Intervista a Don Nandino Capovilla; «SE ANDRA’ TUTTO BENE DIPENDE DA NOI. ALTRIMENTI ANDRA’ COME PRIMA, MA NON CI ANDAVA BENE PRIMA»

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tratto da: https://www.meltingpot.org/Se-andra-tutto-bene-dipende-dai-noi-Altrimenti-andra-come.html

[ 14 agosto 2020 ]

intervista di realizzata da Chiara Zannelli, redazione di Radio Melting Pot

Don Nandino non si ferma mai.
Non si ferma nemmeno durante l’intervista: mi chiede di accompagnarlo mentre porta da mangiare agli ospiti della parrocchia e appena me ne vado afferra il motorino e corre alla riunione municipale, per dire la sua in merito alla mancanza di zone verdi nel quartiere.
Mi dice che la questione è “esserci”, e lui c’è, per tutti: per la Palestina, per il Kurdistan, per la Libia, per la Bosnia, ma prima di tutto per la sua città e per il quartiere della Cita, per chi ci abita e per chi è di passaggio.
Negli anni il suo entusiasmo si è tradotto in piccoli progetti concreti, che si sono rivelati la miglior risposta per chi lo accusava di travalicare i margini del suo ruolo, e che hanno cambiato per il meglio la vita di molte persone.

Da quanto tempo sei parroco a Marghera e qual è stato il primo impatto quando sei arrivato?

Io sono qui dal 2013. Quando si dice Marghera immediatamente la parola evoca fabbriche, lotte operaie in chi ha più memoria, inquinamento, polveri sottili, CVM e morti da queste sostanze.
Invece Marghera è una città molto bella.
Però, per dimostrare che è molto, bella bisogna incontrare le persone.
Per me la città ha una storia molto lunga di lotte sociali, un presente molto ricco di società civile e anche, e soprattutto, di una realtà multietnica.
Quando sono entrato sono stato accolto dalle persone della comunità, ma anche dall’Imam, che mi ha donato una piccola luce. Questo mi ha un po’ spiazzato, anzi è stata una sorpresa, perché mi ha fatto immediatamente capire che se volevo stare qui non come uno spettatore di quello che era questo quartiere, dovevo immergermi in una realtà multiculturale e multireligiosa. E così è stato. Le prime iniziative sono state proprio con la comunità musulmana, che qui è molto ricca.

I progetti che sei riuscito a mettere in piedi in questi anni sono moltissimi. Mi puoi descrivere quelli che secondo te sono stati più importanti per le persone del territorio?
Il territorio di Marghera è una realtà dove si partecipa molto, le persone sono sensibili, ma lo sono perché è la storia di Marghera che ha abituato la gente a lottare. Gli abitanti si sono abituati a chiedere il rispetto dei loro diritti. In particolare, nelle iniziative che riguardano il disagio sociale oppure il rispetto dell’ambiente.
Il che significa per me, in quanto prete, rendermi conto che questa “casa comune”, come la chiama Papa Francesco, oggi veramente grida. Penso che in questo momento le urgenze siano, ad esempio, sostenere la lotta per fermare l’inceneritore che trasforma il Veneto nella più grande pattumiera, o rendersi conto che ogni volta che c’è una persona che non ha la cittadinanza bisogna richiedere dei diritti.
Per quanto riguarda i progetti, ho visto che stanno riuscendo quelli che innescano un processo di coinvolgimento di tante persone. Faccio un esempio: siccome siamo vicini alla stazione e c’è molto disagio sociale, è nata la colazione con le persone disagiate la mattina.
In sé è una piccola cosa, però ho visto che venivano tante persone, anche tanti giovani, ad aiutare a far colazione insieme ai poveri. Questo per me è positivo non solo perché risponde ad un bisogno ma anche perché attiva la responsabilità di altre persone.
Sono piccole cose, più che altro dei segni.
Non so, c’è bisogno del barbiere? Abbiamo provato a far lavorare uno di loro.
Adesso con il Covid è impossibile, però c’era la barberia: l’unico barbiere al mondo che apre il lunedì è alla Cita!
Oppure le biciclette, il servizio di Bici per Tutti. Ci sono i vigili urbani dei vari comuni del Veneto che non sanno più dove mettere le biciclette sequestrate. Allora ce le diano a noi!
Dopo noi le diamo alle cooperative dei migranti, e quindi bici per tutti.
Oppure trasformare il salotto di casa, che ce l’ho grande e son da solo, in un home restaurant.
Questo Roof Garden alla Cita sta andando veramente bene, le prenotazioni ci sono sempre, perché è un ristorante dove lavorano persone disagiate oppure migranti.
Certo, il bisogno corrisposto è dare dignità alle persone, farle lavorare, però soprattutto è riuscito perché adesso ci sono anche un sacco di persone italiane, in particolare donne appassionate, che si turnano nell’animare la cucina.

Che conseguenze ha avuto l’emergenza coronavirus? Vi ha costretto ad interrompere alcuni progetti, o siete riusciti ad iniziarne altri per farvi fronte?

Eh si, abbiamo tenuto ancora i primi cartelli che non immaginavamo sarebbero durati così tanto per dire “è sospesa la colazione”, “sono sospesi i lavori nell’orto”.
È sospesa anche La Casa di Amadou, che è questo ritrovo settimanale dei rifugiati: un appuntamento per chiunque avesse bisogno non solo di un ufficio per i problemi legali, di una doccia o di una mensa, ma proprio di una dimensione di casa, per stare con altre persone.
La pandemia ci ha costretti ad interromperla, perché La Casa di Amadou voleva dire non solo stare distanti, ma proprio vicini. Pensa che ogni giovedì venivano 40-50 ragazzi, e persone sempre nuove. Però il Covid ci ha bloccato. Adesso piano piano stiamo riprendendo.
Nell’emergenza, con la Caritas di Marghera, abbiamo fatto un po’ quello che hanno fatto in tutte le zone: la distribuzione porta a porta per le persone che non potevano uscire e il servizio alla mensa. Nel periodo della pandemia abbiamo seguito più direttamente i senza fissa dimora.
Anche perché era davvero forte l’incongruenza tra il richiamo che ricevevano da tutti, restate a casa, e l’impossibilità di stare a casa, perché naturalmente dicono “una casa magari ce l’avessi”.
Ricordo un segnale molto brutto quando alla mensa dei poveri è venuto un signore con un foglio in mano, una multa. Perché? Reato di povertà! No… l’hanno trovato in un parco e non poteva starci, perché ognuno doveva stare a casa sua.
Dopo con un avvocato abbiamo evitato questa multa. Però bisogna andare molto al di là degli slogan, ecco. Andrà tutto bene…Dipende da noi, se la giustizia la vogliamo far andare per il verso giusto, altrimenti andrà come prima. Ma non ci andava bene prima.

Come sei riuscito a farti seguire dalla comunità nelle tue iniziative? C’è una parte della cittadinanza che invece si è opposta e ha cercato di ostacolare il tuo lavoro?

Si come dappertutto, c’è chi si appassiona alle cose, chi è titubante, chi vuole mettersi alla prova.
Il problema, come sappiamo tutti, è che finché non dai un volto a quell’etichetta di immigrato, di straniero, non riesci a far cadere tutti quei pregiudizi che ti bloccano.
Diciamo che anche nel quartiere c’è stato chi ha sostenuto e chi ha avuto problemi, chi si è bloccato, irrigidito, oppure ha contestato.
Però è difficile. Quando i numeri aumentano tanto, quando nelle scuole sono più i ragazzini stranieri degli italiani, è difficile no? Si capisce che non basta dire “sono qui e devono adattarsi”, bisogna proprio lavorare insieme e cercare, più che l’integrazione, l’inclusione, cioè vivere insieme.

Sei mai stato accusato di essere troppo politico e di uscire dai bordi della tua professione e del tuo ruolo?
Certo (ride). Si assolutamente, è una cosa che viene fatta normalmente.
Per fortuna adesso, dopo un po’ di anni che abbiamo papa Francesco, abbiamo capito che essere per me cristiano, uomo, prete, vuol dire semplicemente vivere il vangelo.
Se quando aiuti i poveri vieni accusato di essere comunista vuol dire che quella persona non ha letto il vangelo.
Questo per fortuna adesso è più assodato, anche se tante persone preferirebbero un’esperienza di vita cristiana che non infastidisca i meccanismi usuali che difendono i privilegi.
Quando invece prendiamo sul serio non solo il vangelo, ma anche il sentirci cittadini, questo ci impone di non dire “si, ma…”, ma di intervenire lì dove ci sono da difendere i diritti degli altri.
Comunque c’è stata tante volte questa contestazione. Poi, anche qui, la cosa più bella è quando le persone scoprono che davvero, quando vivi l’esperienza di aiutare gli altri, si sgretolano questi pregiudizi. Sono frasi buttate lì.

Quando avviate un nuovo progetto solitamente ricevete il sostegno delle istituzioni locali e riuscite a collaborare nel creare servizi, o vi trovate un po’ soli a riempire dei vuoti nel contesto sociale?

È una domanda che è anche una raccomandazione per me. Dobbiamo sempre pretendere dalle istituzioni che facciano la loro parte.
Lo stile giusto per noi è quello di collaborare il più possibile con i servizi sociali, con le istituzioni e con le reti di chi opera in questi settori.
Poi a volte ci si trova anche a coprire dei buchi, l’esempio della pandemia è buono.
A marzo/aprile qui c’erano circa 200 persone che non potevano stare in casa quando era un obbligo. Noi abbiamo più volte sollecitato il comune a prendere un provvedimento, come in altre città vicine, dove si è deciso di pagare un albergo, di mettere una tenda, di trovare una soluzione. Ecco, il comune non l’ha fatto e allora abbiamo provato a supportare cercando di stare più vicino a loro, non allontanandoli quando ci chiedevano anche solo di andare al gabinetto.
È il comune che deve offrirgli un servizio, invece abbiamo fatto una supplenza.

L’Italia rischia di ripiombare in una lunga crisi economica, e molte persone nei prossimi anni potrebbero perdere il lavoro. Pensi che questo avrà conseguenze su come la popolazione si rapporta ai migranti e ai senza fissa dimora, e che possa tornare a crescere quella rabbia e quella distanza tra le parti?

Grazie per la domanda, che è già una lettura della situazione…questo perché non ci abitueremo mai a pensare che chi più paga la crisi, più andrà aiutato.
Molto più di “non lasciamo nessuno indietro”, ma veramente facciamo giustizia.
Ho l’impressione che sarà molto dura, e credo che questo influirà certamente sulla situazione, perché chi sta male si ribella e non tace. E io sono anche d’accordo che non taccia.
Quindi ci vorrà una risposta politica, delle istituzioni.
Soprattutto credo, per non fare discorsi troppo lontani da me, che io penso a fare quello che posso fare io, tu farai quello che puoi fare tu.
Ognuno deve dare una piccola risposta di solidarietà, ma anche pretendere politicamente che siano aiutate soprattutto le fasce più deboli.
Tu adesso mi stai chiedendo per Marghera, ma dobbiamo pensarlo davvero per tutto il mondo. Dobbiamo sempre ascoltare chi ci racconta cosa sta succedendo nel mondo. In questo momento non ci basta pensare che ne stiamo uscendo noi. Guarda il Brasile, l’India…davvero è un’unica famiglia e un’unica casa.
Per concludere la risposta, ci saranno molti rifiuti dell’altro, perché una cosa che più ha fatto, e che più fa, voti nella destra e nelle forze politiche razziste è questo “prima gli italiani” che viene coniugato, come scrive in una bella vignetta Mauro Biani, anche come “prima il mio condominio”, “prima la mia strada”, “prima io, che te” eccetera.
E finché non si smonta questo, ce ne sarà per tutti.

Qual è il tuo consiglio per chi non sa come approcciarsi a chi è diverso, perché ha paura di non capire e di non essere capito?

Un’idea ce l’ho, molto semplice. Che una persona immagini di essere davanti ad uno specchio quando vede l’altro. Te stesso sei esattamente nell’altro, quindi non puoi che riconoscere che non puoi escludere, non puoi ghettizzare e non puoi neanche fregartene della persona, dell’altro.

 

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