Inadeguatezza

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Pubblicato il  da AbuSara

Charlie Andreasson – 24 Maggio 2014 – Gaza, Palestina occupata
Fonte:  https://m.facebook.com/notes/arcadigaza-gazasark/insufficienza/241114719421067

 Si sentono in modo distinto degli spari quando scendiamo dall’auto a Khuza’a; ci affrettiamo lungo la polverosa strada tra i campi, ma proprio quando ci dividiamo in tre gruppi, gli spari cessano, come a comando. Molto probabilmente qualcuno tra i soldati israeliani ha intravisto qualcuno di noi con i giubbotti gialli. I palestinesi che raccolgono il grano a mano ci hanno riconosciuti. Salutano verso il piccolo gruppo composto da me e un mio amico americano.

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Guardano verso la recinzione a 150 metri di distanza e sembrano ascoltare attentamente che non si avvicinino veicoli militari, prima di continuare a mietere, stando sulle ginocchia. Solo l’ormai familiare suono del drone disturba questa pace.

Sulla cresta di una collina, dall’altra parte della barriera, possiamo vedere dei movimenti, due o tre soldati impegnati in qualcosa; dopo pochi minuti arriva una jeep militare da dietro la collina, si ferma per un attimo e poi torna indietro. Probabilmente per trasportare i soldati in un’altra zona, ora che noi, occhi e orecchie internazionali, siamo lì a testimoniare ciò che accade quando l’esercito israeliano “protegge la propria terra dai contadini palestinesi”.

Mentre guardo la jeep sparire sempre più a sud lungo la recinzione, si insinua dentro di me una sensazione distruttiva di inadeguatezza: siamo troppo pochi e non possiamo essere ovunque.

Due giorni prima, quasi nello stesso posto, ma più distante dal recinto, a circa trecento metri da lì, Saleh Ahmed Al Garra, 22 anni, è stato colpito da un proiettile alla testa. Ha avuto l’incredibile fortuna di aver solo perso parte del cuoio capelluto, di essere rimasto solo ferito al cranio. A pochi chilometri di distanza, nello stesso giorno, è stato bruciato un campo di grano pronto per il raccolto. Quindici famiglie hanno perso il loro raccolto, il loro reddito, il loro cibo. Perché non eravamo lì ad impedirlo, dove eravamo?

So dove eravamo ieri, il giorno dopo che Saleh è sfuggito alla morte per un soffio. Eravamo a Sanati, a pochi chilometri da Khuza’a.

Eravamo molto vicini alla recinzione, appena 50-60 metri. Si è presentata solo una jeep militare, ma è scomparsa dopo pochi minuti. Nessuno sparo, nessun bisogno di preoccuparsi. A controllarci, solo la torre di guardia con le sue finestre nere ed un mitra al suo apice.

I contadini lì hanno potuto effettuare il raccolto con le macchine agricole. E’ la prima volta in dodici anni che sono in grado di coltivare la terra così vicino al confine; in quel posto, dodici anni fa, un ragazzo di 19 anni fu ucciso da un proiettile israeliano. Ma ieri era un giorno di gioia e i contadini ci hanno ringraziato per ciò che la nostra presenza ha reso possibile. Gli eventi del giorno prima mostrano però, che potrebbero perdere tutto di nuovo. Noi non siamo lì tutto il giorno. Non bastiamo.

I veicoli militari sono tornati. Anche un carro armato, seguito da una varietà di jeep e cingolati, e gli spari ricominciano. I contadini ci guardano, vedono che rimaniamo e continuano il loro lavoro. Gli spari si fanno sempre più intensi, ma apparentemente sono solo colpi di avvertimento, una dimostrazione di forza. Il problema è che scopri che i colpi non sono più avvertimenti quando è troppo tardi. Ma questa volta non colpiscono, non gli esseri umani, né le pecore che un paio di pastori stavano pascolando prima che arrivassimo. Eppure, quando ce ne andiamo, non sono del tutto contento: temo di sentire al notiziario che qualcuno è stato colpito, o è stato appiccato il fuoco in un campo, da qualche altra parte lungo il muro della separazione. Siamo troppo pochi, non siamo abbastanza.

 

http://reteitalianaism.it/public_html/index.php/2014/05/25/inadeguatezza/

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