Incapaci e riluttanti: Israele ha insabbiato le indagini sulle proteste della grande Marcia del Ritorno

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Rapporto di B’tselem e del Centro Palestinese per i Diritti Umani PCHR

Il 30 marzo 2018 – Giornata della terra – i palestinesi della Striscia di Gaza hanno iniziato a tenere regolari proteste lungo la recinzione perimetrale, chiedendo la fine del blocco che Israele impone alla Striscia dal 2007 e l’adempimento del diritto al ritorno. Le proteste, che si sono tenute per lo più il venerdì con decine di migliaia di partecipanti, tra cui bambini, donne e anziani, sono continuate fino alla fine del 2019.

Israele si è affrettato a inquadrare le proteste come illegittime anche prima del loro inizio. Ha tentato in vari modi di impedire le manifestazioni e ha dichiarato in anticipo che avrebbe disperso violentemente i manifestanti. L’esercito ha schierato decine di cecchini lungo la recinzione, e vari funzionari hanno chiarito che le norme avrebbero permesso di sparare contro chiunque tentasse di avvicinarsi alla recinzione o di danneggiarla. Quando i residenti di Gaza sono andati avanti con le manifestazioni a prescindere, Israele ha messo in atto le sue minacce sparando contro i manifestanti disarmati. Come risultato, 223 palestinesi, 46 dei quali sotto i 18 anni, sono stati uccisi e circa 8.000 feriti. La stragrande maggioranza delle persone uccise o ferite erano disarmate e non rappresentavano una minaccia per i soldati ben corazzati che stavano dall’altra parte della recinzione.

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Israele ha risposto alle critiche internazionali sul numero delle vittime dicendo che avrebbe indagato sugli incidenti. Eppure oggi, più di quaranta mesi dopo la prima manifestazione, è chiaro che le indagini dell’esercito in relazione alle proteste di Gaza non hanno mai avuto lo scopo di assicurare giustizia alle vittime o di dissuadere le truppe da azioni simili. Queste indagini – come quelle condotte dalle forze dell’ordine militari in altri casi in cui i soldati hanno fatto del male ai palestinesi – fanno parte del meccanismo di whitewashing di Israele, e il loro scopo principale rimane quello di mettere a tacere le critiche esterne, in modo che Israele possa continuare ad attuare la sua politica senza modifiche.

La responsabilità per aver determinato questa politica, per aver dato ordini illegali ai soldati e per gli esiti letali che ne sono derivati, è dei politici. Tuttavia, le persone principalmente responsabili degli eventi e della determinazione della politica – i funzionari governativi che l’hanno plasmata, sostenuta e incoraggiata, e il procuratore generale che ne ha confermato la legalità – non sono mai stati indagati. Le indagini non hanno esaminato i regolamenti e le politiche impiegate durante le proteste, ma si sono concentrate interamente su casi isolati considerati “eccezionali”.

I funzionari statali hanno ammesso che una delle ragioni per cui Israele ha annunciato rapidamente che sarebbero state condotte delle indagini risiede nei procedimenti che erano – e sono tuttora – in corso contro di esso presso la Corte penale internazionale dell’Aia. Uno dei principi guida per il lavoro della CPI è la complementarità, il che significa che la CPI si avvarrà della giurisdizione solo quando lo stato in questione non è “disposto o non è in grado” di svolgere la propria indagine. Una volta che uno stato ha indagato sugli incidenti, la CPI non interverrà.

Tuttavia, dichiarare che un’indagine è in corso non è sufficiente per evitare l’intervento della CPI. L’indagine deve essere efficace e deve esaminare la responsabilità dei funzionari di alto livello che hanno ideato la politica, e possibilmente portare ad azioni contro di loro, se necessario. Le indagini di Israele in relazione alle proteste di Gaza non soddisfano questi requisiti: consistono interamente nell’indagine dell’esercito sulla propria condotta. Si concentrano esclusivamente su soldati di grado inferiore, e agli investigatori viene dato un mandato ristretto limitato a chiarire se i regolamenti sono stati violati, ignorando completamente la questione della loro legittimità e della stessa politica di sparare.

 

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