In Medio Oriente tutti parlano

REDAZIONE 28 GIUGNO 2013

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di Jamie Stern-Weiner

 

27 giugno 2013

Per Israele e gli Stati Uniti, i negoziati con i Palestinesi non hanno mai riguardato il raggiungimento della soluzione del conflitto, che può avvenire soltanto nei termini che tutti i governi israeliani  hanno rifiutato. Invece, la loro funzione primaria è stata quella di ridurre la pressione internazionale su Israele, senza che questo dovesse fare concessioni politiche.  

I governi israeliani hanno accettato costantemente   i negoziati come valvola di sicurezza della pressione internazionale intesa a porre fine all’occupazione, purché non siano basati sulla legge internazionale, non raggiungano alcuna decisione conclusiva, e che si possano prolungare per l’eternità. Questo modo di comprendere  il processo di pace è l’unico modo perché abbia senso la situazione attuale, in cui il governo di Israele che rifiuta esplicitamente l’accordo per i due stati, sta sollecitando i negoziati, contro  la resistenza di una leadership palestinese che ufficialmente lo accetta.

La vittoria di Hassan Rouhani, nll’elezione presidenziale dell’Iran, ha rinnovato le speranze di una soluzione diplomatica della crisi per il programma nucleare iraniano. Alcuni analisti hanno però espresso la preoccupazione che il tono accomodante del religioso e la sua reputazione di moderato, possano  ridurre la pressione internazionale, anche in assenza di un sostanziale cambiamento nella politica iraniana. I critici hanno attaccato il cinico resoconto del presidente eletto di come un temporaneo congelamento [delle attività] nucleari nel 2004 in effetti è servito ad accelerare il programma nucleare dell’Iran. Mentre parlavamo con gli Europei a Tehran,” ricorda Rouhani, “stavamo installando attrezzature in parti dell’impianto di Isfahan” – un luogo di importanza cruciale per produrre combustibili nucleari. “Creando un ambiente di tranquillità per mezzo della diplomazia, “siamo stati in grado di completare il lavoro”.

Se questo sia un ritratto preciso di Rouhani, esso cattura perfettamente un altro argomento che domina l’agenda regionale: il processo di pace in Medio Oriente. Secondo  Israele e gli Stati Uniti, i negoziati con i Palestinesi non hanno mai riguardato il raggiungimento della soluzione del conflitto, che può avvenire soltanto nei termini che tutti i governi israeliani  hanno rifiutato. Invece, la loro funzione primaria è stata quella di ridurre la pressione internazionale su Israele, senza che questo dovesse fare concessioni politiche.

I negoziati sono  iniziati all’inizio degli anni ’90 come reazione alla prima Intifada palestinese, che ha terribilmente aumentato il costo dell’occupazione per Israele. L’Accordo del 1993 che ha dato il via al processo di pace, è stato il prodotto di discussioni che  hanno sovvertito i negoziati ufficiali che si stavano conducendo in quel periodo. Mentre i rappresentanti ufficiali palestinesi, cavalcando l’onda dell’Intifada, richiedevano la realizzazione dei diritti palestinesi in base alla legge internazionale, l’Accordo  di Oslo e il processo di pace che aveva iniziato, tralasciavano perfino la richiesta dello smantellamento degli insediamenti palestinesi. Il risultato è stato prevedibile: nel successivo decennio, mentre i diplomatici israeliani e palestinesi parlavano, i coloni israeliani costruivano, raddoppiando quasi di numero  “Creando un ambiente di tranquillità”, sono stati “in grado di completare” il loro lavoro.

I governi israeliani hanno accettato costantemente i negoziati come valvola di sicurezza della pressione internazionale intesa a porre fine all’occupazione, purché non fossero basati sulla legge internazionale, non raggiungano alcuna decisione conclusiva, e che si possano prolungare per l’eternità. Come ricorda il giornalista ed ex politico israeliano Yossi Sari, “di solito dicevano del [Primo ministro] Yitzak Shamir che conduceva negoziati di pace con  i nostri vicini purché non finissero mai”. “Non ci sono date sacre”, insisteva l’ex Primo ministro israeliano e artefice del processo di pace di Oslo, Yitzak Rabin. Ripensando a venti anni di questi negoziati, l’ex Ministro degli esteri Shlomo Ben-Ami non si è trovato in grado di “evitare la conclusione ” che “il processo di pace tra Israele e Palestina è diventato una degli inganni più spettacolari della moderna storia della diplomazia”. Presumibilmente intesa a risolvere il conflitto, la sua funzione primaria è stata di ridurre i costi per sostenerlo.

Questo modo di comprendere il processo di pace è l’unico modo perché abbia senso la situazione attuale, in cui il governo di Israele che rifiuta esplicitamente l’accordo per i due stati, sta sollecitando i negoziati, contro  la resistenza di una leadership palestinese che ufficialmente lo accetta. L’Europa diventa impaziente davanti al prolungarsi della stagnazione diplomatica: una recente lettera aperta firmata da 19 ex funzionari  europei importanti ha dichiarato francamente che il processo di pace di Oslo “non ha nulla di più da offrire” e ha sollecitato un “nuovo approccio”, mentre un rapporto non vincolante di Capi missione dell’Unione Europea si è spinto quasi a proporre sanzioni per gli insediamenti di Israele. I funzionari di Israele hanno cercato di ricominciare negoziati diretti per prevenire la minaccia di misure internazionali. Quindi, durante un tempestoso dibattito alla Knesset, Avigdor Lieberman ha esortato gli oppositori di un accordo per i due stati ad appoggiare la ripresa di un processo diplomatico, nell’interesse della gestione  del conflitto. “Se non cominciamo”, ha avvertito, “ci saranno altri che metteranno i progetti sul tavolo”.

Dopo l’elezione di Rouhani, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu è stato particolarmente energico nell’esortare la comunità internazionale a mantenere la pressione sull’Iran e a evitare negoziati prolungati che permettono all’Iran soltanto di “guadagnare tempo”.

Da parte loro gli Stati Uniti sono stati chiari nell’affermare che, come si è espresso questa settimana un portavoce del Consiglio Nazionale di Sicurezza, “la finestra per la diplomazia non è aperta in modo indefinito. “Siamo aperti al negoziato”, ha spiegato il Segretario di Stato John Kerry, ma “non a un negoziato interminabile e indefinito”. Sia gli Stati Uniti che Israele sono ben consapevoli del rischio che il dialogo venga usato come una foglia di fico per permettere un comportamento distruttivo. Dovrebbero saperlo.

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/all-talk-in-the-middle-east-by- danny-jamie-stern-weiner

Originale: Le Monde Diplomatique

Traduzione di Maria Chiara Storace

Traduzione © 2012  ZNET Italy – Licenza Creative Commons   CC BY NC-SA  3.0

 

http://znetitaly.altervista.org/art/11381

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