Intervista a Maya Wind refusenik israeliana di Valentina Curato

mercoledì 6 luglio 2011

 Fu Ben Gurion stesso, davanti all’intero Parlamento, ad affermare: “Israele è un esercito e l’intero territorio il suo fronte”. Se è vero che al tempo, maggio 1951, le ferite dell’Olocausto erano ancora sanguinanti e i rapporti di buon vicinato con i “cugini” arabi decisamente lontani; oggi, dopo sessant’anni, non molto sembra cambiato. L’ossessione della sicurezza israeliana non è scemata e l’Israel Defence Force (Idf) – come viene chiamato l’esercito dello Stato ebraico – rimane un’istituzione venerata dal 99 percento della cittadinanza. Le nuove generazioni non fanno eccezione. La tenacia con cui la tradizione bellicista viene tramandata dalle famiglie, dalle scuole e dalla narrativa nazionale porta i futuri coscritti a rispondere alla leva con estrema inconsapevolezza: spinti da un automatismo a cui sembra impossibile sottrarsi. Così, se per le donne il sacrificio da scontare è di “soli” due anni, sono i maschi a pagare il conto più salato. Sono loro infatti che dopo i tre anni di servizio obbligatorio, andranno a ingrossare le file dell’imponente forza di riserva per un altro trentennio, meritandosi a pieno diritto il titolo di “militari part-time”. Solo varcata la soglia dei cinquant’anni un uomo israeliano potrà definirsi “civile in toto”, quando la sua uniforme verrà riposta orgogliosamente nell’armadio. Esiste, come nella storia di ogni Paese, un 1 percento diverso, disincantato. Questo piccolissimo frammento di società in Israele viene definito refusenik.Il termine, al suono un po’ ostico, deriva dal russo e significa letteralmente “rifiutante”. In ambito militare viene usato per indicare colui che decide di sottrarsi all’esecuzione di un ordine superiore considerato immorale e/o illegale
La scelta di chi stabilisce di rispettare il significato originale di Idf, come esercito di difesa, enon servire nei Territori Occupati (refusenik selettivo) o la lotta pacifista di chi rifiuta l’istituzione militare in toto, (refusenik completo); viene arricchita a malincuore dalledolorose conseguenze che il loro “risveglio consapevole” comporta Il coraggio è l’elemento collante della grande eterogeneità di cui le fila di chi decide di rifiutare si compongono, tra loro: riservisti padri di famiglia, affermati piloti dell’ Israel Aviation Force, Sergenti, soldati semplici e futuri coscritti ferventi anti militaristi ….
Qui di seguito la testimonianza di Maya Wind. Ventuno anni. Nata e cresciuta a Gerusalemme. Ha rifiutato il servizio militare nel 2008, firmando insieme ad altri dieci coetanei la terza Lettera degli Shiminitims, denuncia pubblica contro l’immoralità e l’illegalità dell’occupazione israeliana dei Territori Palestinesi, a opera degli studenti dell’ultima classe del ciclo superiore.

Per questo, a soli diciotto anni, ha trascorso quaranta giorni in carcere e per due mesi ha scontato una pena detentiva. Nel 2008 si è unita alle fila di New Profile, associazione attiva fin dagli anni Novanta  in azioni di supporto e contro educazione in favore della smilitarizzazione della società israeliana. Da settembre vive a New York dove frequenta il corso di laurea in Politica, Donne e Studi di genere presso la Columbia University. Rimane estremamente impegnata nella lotta contro l’imbarbarimento della propria nazione che, malgrado tutto, lei ama profondamente.

Perché hai deciso di rifiutare il servizio militare?
È stato per l’occupazione della Palestina. Penso che sia sbagliata, immorale e contro il diritto internazionale. Non esiste giustificazione a essa e in alcun modo desidero contribuirvi. Entrando nell’Idf non avrei fatto altro che aiutare a mantenerla.

La tua scelta è nata quindi da una questione di principio? Molti fattori mi hanno portato a maturare questa posizione. Non puoi svegliarti una mattina in Israele e decidere di rifiutare. Sono la tua intera educazione, quella ricevuta da parte della tua famiglia, della scuola, della narrativa nazionale, la legge … Tutto in Israele ti conduce a far parte dell’esercito. È qualcosa di automatico.

E lo scoppio della Seconda Intifada? Ha influito in qualche modo? Sì, in realtà è iniziato tutto da lì. Al tempo vivevo a Gerusalemme ed ero molto giovane, avevo solo 15 anni. Fu un periodo particolarmente difficile: fui testimone di un attentato. Fu, allo stesso tempo, un’esperienza tragica e indelebile. In seguito decisi di unirmi a un gruppo di dialogo tra i giovani Israeliani e Palestinesi di Gerusalemme. Lì conobbi una ragazza palestinese che mi raccontò la sua storia. In particolare mi descrisse come l’Idf si comportava nei confronti del suo popolo. Fu quella storia a sconvolgere la mia visione della realtà. Fino ad allora non avrei mai potuto pensare che l’esercito fosse in grado di compiere azioni non coerenti con il codice etico e contrarie al principio di auto-difesa, su cui il Tzahal (Idf) poggia le sue fondamenta. Da lì iniziai a pensare in modo più critico rispetto a ciò che mi circondava. Andai per la prima volta nella Cisgiordania, prima ero stata solo nelle colonie, e a Gerusalemme Est. Vedere ciò che vidi mi scioccò profondamente. A quel punto diventò evidente per me che l’unica soluzione morale era rifiutare.

Ti consideri pacifista?
Personalmente sì. Questo è stato un altro fattore che ha contribuito alla mia decisione: non voglio uccidere nessuno e nemmeno essere uccisa. Io sono una pacifista, ma non tutti i refuseniks di New Profile lo sono. Penso che favorevole o contraria alla violenza avrei comunque rifiutato. Perché, che tu creda o no nell’uso della forza a determinate condizioni, l’occupazione rimane inaccettabile.  Se tu credi nelle difesa del tuo Stato, tu sai che l’occupazione non è questo.

Come hanno reagito le persone vicino a te a questa scelta? E’ una domanda che mi rivolgono sempre. I miei genitori erano delusi, volevano vedermi in uniforme. Sulla mia famiglia sono piovute moltissime critiche, dagli amici, dai parenti… la frase ricorrente era: “Che razza di figlia hai cresciuto?”.
Per quanto riguarda i miei amici: alcuni di loro, settlers o religiosi, non mi hanno più rivolto la parola. Con altri sono riuscita a mantenere rapporti superficiali, semplicemente evitando di parlarne. Non posso dire che qualcuno mi abbia realmente supportato, fino a quando ho trovato New Profile. Non avrei mai potuto affrontare ciò che ho affrontato completamente da sola. La prigione, la detenzione, gli occhi giudicanti di chi ti sta intorno…no, non ce l’avrei mai fatta. Quando ho incontrato loro: persone della mia età, che si stavano domandando ciò che mi stavo domandando io e pensando le stesse cose… è stato molto di più che unirsi a un gruppo politico. È stato un vero supporto.

Quanti sono i refusenik in Israele?
Più o meno settanta all’anno.  Ci sono refusenik, definibili politici, che portano avanti la propria scelta per la cittadinanza e per la causa palestinese, dichiarandolo pubblicamente. Ti posso dire che nel 2009 eravamo in quattro, nel 2008 in dieci. Durante la Seconda Intifada, nel 2005 una ventina e nel 2001 trenta, all’incirca. Se poi si contano le persone che sfuggono all’esercito apportando falsi problemi di salute, soprattutto psichici, allora New Profile ne ha stimati all’incirca trecento l’anno. Considerando che su 17mila civili arruolabili all’incirca un 1 percento non serve nell’Idf…siamo pochi, davvero molto pochi.

Maya. E le altre che dicono ‘no’ all’esercito | 
Noi Donne .org
PeaceReporter – La nuova autocrazia di Israele
sotto inchiesta l’organizzazione New profile… – Frammenti vocali …
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Miryam  Marino:ISRAELE OGGI: LA VOCE DEL DISSENSO IN UNA SOCIETÀ MILITARIZZATA, MALATA DI FONDAMENTALISMO E  razzismo

Pubblicato da arial a 02:56
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