In Nome di Chi?

24 mar 2011

Il piano del governo israeliano, e la speranza, è di rinchiudere i palestinesi all’interno di due docili Bantustan, a Gaza e in Cisgiordania.Ma, dato che i palestinesi della Striscia si rifiutano, attraverso Hamas, di accettare un simile destino, il piano per il momento prevede l’uso della forza letale, comprese le uccisioni in massa di civili, in modo da costringerli a vivere in un’enclave. Il risultato è la politica genocida che abbiamo visto».

Ilan Pappe, cinquantaquattro anni, uno dei massimi storici sul Medio Oriente, non ha dubbi.

Che l’incarico di formare un nuovo governo sia stato affidato a Bibi, Benjamin Netanyahu, il leader del Likud e non a Tzipi Livni,ministro degli Esteri e leader di Kadima, non cambia molto. Il presente è il risultato del passato.

E ci sono pochi al mondo che conoscano così bene la storia dello Stato di Israele come il professor Pappe, ex docente dell’Università di Haifa e attuale preside del Dipartimento di Storia del Cornwall Campus (Università di Exeter), nel Regno Unito. Da qui, dal cuore della Contea di Devon, il conflitto arabo-israeliano appare lontanissimo.

Eppure, non lo è. I pensieri corrono sempre là,mentre Exeter resta un esilio.

Nel 2005 e 2006, questo israeliano figlio di ebrei-tedeschi si è trovato nell’occhio del ciclone in seguito alla pubblicazione del libro, La pulizia etnica della Palestina (uscito in lingua italiana nel 2008, da Fazi editore). Uno scontro durissimo che l’avrebbe portato a decidere di lasciare il Paese di nascita.

 «Le mie posizioni sul passato di Israele e sul suo attuale comportamento mi hanno posto in aperta contrasto con l’ambiente universitario israeliano», spiega il professore. «L’ultima goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato il mio appoggio al boicottaggio culturale e accademico nei confronti di Tel Aviv, fino a quando non modificherà le sue politiche». Dopo essere stato condannato dalla Knesset (il parlamento israeliano), tanto che il ministro dell’Educazione ne aveva chiesto pubblicamente il licenziamento, Pappe era finito – suo malgrado – sui giornali.

Uno dei quotidiani più diffusi nel Paese aveva addirittura pubblicato una sua foto al centro di un mirino; nella stessa pagina, un noto editorialista si rivolgeva ai suoi lettori con queste parole: “Non vi sto dicendo di uccidere questa persona,ma non sarei affatto sorpreso se qualcuno lo facesse”. Le minacce di morte gli erano arrivate per posta ordinaria ed elettronica, e via telefono, da quando egli, intervenendo a un programma radiofonico nazionale, aveva risposto a questa domanda: “Ha intenzione di presentare una protesta formale circa il trattamento dei palestinesi al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite?” Il professore aveva puntualizzato che non era un politico, né tanto meno un diplomatico. Era solo un accademico.

Dal Knesset ai media, al suo ufficio. La lotta s’era trasferita lì. Dopo aver scartato l’ipotesi di licenziarlo attraverso una corte disciplinare, l’Università di Haifa gli ha reso la vita impossibile. «Sono stato boicottato e perseguitato dalla mia stessa università.Mi hanno trattato come un nemico pubblico», racconta Pappe. «Ma non sono partito per paura, o perché mi hanno espulso.Al contrario, perché non potevo più comportarmi come un libero pensatore e attivista, nell’atmosfera che s’era creata».

Ma com’è possibile che il governo di Tel Aviv si senta minacciato da un docente di Storia contemporanea?

«Penso che la verità spaventi», ammette Pappe. «Questo esecutivo e i precedenti hanno vissuto troppo a lungo su una base di menzogne e di invenzioni, che alla fine il mondo ha accettato».

Dopo aver studiato a lungo la documentazione (compresi gli archivi militari desecretati nel 1988), questo ricercatore – appartenente alla corrente dei New Historians israeliani – arriva a una visione chiara di quanto è accaduto nel 1948 drammaticamente in contrasto con la versione tramandata dalla storiografia ufficiale: «Già negli anni Trenta, la leadership del futuro Stato d’Israele (in particolare sotto la direzione del padre del sionismo, David Ben Gurion) aveva ideato e programmato in modo sistematico un piano di pulizia etnica della Palestina».

Ciò comporta, secondo l’autore, enormi implicazioni di natura morale e politica, perché definire pulizia etnica quello che Israele fece nel ’48 significa accusare lo Stato d’Israele di un crimine. E nel linguaggio giuridico internazionale, la pulizia etnica è un crimine contro l’umanità. Per questo, secondo Pappe, il processo di pace si potrà avviare soltanto dopo che gli israeliani e l’opinione pubblica mondiale avranno ammesso questo “peccato originale”.

Su questo stesso argomento usciranno a breve altri tre libri: una raccolta di saggi, scritti da studiosi di tutto il mondo, sulle somiglianze fra il governo sudafricano dell’apartheid e l’ideologia sionista (libro di cui Pappe è solo curatore); e altri due testi scritti di suo pugno: The Forgotten Palestinians (I palestinesi dimenticati, ovvero coloro che vivono in Israele) e The Bureaucracy of Evil (La burocrazia del male).

«Quest’ultimo è quasi finito. Svelerò che c’è stata una grande farsa a partire dal 1967, riguardo il presunto dibattito in Israele sulla pace», spiega il professore. «La decisione di creare due prigioni a Gaza e in Cisgiordania è stata presa allora; col tempo, questa politica è stata espansa e il mondo si è abituato alla nuova realtà».

Senza mezzi termini, Pappe afferma che: «Il problema di Israele non è il ruolo della religione o tradizione; è il ruolo del sionismo, una chiarissima ideologia di esclusione, razzismo ed espulsione. Questa ideologia consente a un esercito di avere un ruolo significativo nella maggioranza delle politiche interne ed estere; è probabilmente corretto dire che Israele non è uno Stato con un esercito,ma un esercito con uno Stato».

Certo, se non fosse stato per il movimento sionista, né i genitori di Pappe né gente come loro sarebbero mai scappati negli anni Trenta dalla Germania. Una tragedia che aveva toccato da vicino la famiglia di Ilan Pappe: la madre aveva perso quattro delle sue sette sorelle durante l’Olocausto; storie simili erano accadute nella famiglia del padre. «A causa di tutto questo posso avallare un’ideologia che, seppur diversa dal nazismo, conserva forti elementi di razzismo e di esclusione?» si domanda Pappe. «Un bambino, che ha subito abusi, può trasformarsi in uno che li fa.Ma non per questo dovremmo giustificarlo». Eppure la mentalità di assedio della popolazione israeliana, che si sente quotidianamente minacciata dalla crescente militanza di stampo islamista, come dal lancio dei razzi Qassam contro obiettivi civili nel Sud di Israele, è più che comprensibile. «Sì, senz’altro», ammette il professore. «E la resistenza palestinese, in parte, ha contribuito ad accrescerla.Alcune azioni palestinesi, come gli attacchi dei kamikaze, sono stati controproducenti. Tuttavia, le azioni dei palestinesi giocano un ruolo marginale nel rafforzamento di questa mentalità. È essenzialmente il prodotto di una manipolazione dall’alto, soprattutto della memoria dell’Olocausto, fino al punto da divenire un abuso di quella memoria». Difficile, se non impossibile, criticare Israele, senza incorrere nell’accusa di antisemitismo. «Il modo migliore è capire e dire che non c’è nulla di ebraico riguardo Israele», risponde Pappe. «L’ebraismo al quale appartengo e con il quale mi identifico, è quello dell’umanesimo, dell’amore per gli Altri, della ricerca della pace, dell’uguaglianza.Niente di questa eredità morale esiste nell’ideologia di Israele e nelle sue politiche». E aggiunge: «Essere anti-israeliano, oggi, può essere una cosa molto ebraica da fare». Specie dopo l’“Operazione Piombo Fuso” che, dal 27 dicembre 2008 al 17 gennaio 2009 – cioè per ventidue giorni, ininterrottamente – ha messo a ferro e fuoco la Striscia di Gaza con un bilancio di oltre 1300 morti e 5430 feriti fra i palestinesi, 13 morti (di cui 10 militari) e 770 feriti (di cui 582 sotto shock) fra gli israeliani. Le prospettive sono tutt’altro che incoraggianti. «Nel medio periodo, vedremo altre operazioni su vasta scala di questo tipo», continua Pappe. «A lungo termine, invece, possiamo aspettarci una terza rivolta palestinese (dopo la prima e la seconda Intifada, ndr), con un maggior sostegno da parte delle popolazioni arabe e musulmane di tutto il mondo, che potrebbero portare anche al rovesciamento di regimi arabi non disposti ad ascoltare i propri cittadini».Ma non è detta l’ultima parola: «La violenza che prevedo potrebbe portare ciascuno a smaltire la sbornia e alla creazione di un nuovo accordo politico di eguaglianza. Questo, però, in un futuro molto lontano». Al momento, tuttavia, l’esecutivo israeliano gode ancora di un supporto interno molto vasto. Secondo il professore, «questo è il risultato di sessant’anni di indottrinamento perfettamente riuscito che ha manipolato una genuina paura e le passate esperienze ebraiche per generare una società arabofobica che dà carta bianca ai suoi governi con l’intento di creare distanza fra la società ebraica e qualsiasi cosa sia arabo o palestinese, anche tramite pulizia etnica o genocidio». Lo si è visto durante l’“Operazione Piombo Fuso” a Gaza. Eppure, su una sorta di “risveglio collettivo”, quest’uomo sarebbe disposto a scommetterci. L’inizio del “suo” risveglio risale al 1973. L’allora 19enne Ilan si trovò, assieme a tanti suoi coetanei, sulle alture del Golan a fronteggiare i siriani, durante la guerra dello Yom Kippur. Recentemente, di quell’esperienza, Pappe ha raccontato a un giornalista del «Guardian»: “Ricordo il sergente maggiore che ci diceva di ammazzare i ragazzini palestinesi, altrimenti quelli sarebbero cresciuti e ci avrebbero ucciso loro.Questo atteggiamento è diffuso. Per questa ragione, i soldati alla guida di carri armati, i piloti di F16 o i comandanti dell’artiglieria uccideranno civili senza esitazione. È stato insegnato loro a disumanizzare tutte quelle vite”.Al termine di questa lunga intervista rilasciata a east, confessa il professore: «Ma proprio quell’esperienza ha piantato in me i primi semi di disgusto verso qualsiasi tentativo di modificare la realtà con la forza e la violenza». I semi poi sono cresciuti nel tempo. E a chi gli chiede quale sia oggi il suo sogno, Pappe risponde così: «Sogno il giorno in cui 12-15 milioni di persone in Palestina e Israele celebreranno il primo anno di indipendenza di un solo Stato democratico, esattamente un anno dopo che al primo rifugiato del 1948 sarà stato permesso il ritorno a casa».

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