Intervista a Micaela Miranda: “Come l’arte può lottare contro le armi”

SABATO 9 GIUGNO 2012

 

La storia del Freedom Theatre è una storia di speranza e tragedia. Un film all’interno di una fabbrica di film. Un’oasi di libertà in un paese che purtroppo non è libero.

Lo scorso anno è stato ucciso Juliano Mer, che ha ricostruito il Freedom Theatre a Jenin, in Palestina. Ha seguito le orme di sua madre, Arna Mer, la prima a fondare il teatro, distrutto durante la Prima Intifada. Gli studenti “figli” di Arna sono morti combattendo l’occupazione israeliana. Suo figlio Juliano ha diretto un film bellissimo chiamato Arna’s Children (i bambini di Arna), che documenta le origini della scuola. La loro ideologia è ben definita: la rivoluzione attraverso l’arte.

Ma l’omicidio di Juliano ha instillato paura nella comunità di Jenin: gli abitanti hanno cominciato a guardare con sospetto l’idea di mandare i propri figli alla scuola di teatro, l’unico posto in cui possono vivere in libertà, l’unico in cui le loro vite recuperano la dignità e la speranza, dove si ritrovano i sogni rubati.

Martedì scorso, all’alba, l’esercito israeliano è entrato nel campo e ha arrestato senza alcuna ragione il regista teatrale e “padre” dei ragazzi, Nabil Al-Raee. Le forze di sicurezza non hanno voluto comunicare a Micaela, sua moglie, artista e collaboratrice del teatro, il motivo del fermo, il luogo in cui lo avrebbero portato, né per quanto tempo resterà in prigione.

Nei giorni successivi Micaela si è alzata con il cuore spezzato, ma con la forza di una donna che ha fede nei suoi ideali, che confida nell’arte come arma di lotta contro l’umiliazione che il popolo palestinese è costretto a vivere.

Come si è sentita da moglie quando i soldati israeliani sono entrati in casa nel cuore della notte e hanno prelevato suo marito davanti ai suoi occhi, senza alcuna spiegazione?

Io sono una moglie, ma sono portoghese. Pertanto, una straniera. Come donna e come europea, penso che quello che è successo ieri non ha dignità. La mia bambina ha visto con i suoi occhi come un soldato israeliano ha portato via suo padre con una pistola puntata. Suo padre, il suo modello, l’esempio da seguire, arrestato come un animale senza motivo, senza spiegazione.

Come vi hanno trattato i soldati, quando sono entrati in casa?

Ho provato a parlare con loro. Ho detto loro di leggere dei libri, di informarsi su quello che stavano facendo. I soldati israeliani si limitano ad eseguire gli ordini senza chiedersi perché lo fanno. Ho chiesto se sapevano che stavano arrestando una persona innocente, un genitore, per nessuna ragione. Sono stati impassibili. Mi hanno detto che stavo sprecando il mio tempo.

Quando hanno preso Nabil ho chiesto loro perché lo stessero arrestando. Mi è stato ordinato di rientrare in casa dicendo che se fossi rimasta fuori mi avrebbero spinta. Mia cognata è venuta a difendermi gridando che non avevano il diritto di  toccare neppure un capello nella mia proprietà. Io ho poi detto loro che non avevano alcun diritto di dirmi come muovermi nella mia proprietà, né di ordinarmi di entrare. Mi è stato detto che non erano in casa, pur rimanendo all’interno dei terreni al di fuori della casa.

Dove hanno portato suo marito?

Non lo sappiamo. Abbiamo contattato gli avvocati e le organizzazioni dei diritti umani, che ci hanno detto che entro 24 ore sono tenuti a dirci dov’è. Ma si rifiutarono di darmi alcuna informazione. Può darsi che resterà rinchiuso per un giorno, poche ore, mesi o anche anni fino a quando il caso sia chiaro. Questa è la vita quotidiana nel campo profughi palestinese, soprattutto se sei un attivista o un artista.

E’ normale per l’esercito entrare nel campo profughi all’alba e arrestare delle persone arbitrariamente, senza motivo?

Sì, è come una partita a scacchi. Ieri ne hanno presi quattro. E’ il loro modo di instillare terrore nella comunità. Non sappiamo mai chi sarà il prossimo, dove lo porteranno e per quanto tempo resterà in prigione.

Il Freedom Theatre dove Nabil lavorava come professore e direttore ha una tragica storia. Juliano Mer, il suo ex direttore, è stato assassinato, e gli studenti di Arna Mer, madre di Juliano e fondatrice del teatro, sono morti combattendo per la libertà, nella lotta contro l’occupazione. Juliano pensava di fare una rivoluzione attraverso l’arte. Pensa che la Terza Intifada possa essere artistica?

Credo nell’ideologia di Juliano, nell’ideologia del teatro. Lottare contro l’oppressione attraverso l’arte non è solo la tesi del Freedom Theatre di Jenin, ma può essere applicata a qualsiasi istituzione all’interno e fuori dalla Palestina. In effetti, prima del suo arresto, Nabil e io avevamo intenzione di aprire un’altra scuola di teatro nella West Bank per dare speranza ai bambini che vivono rinchiusi da questo muro. Speranza che ci sia una vita al di fuori del cemento che li imprigiona. Ma, d’altra parte, quando irrompono in casa tua con le armi per sequestrarti tuo marito, o quando ti uccidono davanti a tutti perché pensi liberamente, come nel caso di Juliano, faccio fatica a pensare come l’arte possa combattere contro le armi.

La responsabilità degli arresti arbitrari spetta all’esercito israeliano o all’Autorità Palestinese?

Ad entrambi. L’esercito israeliano sta lavorando con l’Autorità palestinese. L’Autorità Palestinese non difende i palestinesi, ma i propri interessi. Sono colpevoli di una parte dell’oppressione e incassano percentuali degli aiuti internazionali che arrivano. Prima di entrare nel campo profughi i gruppi armati chiamano l’ANP. L’ANP lavora in collaborazione con l’esercito israeliano.

Qual è stata l’ultima cosa che ha detto suo marito prima di essere portato via?

Mi ha baciata, e mi ha detto: “tornerò”.

Lei è portoghese, ha pensato di tornare a casa dopo tante preoccupazioni e gli orrori al Freedom Theatre?

Io sono europea e ho sofferto le menzogne ​​della cattiva educazione europea. In Europa si tende a pensare che gli arabi siano come bestie immonde senza principi, terroristi che non ragionano, che vivono in mezzo alla barbarie. L’Europa applica un’enorme contraddizione: protesta contro l’occupazione ma dall’altro lato difende il muro di separazione, perché pensa che sia l’ultima barriera contro “gli arabi”. La verità è che dopo tutto quello che ho vissuto, avendo la mia famiglia qui, ed essendo consapevole dell’ipocrisia che c’è in Europa, non riesco ad immaginare la mia vita in Portogallo.

Cosa dirà a Nabil quando lo rivedrà?

Sono molto contenta di rivederti.

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