non è diverso dalla generale indifferenza riguardo al problema, e tuttavia è un silenzio assordante.

La più recente proposta di legge di Danon è simile, in modo rivoltante, a proposte di legge di altre epoche.  E’ pericoloso scartarla limitandosi alla considerazione “tanto non sarà approvata”.  Dopotutto il sistema funziona così: qualcuno presenta una proposta di legge che mutila alcuni valori fondamentali; i suoi colleghi si oppongono e presentano la stessa proposta in una confezione diversa. E’ la divisione del lavoro tra alleati politici.

Ogni proposta di legge crea un’atmosfera e abitua sempre più il pubblico ad accettare mutilazioni come qualcosa di legittimo.  Ha un effetto immediato nei comportamenti nelle strade ed educa ancora un altro gruppo di scolari a pensare che il termine “fascista” non è un insulto.  Ogni legge di questo tipo tocca la linea rossa e la linea continua a confondersi. Ancora qualche altra proposta di legge e la linea rossa sarà completamente cancellata.

La proposta di legge di Danon sulla lealtà, non importa quanto embrionale possa essere, non è un’esercizio di scienze politiche. E’ motivata da evidenti interessi materiali.  La legge si inserisce bene nelle affermazioni ufficiali correnti che presentano la lotta democratica per l’uguaglianza civica come una minaccia alla pace e alla sicurezza dello “stato”; in altri termini, della classe egemone, degli ebrei.  Danon e i suoi colleghi aggiornano costantemente il meccanismo consapevole – il razzismo – che cerca scuse per lo status privilegiato che gli immigrati ebrei hanno creato per se stessi, espropriando e discriminando il popolo nativo di questa terra, i palestinesi.

Il razzismo si sviluppa al fine di rafforzare diritti eccessivi: sulla proprietà della terra (che è stata, ed è tuttora, sottratta ai palestinesi), sul consumo dell’acqua, sulle costruzioni di qualità, sulle sovvenzioni provenienti dalle entrate statali, sui servizi sociali, sulle opportunità di trovare lavoro e di studiare e sulle differenze salariali.  E’ per questo che una proposta di legge di questo tipo ha buone possibilità. Gli ebrei se ne avvantaggeranno.

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

http://www.zcommunications.org/in-israel-fascist-is-not-a-rude-word-by-amira-hass

Fonte: Haaretz

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2011 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

http://znetitaly.altervista.org/2011/12/11/in-israele-fascista-non-e-un-insulto/

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