Intervista ad una volontaria di Operazione Colomba ad At-Tuwani

Lunedì 11 Marzo 2013 13:07  Italia
Pubblicata sul mensile SEMPRE – Marzo 2013

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C’è una “Palestina sconosciuta”, di cui quasi non troviamo accenni nei media. Quella della resistenza popolare nonviolenta, di chi ha scelto di non rispondere con le armi ma con la forza della nonviolenza. Una Palestina con cui Operazione Colomba condivide la vita.

Abbiamo intervistato una giovanissima volontaria (21 anni) che da due anni vive nei Territori Occupati.

Raccontaci cosa fate a Tuwani.

Condividiamo la vita con le vittime, non lasciamo sole le persone. Detta così sembra una banalità, eppure è una cosa grandiosa.
E supportiamo la resistenza nonviolenta del Comitato nato a Tuwani e di cui ora fanno parte molti villaggi circostanti.
Nel 1999 nell’area a sud di Hebron furono evacuati 12 villaggi palestinesi: comunità forzatamente deportate, costrette a spostarsi più a nord, senza casa e senza nessuna infrastruttura. Tutta questa gente si trovò a fare una scelta: come rispondere all’ingiustizia? Grazie ad alcune persone lungimiranti della comunità e grazie all’appoggio di alcuni attivisti israeliani nacque la resistenza nonviolenta. Se si è da soli, sotto occupazione e in un sistema di sostanziale ingiustizia non è possibile scegliere la nonviolenza. La forza della nonviolenza è che la tua debolezza viene messa in mano agli altri. E infatti senza l’aiuto degli attivisti per la pace israeliani questa opzione nonviolenta dei palestinesi non sarebbe stata praticabile.

Come arriva qui Operazione Colomba?
Nel 2004 un’associazione israeliana, Taayush, e il comitato popolare palestinese hanno richiesto una presenza fissa di Operazione Colomba nel villaggio.
I palestinesi negli ultimi 50 anni anno sofferto tantissimo, eppure – ci dicono – fino al 1999 decenni di dolore non possono essere testimoniati. E’ come se quel dolore non esistesse. La speranza è nata quando qualcun altro ha potuto raccontare il loro dolore.
Accompagnare l’azione nonviolenta dei palestinesi in questo contesto vuol dire affiancarli in una resistenza quotidiana, costante. Ogni attività giornaliera – pascolare greggi, andare a scuola, costruire un pozzo o una casa, raccogliere le olive o il grano – ognuna di queste cose è una sfida.
C’è la brutalità dell’occupazione militare, le violazioni dei diritti umani portate avanti dall’esercito israeliano, la violenza dei coloni: ogni attività diventa difficilissima da gestire.
Tuwani poi è in area C (secondo la suddivisione dei Territori palestinesi occupati sancita dagli accordi di Oslo, ndr) ovvero sotto controllo civile e militare israeliano. Ciò significa che sui civili palestinesi vige la legge militare israeliana, e costruire qualsiasi cosa, anche solo un pozzo per l’acqua, ci vuole il permesso israeliano.

Qual è il vostro ruolo principale in questo “affiancamento”?
Credo che sia la testimonianza.
Il nostro lavoro è fatto di 3 cose: la condivisione che diventa protezione,  il monitoraggio delle violazioni dei diritti umani e – fondamentale –  l’informazione e comunicazione, che è proprio quello che i palestinesi ci chiedono: la loro vita va raccontata, e quindi con la nostre telecamere, ma anche solo le nostre emozioni e i notti occhi, abbiamo un dovere di responsabilità di raccontare.
La resistenza nonviolenta porta avanti tre azioni fondamentali. Innanzitutto l’azione diretta nonviolenta. Ad esempio costruire una scuola di notte perché nonostante siano stati consegnati tutti i documenti esatti e in tempo, non si è ottenuto il permesso. Gli uomini costruiscono la scuola illegalmente di notte, e le donne insegnano illegalmente di giorno.
Qui ogni aspetto della vita è azione diretta nonviolenta, anche solo arare un campo vicino a una colonia, raccogliere le olive, aspettare a un check point, andare a scuola. Vivere liberi è azione diretta nonviolenta.
Liberi dalla paura e dalla rabbia.
Poi c’è l’azione legale: ogni volta che viene imposto un provvedimento ingiusto, come un ordine di demolizione, si fa un ricorso: una lotta legale per difendere la legittimità di vivere sulla propria terra. E infine c’è l’advocacy, per sensibilizzare, informare.
Gli attori di tutto questo meccanismo sono tre: i palestinesi, noi, le associazioni israeliane. Ognuno con il suo ruolo.

Quali risvolti e risultati della resistenza nonviolenta? 
Tuwani oggi ha una clinica, una scuola, ha le strade asfaltate e l’elettricità, e presto avrà l’acqua. E ha perfino un piano regolatore, e tutto questo è il risultato di 13 anni di lotte nonviolente. Tuwani è fondamentale perché ha dimostrato che la nonviolenza funziona.
Se tu vedi con i tuoi occhi delle donne che con la forza della nonviolenza disarmano un soldato, vedi quanto questo può rompere gli schemi. A tutto ciò un soldato non è pronto, la violenza non è pronta per la nonviolenza.
L’azione nonviolenta sposta il piano del confronto, e questa cosa riesce a creare dei cortocircuiti, anche al di fuori della ristretta cerchia dove avviene, è un moltiplicatore.

Perché queste esperienze non vengono raccontate dai media?
Purtroppo il messaggio che arriva molto spesso sui palestinesi è “sono terroristi”. Loro stessi lo sanno che è questa l’idea che buona parte dell’opinione pubblica ha. Se Tuwani e tutti i villaggi 13 anni fa avessero scelto la violenza sarebbe stata un’ ottima scusa per cancellare tutto, non ci sarebbero più palestinesi in quell’area, che è uno dei territori più poveri e popolati della Cisgiordania.
Oggi questi palestinesi non danno nessuna giustificazione all’esercito israeliano per poter usare la violenza, e sono esclusi dal circo mediatico.
E poi la nonviolenza è potente, e fa paura ai potenti…

 

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http://www.operazionecolomba.it/palestina-israele/1507-intervista-ad-una-volontaria-di-operazione-colomba-ad-at-tuwani.html

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