Iran: ora di guardare in faccia la verità

REDAZIONE 16 FEBBRAIO 2013

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di Flynt Leverett e Hillary Mann Leverett  – 14 febbraio 2013

Cinquant’anni fa, nel corso della crisi dei missili cubani, gli Stati Uniti fronteggiarono quella che frequentemente è definita come la sfida più significativa della guerra fredda. Oggi alcuni sostengono che gli Stati Uniti stanno affrontando una sfida simile relativamente alle attività nucleari iraniane. In questo contesto impressiona ricordare l’ammonimento del presidente John Kennedy, pronunciato solo mesi prima della crisi dei missili, e cioè che “il grande nemico della verità molto spesso non è la menzogna – deliberata, innaturale e disonesta – bensì il mito, persistente, persuasivo e irrealistico. Troppo spesso ci atteniamo con forza ai cliché dei nostri predecessori. Assoggettiamo tutti i fatti a un insieme prefabbricato di interpretazioni. Godiamo dell’agio dell’opinione senza il disagio della riflessione.” Mezzo secolo dopo, l’ammonimento di Kennedy si applica sin troppo bene nella discussione – difetta del titolo per essere chiamata dibattito – a proposito del modo migliore di occuparsi della Repubblica Islamica dell’Iran.

Per più di trent’anni gli analisti e decisori politici statunitensi hanno proposto una serie di miti a proposito della Repubblica Islamica: che è irrazionale, illegittima e vulnerabile. Nel farlo, guru e politici hanno costantemente fuorviato il pubblico statunitense e gli alleati degli Stati Uniti a proposito di quali politiche funzioneranno davvero per promuovere gli interessi statunitensi nel Medio Oriente.

Il più persistente – e pericoloso – di tali miti è che la Repubblica Islamica è così detestata dal suo stesso popolo che è in imminente pericolo di essere rovesciata. Dall’inizio, gli statunitensi hanno trattato la rivoluzione iraniana del 1978-79 come una grande sorpresa. Ma il solo motivo per cui fu una sorpresa fu che la Washington ufficiale rifiutò di capire la crescente richiesta del popolo iraniano di un ordine politico generato all’interno del paese, libero dal dominio statunitense. E da allora la Repubblica Islamica si è sottratta alle infinite previsioni circa il suo collasso o la sua sconfitta.

La Repubblica Islamica è sopravvissuta perché il suo modello – l’integrazione della politica partecipativa ed elettorale con i principi e le istituzioni del governo islamico e con un impegno all’indipendenza in politica estera – è, secondo i sondaggi, le percentuali di partecipazione alle elezioni e una serie di altri indicatori, quello che vuole la maggioranza degli iraniani che vivono nel paese. Non vogliono un ordine politico fondato su un liberalismo laico in stile occidentale. Ne vogliono uno che rifletta la loro cultura e i loro valori religiosi; nelle parole del presidente riformista Mohammad Khatami: “libertà, indipendenza e progresso nel contesto sia della religiosità sia dell’identità nazionale”.

E’ questo che la Repubblica Islamica, con tutti i suoi difetti, offre agli iraniani la possibilità di perseguire. Anche la maggioranza degli iraniani che vogliono un’evoluzione significativa del governo – ad esempio permettendo un maggiore pluralismo culturale e sociale – vuole ancora che sia la Repubblica Islamica. Dopo le elezioni presidenziali iraniane del 2009, quando l’ex primo ministro Mir Hossein Mousavi perse contro il presidente in carica Mahmoud Ahmadinejad, le élite e gli “esperti” dell’Iran occidentali presentarono il Movimento Verde emerso dalla campagna di Mousavi come una rivolta popolare di massa pronta a spazzar via la Repubblica Islamica. Ma i Verdi, anche al loro apice, non hanno mai rappresentato nulla di prossimo alla maggioranza degli iraniani, e nel giro di una settimana dalle elezioni la loro base sociale si stava già contraendo. Il motivo principale era che, dopo che Mousavi rinunciò a dar concretezza alla sua accusa di brogli, le continue proteste dei Verdi non si concentrarono più contro un’elezione contestata bensì divennero una sfida alla stessa Repubblica Islamica, sfida per la quale c’era solo una base trascurabile.

Anche se molti occidentali preferiscono credere che i Verdi siano scomparsi non a causa della loro debolezza bensì a causa della crudele repressione di un regime illegittimo, la tesi non supera un esame attento. Nei quindici mesi che precedettero la partenza dello Scià, nel 1979, le sue truppe abbatterono migliaia di dimostranti e le folle che rivendicavano la sua cacciata continuarono a ingrossarsi. Nel 2009 ebbero luogo brutalità indubbie della polizia nel corso della reazione del governo alle agitazioni post-elettorali. Lo ha riconosciuto lo stesso governo, ad esempio chiudendo un carcere dove alcuni detenuti avevano subito violenze fisiche ed erano stati assassinati e, incriminando dodici membri del personale del carcere (due sono stati poi condannati a morte). Ma in quegli scontri tra dimostranti e polizia dopo le elezioni del 2009 ci furono meno di 100 morti e tuttavia i Verdi si ritirarono e la loro base si ridusse.

Gruppi occidentali per i diritti umani stimano tra i 4.000 e i 6.000 gli iraniani arrestati in relazione alle proteste seguite alle elezioni del 2009. Più del 90% è stato rilasciato senza addebiti. Quanto al 2010 le organizzazioni occidentali per i diritti umani non hanno messo in discussione le cifre ufficiali iraniane e cioè che siano stati circa 250 i condannati per crimini collegati ai tumulti, con forse altri 200 casi in corso. La maggior parte è stata graziata dal Leader Supremo, Ayatollah Ali Khamenei; la maggior parte dei non graziati è libera su cauzione in attesa degli appelli. Secondo un’indagine di Craig Charney, ex sondaggista di Bill Clinton e Nelson Mandela, la maggior parte degli iraniani considera legittima la reazione del governo ai disordini.

Nonostante la Repubblica Islamica rimanga al potere, le élite politiche e gli “esperti” dell’Iran statunitensi senza alcun collegamento diretto con la realtà sul campo all’interno del paese, continuano a promuovere il mito dell’illegittimità e della fragilità della Repubblica Islamica, con l’idea che se soltanto ci crediamo abbastanza, in qualche modo cancelleremo la sfida posta dall’Iran. Oggi questo mito è proposto in due versioni intrecciate: che le sanzioni stanno “funzionando” nel promuovere gli obiettivi statunitensi riguardo all’Iran e che il Risveglio Arabo abbia lasciato isolato quel paese nel proprio quartiere.

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Molti commentatori ora postulano che le difficoltà economiche causate dalle sanzioni indurranno presto gli iraniani a sollevarsi e a forzare un cambiamento fondamentale nel loro paese, o almeno costringeranno il governo a offrire le concessioni richieste da Washington. Ma quelli che sostengono questa tesi non hanno mai spiegato perché l’economia sia oggi tanto peggiore rispetto a com’era negli anni ’80, quando l’Iran perse metà del proprio PIL nel corso della guerra contro l’Iraq e, tuttavia, anche allora la popolazione non si sollevò per forzare un cambiamento fondamentale o concessioni a potenze ostili.

In realtà non esistono precedenti in alcun luogo di una popolazione sottoposta a sanzioni che si mobiliti per rovesciare il governo e sostituirlo con uno che adotti le politiche preferite dalla potenza straniere che le impone. Persino in Iraq, dove sanzioni paralizzanti furono imposte per più di un decennio, uccidendo più di un milione di iracheni (metà dei quali bambini) la popolazione non si sollevò per rovesciare Saddam Hussein. Alla fine Saddam fu cacciato solo da un’invasione statunitense, e anche dopo di ciò gli iracheni non hanno creato un governo liberale, laico, filostatunitense pronto a subordinare la sovranità e i diritti nazionali dell’Iraq alle preferenze di Washington.

L’anno scorso i guru occidentali hanno iper-strombazzato l’”iper-inflazione” dell’Iran, sostenendo che una rapida svalutazione della moneta del paese avrebbe rivolto il popolo contro il governo. Questa valutazione, come così tante previsioni simili prima di essa, si è dimostrata fantasiosa. Il rial iraniano è stato sopravvalutato per più di un decennio, assicurando i crescenti consumi di merci importate da parte degli iraniani della classe superiore che sono costati miliardi di dollari, hanno danneggiato le prospettive di agricoltori e produttori nazionali e limitato le esportazioni non petrolifere iraniane. La recente svalutazione del rial ha allineato il suo valore nominale al suo valore reale; con la caduta del rial le esportazioni iraniane non petrolifere si sono ampliate in misura significativa. Al tempo stesso, il governo sta spendendo le sue disponibilità di valute estere a difesa di un cambio inferiore per importazioni essenziali come cibo e medicinali.

Anche se nessuno in Iran è immune dall’impatto della svalutazione della moneta, i rurali poveri e quelli coinvolti in settori orientati all’esportazione sono in una posizione relativamente vantaggiosa. Non ci sono carenze individuabili di cibo; negozi di ogni genere hanno il pieno di scorte con una significativa affluenza di clienti. Stanno emergendo scarsità di alcuni medicinali importati. Questo, tuttavia, non è dovuto alla svalutazione della moneta. E’ piuttosto una conseguenza delle sanzioni bancarie istigate dagli USA che, contrariamente alla retorica ufficiale statunitense a proposito della loro natura “mirata”, rendono difficile agli iraniani pagare le importazioni sanitarie e farmaceutiche occidentali, anche se vendere tali articoli all’Iran è tecnicamente consentito dai regolamenti delle sanzioni statunitensi. Certamente, chiunque abbia percorso le strade di Teheran di recente (come abbiamo fatto noi a dicembre) ha potuto constatare che l’economia iraniana non sta collassando e chiunque abbia parlato con diversi iraniani nel paese sa che le sanzioni non forzeranno né l’implosione della Repubblica Islamica né la sua resa alle pretese statunitensi riguardo al nucleare. Non c’è una base – tra i conservatori, i riformisti o in ciò che è rimasto del Movimento Verde – pronta ad accettare un tale esito.

I sostenitori delle sanzioni continuano ad affermare che questa volta sarà diverso, in parte perché un “effetto dimostrativo” del Risveglio Arabo rafforzerà l’impatto delle sanzioni nello spezzare la Repubblica Islamica. A Teheran, tuttavia, i decisori della politica e gli analisti considerano molto positivo il Risveglio Arabo per la posizione regionale della Repubblica Islamica. Essi ritengono – correttamente – che qualsiasi governo arabo che diventi più rappresentativo di ciò in cui crede il proprio popolo, delle sue preoccupazioni e preferenze, sarà meno entusiasta di una collaborazione strategica con gli Stati Uniti, per non parlare di Israele, e più aperto al messaggio di indipendenza politica della Repubblica Islamica.

Più in particolare, a Washington si sente dire che, a causa del Risveglio Arabo, Teheran “perderà la Siria”, il suo “unico alleato arabo”, con conseguenze sinistre per la posizione regionale e la stabilità interna dell’Iran. L’osservazione evidenza quanto profondamente le élite statunitensi neghino le tendenze fondamentali, politiche e strategiche, in Medio Oriente. I decisori della politica iraniana non credono che il presidente siriano Bashar al-Assad sarà rovesciato (almeno non dai siriani). Ma anche se a un certo punto Assad si sentisse costretto a cedere Damasco, lui e le sue forze quasi certamente manterrebbero il controllo di una porzione significativa della Siria. In una situazione simile pare arduo che la Siria diventi un alleato dell’occidente. In realtà qualsiasi governo plausibilmente rappresentativo post-Assad non sarebbe più filo-statunitense o filo-israeliano di quanto non lo sia stato Assad, e potrebbe essere anche meno ansioso di mantenere tranquillo il confine della Siria con Israele. Salvo che Assad sia sostituito da una struttura politica di tipo talebano – che sarebbe almeno anti-statunitense quanto anti-sciita e anti-iraniana – la politica estera della Siria post-Assad andrebbe benissimo per l’Iran, almeno sui temi maggiori. Ma la fissazione degli Stati Uniti nel minare la Repubblica Islamica incoraggiando jihadisti appoggiati dai sauditi a combattere Assad danneggerà alla fine la sicurezza statunitense, proprio come ha fatto l’appoggio degli Stati Uniti ai jihadisti appoggiati dai sauditi in Afghanistan e in Libia.

Più significativamente, le élite statunitensi sono state lente nel capire che, oggi, il più importante alleato arabo della Repubblica Islamica non è la Siria, è l’Iraq, il primo stato sciita a guida araba della storia, un risultato reso possibile dall’invasione e occupazione statunitense. Analogamente, la classe politica degli Stati Uniti è stata riluttante a riconoscere che è ora in gioco l’orientamento strategico dell’Egitto, per più di trent’anni un pilastro della politica USA in Medio Oriente. Anche se certamente non uniformemente filo-iraniano, l’Egitto post-Mubarak è chiaramente meno automaticamente filo-statunitense. Prima di incontrare il presidente Obama, il primo presidente democraticamente eletto del paese, Mohamed Morsi, si è recato l’anno scorso a Pechino, dove si è incontrato sia con il presidente uscente Hu Jintao sia con quello subentrante Xi Jinping, e a Teheran, dove ha incontrato il presidente Ahmadinejad. Le navi militari iraniane ora percorrono il Canale di Suez, cosa contro cui gli Stati Uniti avrebbero potuto opporre il veto solo due anni fa. A causa di questi sviluppi l’Iran non ha “bisogno” della Siria oggi allo stesso modo di un tempo.

Le élite statunitensi hanno avuto difficoltà ad affrontare questi fatti. Quello che soprattutto Washington non comprende è che Teheran non ha bisogno che i governi arabi siano più filo-iraniani; ha soltanto bisogno che siano meno filo-statunitensi, meno filo-israeliani e più indipendenti. Poiché le élite USA non colgono questo punto critico, non comprendono neppure una realtà più ampia: che il Risveglio Arabo sta accelerando l’erosione della posizione strategica di Washington in Medio Oriente, non quella di Teheran. Anziché occuparsi di questo, gli statunitensi continuano ad abbracciare l’idea, contraria alla logica, che gli stessi moventi che stanno dando potere agli islamisti nei paesi arabi trasformeranno in qualche modo la Repubblica Islamica in uno stato liberale laico.

Ma la realtà è quella che è. Si consideri il bilancio strategico: alla vigilia dell’11 settembre, appena poco più di un decennio fa, ogni governo mediorientale – ciascuno di essi – era o filo-statunitense (ad esempio Egitto, Arabia Saudita e le monarchie più piccole del Golfo e la Tunisia), o in negoziati per riallinearsi in direzione degli Stati Uniti (la Libia di Gheddafi) e/o anti-iraniano (l’Iraq di Saddam e l’Afghanistan dei talebani). Oggi l’equilibrio regionale si è decisamente spostato contro Washington e a favore di Teheran.

Ciò si è verificato senza che Iran sparasse un solo colpo, bensì soltanto grazie a elezioni che hanno dato potere a popolazioni in precedenza emarginate in Afghanistan, Egitto, Gaza, Iraq, Libano, Tunisia e Turchia. In tutti questi luoghi, sono emersi governi che non sono più automaticamente filo-statunitensi e anti-iraniani. Questa è una grossa spinta a favore della posizione strategica della Repubblica Islamica.

Alcuni commentatori affermano di vedere dall’Iran segnali che il paese sarà alla fine costretto dalle sanzioni e dal Risveglio Arabo a fare quelle concessioni in materia di nucleare che gli Stati Uniti e Israele pretendono da lungo tempo. Ma ciò che questi stessi commentatori offrono come prova delle imminenti concessioni iraniane non è nulla di nuovo. Diversamente da altri in Medio Oriente, l’Iran è stato tra i primi firmatari del Trattato per la Non-Proliferazione delle Armi Nucleari. E la Repubblica Islamica è stata per anni disponibile a negoziare con gli Stati Uniti e altri riguardo alle loro preoccupazioni per le attività nucleari, nella misura in cui non avesse dovuto rinunciare a diritti sovrani e derivanti da trattati internazionalmente riconosciuti.

All’inizio del primo decennio del 2000 la Repubblica Islamica ha negoziato con il “UE-3” (Gran Bretagna, Francia e Germania) la sospensione dell’arricchimento dell’uranio per quasi due anni, per incoraggiare progressi nei colloqui, in un’epoca in cui aveva installato di gran lunga meno centrifughe e stava arricchendo solo al livello tra il 3 e il 4% richiesto per alimentare reattori nucleari. Gli Stati Uniti hanno rifiutato di partecipare a quei colloqui fino a quando Teheran non avesse accettato di rinunciare al proprio diritto a un arricchimento internazionalmente controllato e non avesse smantellato la propria infrastruttura nucleare.

Nel 2010 l’Iran si è impegnato con Brasile e Turchia a rinunciare alla maggior parte delle riserve di allora di uranio arricchito tra il 3 e il 4% e, in effetti, abbandonare l’arricchimento al livello prossimo al 20% necessario per alimentare un reattore di ricerca che producesse isotopi sanitari per i pazienti malati di cancro. In cambio Teheran chiedeva una fornitura internazionalmente garantita di combustibile per il reattore e il riconoscimento del suo diritto all’arricchimento. Ancora una volta Washington ha respinto questa apertura pubblica a negoziare un accordo nucleare significativo.

L’Iran continua tuttora a essere interessato a un accordo, forse che limiti il suo arricchimento prossimo al 20% in cambio di nuovo combustibile per il proprio reattore di ricerca e di una riduzione sostanziale delle sanzioni o, preferibilmente, di un accordo più complessivo. Al riguardo il problema del nucleare è molto semplice: se gli Stati Uniti accetteranno il diritto di arricchire nel proprio territorio sotto supervisione internazionale, potrebbe esserci un accordo, comprendente l’accettazione da parte di Teheran di verifiche e controlli più intrusivi delle sue attività nucleari e limiti dell’arricchimento a un livello prossimo al venti per cento.

Ma l’amministrazione Obama, come l’amministrazione Bush prima di essa, rifiuta di riconoscere i diritti nucleari dell’Iran. Dopo la rielezione di Obama non ci sono indicazioni che la sua amministrazione stia riconsiderando tale approccio; alti dirigenti statunitensi affermano che il loro obiettivo rimane una sospensione delle attività iraniane collegate all’arricchimento. L’amministrazione può concedere a Teheran maggiori incentivi materiali per concessioni nucleari sostanziali (come se gli iraniani fossero asini da manipolare da bastoni e carote economici). Ma Washington resta indisponibile ad affrontare i diritti sovrani e le preoccupazioni centrali di sicurezza della Repubblica Islamica, poiché ciò significherebbe riconoscerla come entità politica legittima rappresentante interessi nazionali legittimi. Fino a quando le cose resteranno così, non ci sarà alcun accordo.

***

Anche se Teheran non si arrenderà ai diktat statunitensi e la Repubblica Islamica non crollerà, una massa critica delle élite politiche statunitensi sostiene che continuare l’attuale combinazione di sanzioni e falsa diplomazia è utile, perché persuaderà gli iraniani, altri mediorientali e gli statunitensi che il fallimento del raggiungimento di un accordo è colpa del governo iraniano. E ciò, si sostiene, giustificherà la “necessità” finale di attacchi militari USA.

Gli statunitensi non dovrebbero nutrire illusioni a proposito delle conseguenze di una guerra aperta, scatenata dagli USA contro la Repubblica Islamica. Usare la potenza militare statunitense per disarmare un altro stato mediorientale da armi di distruzioni di massa che non possiede, anche se Washington resta in silenzio a proposito dell’arsenale israeliano di circa 200 testate nucleari, aumenterebbe i già elevati livelli dei sentimenti anti-statunitensi nella regione, minacciando i nostri alleati residui nell’area e rendendo virtualmente impossibile la loro collaborazione con gli Stati Uniti. Un’azione militare statunitense contro la Repubblica Islamica non avrebbe alcuna legittimità internazionale. La parte più vasta della comunità internazionale (120 dei 193 stati membri dell’ONU fanno parte del Movimento dei Non-Allineati, che recentemente ha eletto la Repubblica Islamico a suo presidente) ha già ufficialmente affermato che considererebbe illegale un attacco contro le strutture nucleari iraniane. Non ci sarà alcuna autorizzazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU a un’azione simile; Washington non avrà alleati salvo Israele e (forse) la Gran Bretagna.

Scatenare una guerra contro l’Iran per il problema nucleare ratificherebbe l’immagine statunitense, in Medio Oriente e globalmente, di superpotenza fuorilegge. Questa prospettiva è ancor più pericolosa per la posizione strategica degli Stati Uniti oggi di quanto non fosse dopo l’invasione dell’Iraq. Solo pochi anni fa gli Stati Uniti erano ancora una superpotenza incontrastata. Le idee degli altri paesi non contavano granché; specialmente in Medio Oriente Washington poteva solitamente imporre le sue pretese a governi obbedienti le cui politiche estere in larga misura non riflettevano le opinioni dei loro popoli.

Oggi, quando un numero maggiore di paesi con un pubblico sempre più mobilitato persegue una maggiore indipendenza, le loro idee sui problemi regionali e internazionali – così come le idee dei loro popoli – contano molto di più. In questo sta la vera sfida posta dalla Repubblica Islamica, una sfida che Washington deve ancora affrontare con franchezza: come possono gli Stati Uniti collaborare con un Iran – o un Egitto, quanto a questo – che agisce per promuovere i propri interessi così come li interpreta, piuttosto che come li definisce Washington? Gli Stati Uniti hanno necessità di relazioni migliori con Teheran per cominciare a migliorare i legami con il numero crescente di ordini politici islamisti in tutto il Medio Oriente, cosa che è essenziale per salvare quel che resta della posizione statunitense nella regione. Gli Stati Uniti hanno anche bisogno che Teheran contribuisca a contenere la marea crescente del terrorismo jihadista nella regione, un fenomeno alimentato dall’Arabia Saudita e da altri apparenti alleati arabi di Washington nel Golfo Persico.  L’Iran è un protagonista cruciale per modellare il futuro non solo dell’Iraq e dell’Afghanistan, ma anche della Siria. Più che mai prima d’ora gli interessi statunitensi richiedono un riavvicinamento statunitense con la Repubblica Islamica. Continue ostilità statunitensi non fanno che corteggiare un disastro strategico.

Flynt Leverett è professore di affari internazionali presso l’Università Statale della Pennsylvania (Penn State). Hillary Mann Leverett è docente anziana all’American University. Insieme, tengono il blog ‘Race for Iran’ [Corsa all’Iran]. Il loro nuovo libro è ‘Going to Tehran: Why the United States Needs to Come to Terms With the Islamic Republic of Iran (Metropolitan Books)’ [Viaggio a Teheran: perchè gli Stati Uniti devono venire a patti con la Repubblica Islamica dell’Iran].

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/time-to-face-the-truth-about-iran-by-flynt-leverett

Originale: The Nation

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2013 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

http://znetitaly.altervista.org/art/9761

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