Iran e Usa: un accordo “eroico”?

1 novembre 2013 10:06

 

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di IGNACIO RAMONET *

Gli atti di riavvicinamento tra Teheran e Washington si moltiplicano. Una nuova era sembra iniziare. D’ora in avanti si profila una soluzione politica che ponga fine al conflitto che impegna, da 33 anni, l’Iran e gli Stati Uniti. Improvvisamente, i gesti di riconciliazione hanno sostituito le minacce e le imprecazioni pronunciate da decenni. Le cose accelerano. Al punto che l’opinione pubblica si chiede come si sia passati ​​così in fretta da una situazione di scontro costante alla prospettiva, ora plausibile, di un prossimo accordo tra i due paesi.

Solo due mesi fa, ai primi di settembre, eravamo – ancora una volta – sull’orlo della guerra in Medio Oriente. I grandi media globali pubblicavano solo titoli sull’”attacco imminente” degli Usa contro la Siria, grande alleato dell’Iran, accusato di aver commesso, il 21 agosto, un “massacro chimico” nella periferia est di Damasco. La Francia, per ragioni che rimangono misteriose, era in prima linea. Disposta a partecipare a questo attacco anche senza l’autorizzazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, senza chiedere l’approvazione del Parlamento francese e senza attendere il rapporto degli esperti delle Nazioni Unite… David Cameron, primo ministro britannico, si arruolava anch’egli in quella che si presentava come una nuova “coalizione internazionale” decisa a “punire” Damasco allo stesso modo in cui si era “punita”, con la partecipazione della Nato, nel 2011, la Libia del Colonnello Gheddafi… Infine, diversi Stati limitrofi – Arabia Saudita (il grande rivale regionale dell’Iran), Qatar e Turchia – già pesantemente coinvolti nella guerra civile siriana sul versante degli insorti, appoggiavano il progetto di “attacchi aerei”.

Tutto portava verso un nuovo conflitto. E questo, nella zona di tutti i pericoli, rischiava di diventare rapidamente una conflagrazione regionale. Perché la Russia (che ha una base navale geostrategica a Tartus, sulla costa siriana, e fornisce massicce forniture di armi a Damasco) e la Cina (in nome del principio della sovranità degli Stati) avevano avvertito che avrebbero posto il loro veto su qualsiasi richiesta di accordo, nel Consiglio di sicurezza, che conducesse all’attacco. Da parte sua, Teheran, pur denunciando l’uso di armi chimiche, si opponeva anch’essa all’intervento militare, temendo che Israele avrebbe colto l’occasione per attaccare l’Iran e così distruggere i suoi impianti nucleari… L’insieme della polveriera medio-orientale (includendo Libano, Iraq, Giordania e Turchia) rischiava di esplodere.

Ma, improvvisamente, il progetto di “attacco imminente” è stato abbandonato. Perché? In primo luogo, c’è stato un rifiuto delle opinioni pubbliche occidentali, per lo più ostili a un nuovo conflitto i cui principali beneficiari, sul terreno, non potevano che essere gruppi jihadisti legati ad al Qaeda. Gruppi, d’altra parte, contro i quali le forze occidentali combattono in Libia, Mali, Somalia, Iraq, Yemen e altrove… Più tardi, il 29 agosto, è arrivata la sconfitta umiliante di David Cameron nel Parlamento britannico, che ha messo fuori gioco il Regno Unito. Poi, il 31 agosto, è stata la volta di Barack Obama, che ha deciso, per guadagnare tempo, di sollecitare il via libera dal Congresso degli Stati Uniti… E, infine, il 5 settembre, in occasione del vertice del G20 a San Pietroburgo, Vladimir Putin ha proposto di mettere l’arsenale chimico siriano sotto il controllo delle Nazioni Unite al fine di distruggerlo. Questa soluzione (indiscutibile vittoria diplomatica di Mosca) conveniva sia a Washington che a Parigi, a Damasco e Teheran. In cambio presupponeva, paradossalmente, una sconfitta diplomatica per… alcuni degli alleati degli Stati Uniti (e nemici dell’Iran), vale a dire Arabia Saudita, Qatar e Israele.

Non c’è dubbio che questa soluzione – impensabile solo due mesi fa – dovrebbe trasformare l’atmosfera diplomatica e accelerare il riavvicinamento tra Washington e Teheran.

In realtà, tutto è cominciato lo scorso 14 giugno, quando è stato eletto alla presidenza dell’Iran Hassan Rohani, che ha sostituito il molto controverso Mahmoud Ahmadinejad. Alla sua investitura, il 4 agosto, il nuovo presidente ha dichiarato che sarebbe cominciata una fase diversa e che lui avrebbe cercato, attraverso il “dialogo”, di tirar fuori il suo paese fuori dall’isolamento diplomatico e dallo scontro con l’Occidente sul suo programma nucleare. Il suo obiettivo principale, ha detto, era allentare la pressione delle sanzioni internazionali che soffocano l’economia iraniana.

Queste sanzioni sono tra le più dure mai inflitte a un paese in tempo di pace. Dal 2006, il Consiglio di Sicurezza, agendo ai sensi del capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite [I] , ha adottato quattro risoluzioni fortemente vincolanti -1737 (2006), 1747 (2007), 1803 (2008) e 1929 (2010) – come risposta ai rischi di proliferazione che comporterebbe il programma nucleare iraniano. Le sanzioni sono state rafforzate nel 2012 attraverso un embargo petrolifero e finanziario degli Stati Uniti e dell’Unione Europea che ha isolato l’Iran dal mercato mondiale, mentre il paese è seduto sulla quarta riserva mondiale di petrolio e la seconda di gas [II] .

Ciò ha notevolmente peggiorato le condizioni di vita. Circa 3,5 milioni di iraniani sono disoccupati (cioè l’11,2% della popolazione attiva), una cifra che potrebbe salire a 8,5 milioni secondo il ministro dell’economia. Il salario minimo mensile è di soli 6 milioni di rial (200 dollari o 154 euro), mentre l’indice dei prezzi al consumo è più che raddoppiato. E i prodotti di base (riso, olio, pollo) continuano ad essere troppo costosi. I farmaci importati sono introvabili. Il tasso di inflazione annuale è del 39%. La moneta nazionale, ha perso il 75% del suo valore in diciotto mesi. Infine, a causa delle sanzioni, è affondata la produzione automobilistica.

In questo contesto di disagio sociale acuto, il presidente Rohani ha moltiplicato i segnali del cambiamento. Ha fatto liberare una decina di prigionieri politici, tra cui Nasrin Sotoudeh, attivista per i diritti umani. Poi, il 25 agosto, per la prima volta da decenni, c’è stata la visita a Teheran di un diplomatico statunitense, Jeffrey Feltman, vice segretario generale delle Nazioni Unite, venuto in un viaggio ufficiale per discutere con il nuovo ministro degli esteri iraniano Mohammad, Javad Zarif, la situazione in Siria. Ma nessuno dubita che abbiano anche affrontato la questione dei rapporti tra l’Iran e gli Stati Uniti. D’altra parte, subito dopo, un avvenimento insolito: Hassan Rohani e Barack Obama si scambiavano lettere nelle quali si dichiaravano pronti a “colloqui diretti” per cercare di trovare una “soluzione diplomatica” alla questione nucleare iraniana.

Da lì in avanti, Hassan Rohani ha cominciato a dire le frasi che, da anni, gli occidentali volevano sentire. Ad esempio, nel corso di un’intervista alla Cnn, ha risposto a una domanda sulla Shoah: “Ogni crimine contro l’umanità, compresi i crimini commessi dai nazisti contro gli ebrei, è riprovevole e condannabile”. Ossia esattamente il contrario di ciò che Ahmadinejad aveva ribadito per otto anni. Rohani ha anche detto alla Nbc: “Non abbiamo mai cercato di fabbricare una bomba nucleare, e non abbiamo alcuna intenzione di farlo.” Infine, in un articolo pubblicato sul Washington Post, il presidente iraniano ha proposto agli occidentali di ricercare, attraverso il negoziato, soluzioni “vantaggiose per tutte le parti”.

In risposta, Barack Obama, nel suo discorso alle Nazioni Unite il 24 settembre, in cui ha citato venticinque volte l’Iran, ha detto anche lui quel che Teheran vole sentire. Che gli Stati Uniti non “pretendono di cambiare il regime” iraniano, e che Washington rispetta “il diritto dell’Iran ad accedere all’energia nucleare con fini pacifici”. Soprattutto, per la prima volta, non ha minacciato l’Iran né ha ripetuto la fatidica frase: “Tutte le opzioni sono sul tavolo”.

Il giorno dopo, il Segretario di Stato John Kerry e il ministro degli Esteri iraniano Mohammed Javad Zarif hanno fatto – per la prima volta dopo la rottura delle relazioni diplomatiche tra i due paesi il 7 aprile 1980 – un incontro diplomatico bilaterale sul programma nucleare iraniano. E sono tornati ad incontrarsi a Ginevra il 15 ottobre nell’ambito della riunione del Gruppo dei Sei (Cina, Stati Uniti, Francia, Regno Unito e Russia, più la Germania), incaricato di seguire, con un mandato delle Nazioni Unite, la questione iraniana.

Questa atmosfera di frasi concilianti e di piccoli passi sulla strada della riconciliazione avrebbe trovato la sua messa in scena più spettacolare durante la ormai famosa chiamata telefonica del 27 settembre tra Barack Obama e Hassan Rohani.

Tranne il governo ultraconservatore di Israele, che tenta di contrastare questo approccio [III] , altri alleati degli Stati Uniti non vogliono essere gli ultimi a saltare sul carro di pace né, soprattutto, a lasciarsi sfuggire ricchi contratti commerciali con un Paese di ottanta milioni di consumatori… Così, il Regno Unito ha annunciato subito di aver deciso di riaprire la sua ambasciata a Teheran e di voler rilanciare le relazioni diplomatiche. E, il 24 settembre, il presidente francese François Hollande si è precipitato ad essere il primo leader occidentale a riunirsi e a stringere la mano pubblicamente ad Hassan Rohani. Si noti che la Francia ha importanti interessi economici da difendere in Iran. In particolare nel settore dell’automobile, con due costruttori (Renault e Peugeot), presenti nel paese. Che da alcuni mesi, assistono – e questo è significativo – all’arrivo di un gran numero di costruttori statunitensi rivali, in particolare General Motors.

Pertanto, sembra che il disgelo attuale si intensificherà. Iran e Stati Uniti sono oggettivamente interessati a fare la pace. L’argomento della differenza abissale tra il sistema politico americano e quello iraniano non ha alcun valore. Ci sono numerosi precedenti. Che somiglianza politica, per esempio, c’era tra la Cina comunista di Mao Zedong e gli Stati Uniti capitalisti di Richard Nixon? Nessuna. Ciò non ha impedito che i due paesi normalizzassero i loro rapporti nel 1972 e cominciassero la loro spettacolare intesa commerciale ed economica che dura ancora oggi. E potremmo anche citare l’avvicinamento senza precedenti, a partire dal 17 novembre 1933, tra l’America di Roosevelt e l’Unione Sovietica di Stalin, che tutto separati, e ha permesso entrambi i paesi, infine vincere la seconda guerra mondiale insieme.

A livello geostrategico, Obama tenta di liberare il Medio Oriente per andare in Asia, la “zona di crescita futura, secondo Washington, il secolo”. L’implementazione degli Stati Uniti in Medio Oriente, forte dalla fine della seconda guerra mondiale è stato giustificato dall’esistenza in questa area geografica delle principali risorse di idrocarburi, indispensabili per la macchina produttiva statunitense. Ma questo è cambiato dopo la scoperta negli Stati Uniti, grandi depositi di gas e olio di scisto che potrebbero portare una indipendenza energetica vicino.

D’altra parte, lo stato delle finanze, dopo la crisi del 2008, non permette più a Washington di sopportare il costo considerevole delle sue partecipazioni multiple in guerre e conflitti mediorientali. Negoziare con l’Iran perché abbandoni ogni progetto di programma nucleare militare è meno costoso di una guerra rovinosa. Senza contare che l’opinione pubblica statunitense continua ad essere radicalmente ostile alla possibilità di un conflitto di questo tipo. E che gli alleati come la Germania e il Regno Unito, visto quello che è appena successo per quanto a proposito della Siria, certamente non parteciperebbero. In cambio, se si raggiunge un accordo, l’Iran potrebbe contribuire a stabilizzare l’intero Medio Oriente, in particolare in Afghanistan, Siria e Libano. E quindi sollevare gli Stati Uniti.

Teheran, da parte sua, ha bisogno assoluamente di questo accordo per alleggerire la pressione delle sanzioni e ridurre le difficoltà quotidiane degli iraniani. Perché il paese non è al sicuro da un grande sollevamento sociale. Per quanto riguarda la questione nucleare, l’Iran sembra aver capito che possedere una bompa che non potrebbe usare, e mettersi nella situazione della Corea del Nord, non è un’opzione. Possano accontentarsi, come il Giappone, di padroneggiare il processo tecnico ma di fermarsi sulla soglia del nucleare militare… ciò che sarebbe a portata di mano [IV] . Per la difesa del paese, è meglio scommettere su miglioramenti militari tradizionali, che sono tutt’altro che disprezzabili. D’altra parte, lo status di potenza regionale, cui Teheran ha sempre aspirato, passa attraverso un accordo (o anche una alleanza) con gli Stati Uniti, come succede ad Israele o alla Turchia. E infine, non trascurabile, il tempo è breve, vi è il rischio che il successore di Barack Obama, tra tre anni, si riveli più intransigente.

Non mancheranno gli ostacoli nell’uno e nell’altro campo. Gli avversari di un accordo non sono pochi e hanno potere. Washington, ad esempio, per firmare qualsiasi accordo ha bisogno dell’approvazione del Congresso, dove gli amici di Israele, in particolare, sono numerosi. Anche a Teheran gli avversari di un accordo sono temibili. Ma tutto indica che un ciclo finisce. La logica della storia spinge l’Iran e gli Stati Uniti – che condividono una fede comune nel liberalismo economico – verso quel che potremmo chiamare un “accordo eroico”.

[I] Questo capitolo tratta di “azione “azione in caso di minaccia alla pace, violazioni della pace o atti di aggressione   “.

[Ii] Le esportazioni di petrolio sono cadute dai 2,5 milioni di barili al giorno nel 2011 a meno di un milione (secondo i dati degli ultimi mesi forniti dall’Agenzia internazionale per l’energia). Le entrate derivanti da queste esportazioni sono diminuite da 95 miliardi di dollari nel 2011 a 69 nel 2012. Il dato per il 2013 rischia di essere ancora più basso.

[III] Senza che si sappia molto bene perché, dato che un accordo degli Usa con l’Iran garantirebbe la supremazia militare di Israele nella regione, eliminerebbe il rischio di un Iran nucleare ed eviterebbe costose e pericolose guerre.

[Iv] Le questioni tecniche su cui si negozia vertono soprattutto intorno al programma di arricchimento dell’uranio, un processo che fino a certi livelli ha usi civili, ma con un maggior grado di raffinatezza è utile alla produzione di testate nucleari. Negli ultimi anni, l’Iran ha aumentato la sua capacità di arricchimento, aumentando il numero di centrifughe adatto, ed inoltre ha cominciato ad arricchire l’uranio a livelli del 20%, ancora una soglia per uso civile, ma che si avvicina significativamente al livello per l’uso militare. L’occidente reclama una maggiore posibilità di ispezione agli impianti nucleari, che l’Iran fermi l’arricchimento al 20% e che consegni a un paese o organizzazione neutrale i materiali già prodotti, oppure lo converta in forme che impediscano o ostacolino l’ulteriore lavorazione verso i livelli militari. L’obiettivo è che Teheran non abbia abbastanza stock per armare – se anche ne avesse la volontà – una bomba.

* Direttore dell’edizione in lingua spagnola di Le Monde diplomatique, di cui questo articolo è l’editoriale sul numero di novembre 2013. Traduzione a cura di www.democraziakmzero.org.

http://www.democraziakmzero.org/2013/11/01/iran-e-usa-un-accordo-eroico/

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