Intervista a Hashem Azzeh: «Vogliono che me ne vada, ma non mi arrenderò mai, lotteremo fino a quando otterremo la libertà»

Pubblicato il 19 dicembre 2013 da AbuSara

18 Dicembre 2013 | International Solidarity Movement | Palestina Occupata

Hashem Younes Azzeh, 50 anni, abita a Tel Rumeida, è sposato e ha quattro bambini. E’ laureato all’università di Hebron e della Giordania.

Israeli settlers and soldiers disrupt olive harvest, Hebron, Wes

Hashem raccoglie le sue olive a tre metri dalle costruzioni (abusive) dei coloni

Puoi parlarci della situazione a Hebron in generale e del perchè sia un caso unico nella West Bank?

La città di Hebron è divisa in due parti. Una parte viene chiamata H1, sotto controllo dell’Autorità Palestinese, e l’altra H2, sotto controllo militare israeliano. La mia casa si trova a Tel Rumeida. Tel Rumeida e Shuhada Street sono sotto controllo israeliano. Questo fu stabilito negli accordi di Hebron del 1997. L’altra particolarità di Hebron sono gli insediamenti [Hebron è l’unico luogo nella West Bank in cui gli insediamenti sono stati creati all’interno della città].

Ci sono quattro insediamenti nell’area in cui ci troviamo. Uno di essi è proprio a fianco della mia casa (Tel Rumeida). Tra me e i coloni ci sono circa due o tre metri di distanza. Il secondo insediamento si chiama Beit Hadessa. L’edificio, prima di essere confiscato e trasformato in un insediamento, era una scuola per ragazzi. L’altro è Beit Romano. Come nel caso di Beit Hadessa, hanno preso un edificio scolastico che prima era controllato dall’Autorità Palestinese.

E poi c’è l’insediamento di Avraham Avinu; è in mezzo alla città. I palestinesi in passato usavano quello spazio per il principale mercato della verdura di Hebron, il vecchio mercato. Fu confiscato nel 1994, dopo il massacro della moschea di Ibrahimi [Nel 1994, un colono di nome Baruch Goldstein entrò nella moschea e iniziò a sparare. Uccise 29 palestinesi e ne ferì oltre cento, prima di essere colpito da un colpo di arma da fuoco.
Oggi, nell’insediamento di Kyriat Arba, c’è una monumento in sua memoria, che dice che morì lottando contro il nemico. Viene considerato un eroe.]

– Potresti parlarci un po’ degli sviluppi a Hebron, specialmente nella H2 negli ultimi anni?

Parlerò prima di Shuhada Street. Shuhada Street era la strada principale di Hebron. Collegava la parte nord alla parte sud della città. Quando l’esercito chiuse la strada, 1800 negozi rimasero bloccati. 500 negozi furono chiusi con delle ordinanze militari. L’esercitò bloccò i negozi con del metallo, per impedire ai proprietari di riaprire. Ma non furono bloccati solo dei negozi, pure delle case, e la gente non poté più tornare nelle proprie case.

Nel 2000 imposero un coprifuoco sulla città, che durò fino alla fine del 2003. Secondo la versione ufficiale il coprifuoco durò 167 giorni. Questo è vero, ma solo per quanto riguarda la città vecchia. Non è vero per quanto riguarda Shuhada Street e Tel Rumeida. Lì il coprifuoco durò tre anni in totale. Nessuno poteva uscire dalla propria casa. L’esercitò ci dava un’ora al mese per fare la spesa. Dopo la fine del 2003, iniziarono a alleggerire il coprifuoco. Ora avevamo un’ora alla settimana.

Per tutto il 2004, abbiamo vissuto sotto coprifuoco notturno. Questo è durato fino alla metà del 2005. Quando parlo di coprifuoco notturno intendo dalle 6 di sera alle 6 del mattino. La sera, dopo le sei, in strada non vedevi nessuno, era completamente vuota. Nessuno poteva uscire dalla propria casa, nessuno poteva andare all’ospedale, nessuno poteva fare nulla. Finalmente, a metà 2005, hanno abolito tutti i coprifuochi.

In quel periodo il Comitato Internazionale della Croce Rossa ha deciso di aiutare i palestinesi che vivevano lì, distribuendo un pacco di cibo per famiglia una volta al mese. Hanno smesso alla fine del 2012. Hanno smesso perchè pensavano che la situazione fosse più calma e che l’assistenza non fosse più necessaria. Questo ha portato molti palestinesi ad andarsene. Se ne sono andati per due motivi: il primo è di ordine economico. Non potevano sopravvivere perchè avevano tutti perso il lavoro. Il secondo è per ragioni di sicurezza. L’esercito e i coloni, in modo particolare l’esercito, veniva in continuazione e attaccava le case e gli abitanti.

I palestinesi volevano salvarsi la vita. Questo è il motivo per cui se ne sono andati. 350 famiglie vivevano a Shuhada Street e Tel Rumeida. L’anno scorso, erano rimaste solo 48 famiglie. Anche la scuola nella H1 è cambiata. In passato era una scuola per ragazze. C’erano oltre 400 studentesse che studiavano in questa scuola, ma col tempo il numero è sceso a 70. Noi del comitato popolare dei genitori abbiamo deciso di parlare con il Ministero dell’Educazione per trasformarla in una scuola mista, al fine di incrementare il numero di studenti e quindi salvare la scuola. Questo è quello che è successo. Ora è una scuola mista, con 171 studenti e studentesse.

– Come è la vita per i palestinesi che vivono nella H2?

La situazione ad Hebron è estremamente tesa, specialmente a Tel Rumeida.  Non ci sono negozi aperti e trasporti pubblici. Non abbiamo nessuna clinica e nessuna ambulanza può raggiungerci. Se qualcuno deve andare all’ospedale, dobbiamo accompagnare i pazienti per mano attraverso il checkpoint e l’ambulanza deve aspettare oltre il checkpoint. Per le ambulanze non è possibile arrivare ai pazienti direttamente in H2.

I palestinesi che vivono quì per comprare i beni di prima necessità devono recarsi in H1. Per andarci, devono passare dal checkpoint di Shuhada Street, chiamato checkpoint 56. I soldati controllano ogni sacchetto che portiamo.

In generale la vita quotidiana è veramente orribile. I nostri bambini vengono presi di mira sul tragitto per andare e tornare dalla scuola. Ogni giorno al checkpoint subiamo controlli e perquisizioni. L’esercito, davanti ad alcuni checkpoint, ha disegnato delle linee rosse. Dobbiamo aspettare dietro quelle linee fino a quando veniamo chiamati dai soldati ad uno ad uno per passare. Alcune vie ad Hebron ora sono divise da una recinzione. Ai palestinesi è permesso camminare solo da un lato della recinzione. I soldati hanno il potere di arrestare qualsiasi palestinese che cammina sull’altro lato della strada.

– Che esperienze hai avuto vivendo porta a porta con i coloni israeliani?

Quando sono arrivati nel 1976, hanno iniziato a confiscare terre e case. Da allora, il numero di coloni è aumentato costantemente e continua ad aumentare. I coloni ci prendono di mira lanciandoci pietre, spazzatura, e a volte merda umana.
I coloni quì comandano. Hanno persino dei poteri al di sopra dei soldati, i quali fanno qualsiasi cosa i coloni gli dicono di fare. Aggrediscono i nostri bambini sul cammino per la scuola. Questo è il motivo per cui abbiamo invitato degli internazionali a venire quì. L’EAPPI (Programma di Accompagnamento Ecumenico in Palestina e Israele) è quì dal 2003. In seguito abbiamo anche iniziato a contattare l’ISM e il CPT (Christian Peacemakers Team). Volevamo che osservassero quello che succede quì.

I nostri bambini subivano aggressioni ogni giorno da parte dei coloni. Molti di essi soffrono di disturbi psicologici. I bambini quì, inclusi i miei, non riescono a dormire la notte. La luce deve sempre rimanere accesa. Se la spegniamo si spaventano. Non riescono ad addormentarsi se non stiamo assieme a loro fino a quando si addormentano. Si aspettano sempre un attacco dei soldati o dei coloni. Molti bambini si fanno ancora la pipì addosso all’età di 14 o 15 anni. Abbiamo affrontato questi problemi con i dottori di Medici Senza Frontiere. Ma questo non è abbastanza; vogliamo affrontare meglio questi problemi con l’associazione che abbiamo creato a Tel Rumeida.

– In che modo la presenza costante dell’esercito israeliano influenza la tua vita quotidiana?

In passato ogni mese c’erano perquisizioni nelle nostre case. L’esercito veniva di notte con dei grossi cani. Irrompevano nelle case, svegliavano tutti, persino i bambini non venivano risparmiati. Dovevamo uscire dalla nostra casa, anche quando fuori faceva freddo. Queste perquisizioni possono durare tre ore o più, mentre i soldati insultano noi e i nostri bambini. Certe volte lasciano delle scritte sulle nostre case, ad esempio «gas the arabs».

Una volta gli israeliani ci hanno offerto del denaro, una grossa somma, per farci andare via dalle nostre case. Quando ci siamo rifiutati, hanno chiuso tutte le entrate della nostra casa. Per accedere alla mia casa, dovevo scavalcare un muro di 6 metri di altezza. Quando mia moglie era incinta, ho dovuto portarla per tutto il tragitto, mentre stava quasi per partorire. Ci abbiamo messo tre ore ad arrivare all’ospedale. Al checkpoint, l’esercito non voleva farci passare senza controllare i nostri documenti e perquisirci, pur vedendo che mia moglie aveva le doglie.

Un altro problema è che per raccogliere le nostre olive dobbiamo ottenere un permesso dell’esercito israeliano. [Senza dover dare nessuna motivazione, l’esercito può rifiutarsi di dare questi permessi; molti contadini nella West Bank non possono accedere alle proprie terre].

Regolarmente i coloni distruggono i nostri alberi e rubano le olive. Personalmente, non sono riuscito a raccogliere nessuna delle mie olive. Ho 50 ulivi e non ho potuto raccogliere nulla. Gli ulivi sono una parte importante della nostra cultura. Se coltivi un ulivo devi aspettare 15 anni prima di poter raccogliere le olive. Per cui quando devi stare a guardare mentre i coloni rubano le tue olive e sradicano gli ulivi, diventi pazzo perchè non puoi fare nulla. L’esercito ha anche costruito una torre di sorveglianza sulla casa di mio fratello; sono dappertutto, tutto il tempo.

– Qual’è la tua esperienza personale con i coloni illegali e l’esercito israeliano?

I coloni che vivono di fianco a me hanno tagliato le tubature dell’acqua che portano a casa mia. Ho vissuto senza acqua per tre anni. Perciò ho contattato delle organizzazioni internazionali e per i diritti umani.
Almeno siamo riusciti a sostituire alcune delle tubature. Poi i coloni hanno sradicato tutti i miei alberi da frutta.

Hanno attaccato mia moglie quando era incinta del nostro primo figlio; l’ha perso al terzo mese di gravidanza. Quando era di nuovo incinta, al quarto mese, i coloni l’hanno picchiata e ha perso un bambino un’altra volta. Più tardi hanno fatto irruzione nella mia casa sparando proiettili contro i  muri e distruggendo tutti i mobili. Questi sono solo alcuni esempi di una lista infinita.

Abito di fianco all’insediamento. Tutti i coloni quì sono estremisti. Hanno chiuso ogni accesso alla mia casa. Il mio vicino è il leader del Jewish National Front. Sul suo muro ha due adesivi, uno dice: «God gave us the right to kill Arabs and we love it» (Dio ci ha dato il diritto di uccidere gli arabi e amiamo farlo).

Una volta l’esercito è venuto a casa mia e ha arrestato mio figlio, che a quel tempo aveva 5 anni. Lo accusavano di aver lanciato delle pietre.
Quando i soldati sono arrivati per portarlo via, lui stava giocando al computer. I soldati ridevano mentre lo arrestavano. Quando ho chiesto loro se erano sicuri di aver visto mio figlio lanciare delle pietre hanno risposto di no, che erano stati i coloni a dire loro che era stato lui.
I coloni e l’esercito mi hanno fatto un sacco di cose. Vogliono che me ne vada, ma non mollerò, stiamo ancora lottando, fino a quando conquisteremo la nostra libertà.

– Quali sono le tue speranze e aspettative per il futuro? O quali soluzioni intravedi?

In realtà, in quanto palestinesi, accettiamo molte soluzioni. L’OLP ha accettato la soluzione a due stati. E in seguito, anche l’Autorità Palestinese ha raggiunto un accordo con Israele per avvicinarsi ad una soluzione a due stati. Ma persino dopo 20 anni di negoziati, non è successo niente. Al contrario, gli israeliani hanno iniziato a confiscare un numero maggiore di terre e case per espandere gli insediamenti, vogliono controllare tutto. Gli israeliani sono stati abbastanza chiari nelle loro posizioni; vogliono mantenere il muro a Gerusalemme e il controllo delle risorse naturali. Inoltre non cederanno gli insediamenti, l’esercito e i confini che hanno creato.

Un altro problema è che ancora si rifiutano di accettare il diritto al ritorno per i profughi palestinesi. Per cui come potrebbe funzionare una soluzione a due stati, se tutte queste richieste non sono ancora state soddisfatte?

Per quanto mi riguarda, c’è una risposta logica e accettabile, per noi palestinesi, se Israele rimuove le sue truppe e i confini del 1967, rimuove il muro e ci lascia Gerusalemme Est come capitale. Se ci danno i nostri confini, gli aeroporti, la soluzione a due stati potrebbe essere una possibilità. Ma questo non è quello che vuole Israele. Stanno parlando di uno stato totalmente ebraico.

Uno stato totalmente ebraico avrebbe un impatto terribile su di noi, significa che vogliono ripulire tutta questa terra dai palestinesi, cristiani o mussulmani. Credo che volessero sbarazzarsi prima dei palestinesi cristiani per mostrare che questo è un conflitto tra l’Ebraismo e l’Islam, ma non è vero. Non siamo contro l’Ebraismo, siamo contro l’occupazione. Ogni palestinese ha degi amici stretti ebrei.

Siamo contro l’occupazione, non contro la religione. Ma il piano israeliano è di cacciare tutti quanti da quì. Mi è successo di avere molte discussioni con degli israeliani. A qualcuno ho detto, se vuoi mantenere tutte queste cose, pensiamo ad uno stato unico democratico. Viviamo insieme in armonia. Credo che questo sarebbe il meglio per tutti. Vedresti come arriverebbe la pace.

– I tuoi piani per il futuro?

Per quanto mi riguarda è chiaro, non mi muoverò da quì fino a quando morirò o avremo la nostra libertà. Manterrò la mia casa con la mia famiglia e la mia resistenza. Incoraggiamo gli altri palestinesi che se ne sono andati da quì a tornare nelle loro case. Questo è ciò che fa la nostra associazione a Tel Rumeida, offriamo supporto ai palestinesi che decidono di tornare quì. Gli aiutiamo a trovare un lavoro, abbiamo dei servizi di cure gratis e ci proteggiamo e supportiamo a vicenda.

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