In Palestina le infrastrutture di comunicazione sono diventate uno strumento di repressione

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17/11/2018

Le restrizioni imposte alle società di telefonia mobile palestinesi non solo favoriscono le compagnie israeliane che raccolgono profitti dai clienti palestinesi, ma  forniscono ad Israele strumenti di sorveglianza e di propaganda.

Da: Who Profits Research Center – 13 novembre 2018

Foto di copertina:  Al checkpoint di Qalandiya, Ramallah (Anna / Flickr)

Al checkpoint di Qalandiya, il più grande checkpoint militare israeliano nella West Bank occupata, non c’è campo. I provider palestinesi non sono autorizzati a installare le specifiche attrezzature nelle sue vicinanze e i provider  israeliani hanno pochi incentivi a farlo. Il risultato è che i Palestinesi che passano attraverso il checkpoint, uno dei  luoghi dove maggiormente ricorrono violazioni dei diritti umani, si ritrovano in quella che la ricercatrice dei media Helga Tawil Souri chiama “una terra di nessuno dei telefoni”.

Per capire questa terra di nessuno, è necessario sapere che i meccanismi in base ai quali opera la telefonia mobile coinvolgono infrastrutture tutt’altro che mobili. Una rete cellulare opera attraverso due componenti chiave: dispositivi mobili e antenne a base fissa. Per funzionare, un determinato territorio è diviso in migliaia di “celle” geografiche, ciascuna dotata di un’antenna della stazione base, un’installazione fisica che copre un raggio limitato. Le celle si sovrappongono per creare ciò che viene comunemente definita copertura cellulare e il telefono cellulare trasmette e riceve segnali radio da e verso il sito di base. Nelle aree in cui non vi è sovrapposizione cellulare, in genere a causa di barriere fisiche come un terreno montagnoso, la copertura viene interrotta e la ricezione è limitata o assente. Ma l’esistenza di zone morte come Qalandya è il prodotto della politica piuttosto che della topografia, situazione  che solleva questioni importanti  riguardo l’intreccio tra tecnologia mobile e diritti umani. Queste zone morte portano sì alla luce questioni di infrastrutture fisiche, ma anche le disuguaglianze strutturali e le vulnerabilità generate da quelle stesse infrastrutture, in particolare sotto l’occupazione militare.

Le discussioni critiche sui rischi ai quali la tecnologia delle comunicazione può sottoporre i diritti umani hanno riguardato molteplici e differenti questioni, come i costi umani esatti lungo la catena di fornitura degli smartphone, i rischi scarsamente considerati nell’uso di app per incontri gay,  le problematiche dei diritti alla privacy e la sorveglianza da parte dello Stato.  Ma sarebbe necessario studiare anche le implicazioni politiche, economiche e dei diritti umani che il controllo stesso delle infrastrutture mobili in situazioni di occupazione determina, compreso il  fatto che le infrastrutture vengono usate come armi da una potenza occupante belligerante e sfruttate all’interno di  un’economia sottomessa e dominata.

Nei Territori Palestinesi Occupati, le infrastrutture della telecomunicazione, sebbene formalmente indipendenti e controllate dall’Autorità Palestinese (PA) e dalle compagnie palestinesi dal 1995, rimangono occupate, il loro controllo da parte di Israele perfezionato nei protocolli economici allegati agli Accordi di Oslo. I  numerosi vincoli israeliani sull’ampiezza di banda dei collegamenti fanno sì che Paltel, la Palestina Telecommunication Company, sia costretta a instradare verso i provider israeliani  tutte le chiamate tra la West Bank e Gaza e molte delle chiamate  all’interno di Gaza e della West Bank. Questi provider raccolgono una percentuale in sovrapprezzo su tutte le entrate derivanti dalle interconnessioni delle chiamate tra telefoni fissi palestinesi e telefoni cellulari, nonché chiamate tra telefoni cellulari di operatori palestinesi e operatori israeliani. Israele impedisce a Paltel di gestire il proprio gateway internazionale, richiedendo che gli operatori palestinesi passino attraverso una società registrata in Israele per accedere ai collegamenti internazionali. Tali pratiche generano profitti facili per le società israeliane di telecomunicazione, che raccolgono le spese di terminazione sia per le chiamate nazionali che internazionali.

La dipendenza delle infrastrutture palestinesi dalla dorsale di rete israeliana per tutte le attività su Internet, rete fissa e mobile dota il potere occupante di enormi capacità di sorveglianza, capacità che possono essere utilizzate non solo per fini propagandistici, ma anche per spiare la popolazione occupata. Attraverso il suo controllo sulle frequenze radio, l’esercito israeliano è in grado di hackerare, interrompere e  sospendere le trasmissioni radio. Durante gli attacchi militari a Gaza nel 2008-9 e nel 2014, l’esercito usò queste capacità per chiamare e inviare messaggi agli abitanti di Gaza le cui case o quartieri stavano per essere bombardati. Anche il cyber spazio palestinese, in particolare lo spazio dei social media, è sempre più sorvegliato, con tweet e post su Facebook che fungono da pretesto per  arresti di Palestinesi su entrambi i lati della Green Line.

Le società di telefonia mobile israeliane sono in grado di sfruttare la dipendenza e il de-sviluppo del settore delle telecomunicazioni palestinesi con zero responsabilità. Già presenti sul campo come fornitori di servizi agli insediamenti illegali, con centinaia di antenne disseminate in tutta la Cisgiordania, le compagnie israeliane sono ben posizionate per assorbire nel loro network anche il traffico illegale. Aiutate da un’architettura dell’occupazione che favorisce gli avamposti collinari e le installazioni militari, i segnali mobili israeliani penetrano in profondità nelle aree palestinesi. In effetti, i segnali penetrano così in profondità che ci si chiede se l’eccessivo dispiegamento delle antenne possa essere deliberato, in quanto l’accesso illecito al mercato palestinese sovvenziona efficacemente l’installazione e la manutenzione di infrastrutture di telecomunicazione in insediamenti remoti e scarsamente popolati.

Pertanto, sebbene sia formalmente vietato operare nel mercato palestinese, le attività non autorizzate delle aziende israeliane di telefonia mobile rappresentano circa il 20% -40% del mercato palestinese delle telecomunicazioni. Alla luce delle restrizioni imposte agli operatori palestinesi, compresa l’impossibilità di offrire capacità di 4G (e fino a poco tempo fa di 3G) e una copertura cellulare completa, queste cifre non sorprendono. La Banca Mondiale ha stimato che nel periodo 2013-2015, la perdita di reddito per gli operatori mobili palestinesi direttamente attribuibile all’assenza di 3G è stata tra i 339 e i 742 milioni di dollari USA. Inoltre, poiché le loro attività non sono autorizzate, gli operatori mobili israeliani non pagano imposte o tasse di licenza all’Autorità Palestinese, citando questioni di doppia imposizione. Pertanto l’economia palestinese non beneficia  neppure  in minima parte degli ingenti profitti generati dagli utenti palestinesi.

Dal momento che il settore delle telecomunicazioni israeliano è completamente privatizzato, sono le società israeliane e internazionali come l’Altice, con sede in Olanda, e l’israeliana Bezeq che sfruttano il settore  delle telecomunicazioni palestinesi e che ne raccolgono i profitti. Negli ultimi anni, diverse importanti società di telecomunicazioni hanno adottato i Principi Guida sulla libertà di espressione e sulla privacy,  il cosiddetto “Protect, Respect, and Remedy”delle Nazioni Unite all’interno del rapporto affari – diritti umani.. Nel 2017, sette società di telecomunicazioni sono diventate membri della Global Network Initiative (RNL). Pur essendo i benvenuti, tali sforzi devono essere notevolmente ampliati se si vogliono affrontare quei rischi in materia di diritti umani che, come quelli sopra descritti, esulano dall’ambito dei diritti alla privacy e della libertà di opinione. Finché le società di comunicazione continueranno a trascurare il loro dovere di rispettare i diritti umani e il diritto internazionale e continueranno a operare nel quadro di un’occupazione belligerante e prolungata, le infrastrutture di comunicazione rimarranno un veicolo di controllo sociale, sfruttamento economico e repressione.

Questo articolo è basato su un recente rapporto di Who Profits Research Center sulle telecomunicazioni sotto l’occupazione israeliana.

L’autore è coordinatore di ricerca presso Who Profits Research Center, un centro di ricerca dedicato a esporre il ruolo del settore privato nell’economia di occupazione israeliana.

Trad: Grazia Parolari “contro ogni specismo, contro ogni schiavitù” Invictapalestina.org

Fonte:https://www.openglobalrights.org/communications-infrastructure-in-palestine-has-become-a-tool-of-repression/?fbclid=IwAR3BMBvwh3T_g_k9XXDznDkbNBTBWiYlFePCPzj8fYebYrBZQPtjD4ktO8k

 

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