Insediamenti israeliani illegali: le società europee gli forniscono l’ossigeno economico

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Articolo pubblicato originariamente su Pagine Esteri 

Di Eliana Riva

UniCredit, ING, Santander, Deutsche Bank, Allianz, BNP Paribas sono solo alcune delle 672 istituzioni finanziarie che hanno rapporti economici con 50 aziende attivamente coinvolte nelle attività delle colonie israeliane nei Territori Palestinesi Occupati.

Le colonie costruite da Israele in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, lo sviluppo ininterrotto degli insediamenti e gli incentivi politici ed economici previsti per facilitare lo spostamento della popolazione israeliana nei Territori Palestinesi Occupati, rappresentano una violazione della Convenzione di Ginevra. Molte risoluzioni e pareri rilasciati dalla Corte Internazionale di giustizia hanno affermato e riaffermato, in tempi più recenti, l’illegalità degli insediamenti Israeliani nei territori occupati nel 1967. Alla potenza occupante è proibito dalla legge internazionale spostare la popolazione da e verso i territori che occupa, confiscare terracostruiredeportare e impedire la circolazione. Tutte attività, queste, che Israele esercita regolarmente e quotidianamente in Cisgiordania e a Gerusalemme est. E nonostante ciò, sono molte le aziende, specie quelle europee, che hanno regolari rapporti commerciali con le colonie illegali. I nomi di alcune di queste a febbraio dello scorso anno sono state inserite nella lista “nera” dell’ONU: i loro rapporti finanziari con gli insediamenti illegali riguardano, includono e facilitano le violazioni dei diritti umani. Tra le altre, Airbnb, TripAdvisor, Cisco System, Expedia Group, Motorola Solutions, Siemens, Volvo Group.

Si parla di fornitura di materiale di costruzione per l’espansione delle colonie, di attrezzature utilizzate per la demolizione delle abitazioni palestinesi, di partecipazione alle pratiche di restrizione della libera circolazione e di interventi che non permettono le attività economiche dei palestinesi nei Territori Occupati. Ma anche di vendita di sistemi di sicurezza e di controllo utilizzati per impedirgli gli spostamenti.

Fiutando le tracce delle attività di queste imprese individuate dalle Nazioni Unite, il gruppo Don’t Buy into Occupation (DBIO), composto da 25 ONG palestinesi ed europee, è risalito ai rapporti finanziari che queste società hanno a loro volta con circa 700 gruppi europei. Si tratta per lo più di istituzioni finanziarie, banchecompagnie di assicurazionefondi pensionistici. Tra il 2018 e il 2021 tra prestiti e sottoscrizioni sono stati forniti a queste società 114 miliardi di dollari e a maggio 2021 erano 141 i miliardi di dollari in azioni e obbligazioni degli investitori europei. 10 dei 672 gruppi individuati, da soli, attraverso prestiti e sottoscrizioni, hanno fornito 77,81 miliardi di dollari alle imprese che sono attivamente coinvolte negli insediamenti israeliani: BNP Paribas (Francia, $ 17,30 bilioni), Deutsche Bank (Germania, $12,03 bilioni), HSBC (Gran Bretagna, $8,72 bilioni), Barclays (Gran Bretagna, $8,69 bilioni), Société Générale (Francia, $8,20 bilioni), Crédit Agricole (Francia, $5,55 bilioni), Santander (Spagna, $4,75 bilioni), ING Group (Olanda, $4,60 bilioni), Commerzbank (Germania, $4,37 bilioni). L’ultima della top tenl’italiana UniCredit, ha fornito 3,58 bilioni di dollari.

Il rapporto di 125 pagine si apre con la prefazione di Michael Lynk, relatore speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, nella quale senza mezzi termini afferma che gli investimenti, i prestiti, i contratti di queste società, forniscono alle colonie illegali “l’ossigeno economico di cui hanno bisogno per crescere e prosperare”.

Il gruppo che ha realizzato il rapporto fa presente che nonostante sia chiara la natura illegale delle colonie israeliane, le istituzioni europee continuano a fornire un’ancora di salvezza finanziaria alle aziende che vi operano, quando invece dovrebbero assumersi le proprie responsabilità e seguire l’esempio di quelle società che hanno chiuso i rapporti con le imprese presenti nella lista delle Nazioni Unite. Lista che, peraltro, è stata giudicata approssimativa e incompleta da parte del BDS, il Movimento per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni.

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