Iraq e Siria, un’unica guerra

di Giorgio Bernardelli

28-08-2013

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Tremilaseicento morti dall’inizio del 2013, mille nel solo mese di luglio. Con l’ultima scia di sangue che risale appena a domenica scorsa: due autobombe a Baghdad e una a Baquba, per un totale di 48 vittime. Non si vedevano dal 2008 i livelli di violenza di questi ultimi mesi in Iraq. Eppure – in queste ore in cui sull’onda dello sdegno intorno alla questione delle armi chimiche si progettano attacchi missilistici su Damasco – nessuno si pone una domanda apparentemente banale: è solo un caso che tutto questo accada nel Paese che sta di fianco alla Siria? Ovviamente no. E bisognerebbe cominciare a metterselo bene in testa per cominciare a capire che lo schema Assad da una parte e i ribelli dall’altra non basta più per poter leggere fino in fondo quanto sta succedendo in Siria. Perché in questa regione del mondo è già in corso una guerra che va al di là di confini artificiali come quelli letteralmente inventati da inglesi e francesi nel 1916 con l’accordo Sykes-Picot.

Eppure noi italiani un indizio importante per cominciare a capirci qualcosa di più in quest’ultimo mese dovremmo averlo avuto. Dal 28 luglio parliamo infatti del sequestro del gesuita padre Paolo Dall’Oglio rapito in Siria «da un gruppo qaedista». Formazione che si chiama proprio Dawlat al-ʾIslāmiyya fi al-‘Iraq wa-l-Sham e cioè “lo Stato islamico dell’Iraq e del Levante” (ISIS secondo l’acronimo inglese). Che è poi proprio il principale responsabile anche dell’ondata di stragi in corso contro gli obiettivi sciiti in Iraq. E ha rivendicato anche un’azione clamorosa passata incredibilmente sottotono come un po’ tutto quello che riguarda Baghdad da quando da lì le truppe di Obama se ne sono andate: l’attacco in grande stile al famigerato carcere di Abu Ghraib che ha portato alla liberazione di ben cinquecento prigionieri, oltre a dimostrare quale grado di sfida rappresentino queste milizie sunnite per il governo sciita di Nuri al Maliki a cui Washington ha gentilmente consegnato l’Iraq del dopo-Saddam.

Ma chi è questa gente e da dove salta fuori? ISIS è una sigla che suona nuova, ma invece si tratta di una vecchia conoscenza: vi dice niente il nome di al-Zarqawi? Per due o tre anni questo terrorista di origine giordana era stato l’incubo numero uno per le truppe americane, il capo di al Qaeda in Iraq; il tutto fino a quando nel giugno 2006 non è rimasto ucciso in un raid dell’aviazione Usa. È stato pochi mesi dopo la morte del suo leader che il gruppo ha cominciato a farsi chiamare lo Stato islamico dell’Iraq. E – nonostante i proclami di vittoria degli americani prima e degli sciiti poi – questa formazione non è mai scomparsa in questi anni.

Ma a farla riemergere alla grande è stato proprio l’acuirsi del conflitto siriano: sunniti contro sciiti in Iraq, sunniti contro alawiti (alleati degli sciiti) in Siria. Con le truppe americane che lasciano definitivamente l’Iraq nel dicembre 2011; cioè proprio mentre a Damasco la rivolta contro Assad si sta trasformando in insurrezione armata. Non ci vuole molto a capire perché l’Iraq – dove i miliziani sunniti non erano mai stati sconfitti del tutto – sia diventato il crocevia delle armi per un conflitto che, sulla pelle della Siria, è anche una guerra a distanza tra Iran e Arabia Saudita per l’egemonia sulla regione. E come mai – come un’araba fenice – in Iraq sia di nuovo risorta al Qaeda.

Il cerchio si è chiuso nell’aprile 2013 quando l’erede di al-Zarqawi – Abu Bakr al Baghdadi – ha annunciato la fusione con i qaedisti siriani delle famigerate milizie di Jabal al Nusra: di qui il nuovo nome di Stato islamico dell’Iraq e del Levante. Fusione che quelli di al Nusra non hanno preso benissimo: è dovuto intervenire al Zawahiri in persona – il «successore» di Bin Laden – per dire che il gruppo originario siriano manteneva la sua autonomia. Come già faceva al-Zarqawi, però, anche Abu Bakr al Baghdadi non ha battuto ciglio: è andato avanti come se niente fosse. Ed è entrato pesantemente con i suoi uomini nel conflitto siriano, inteso ormai come una cosa sola con quello iracheno.

Oggi l’ISIS è la milizia più forte nello schieramento che combatte contro Assad. E nel Nord della Siria sta facendo vedere alle altre chi è che comanda. Lo si è visto proprio a Raqqa, il posto dove è stato rapito padre Dall’Oglio che è poi anche l’unico capoluogo nelle mani dei ribelli. Oggi sarebbe più giusto dire nelle mani dell’ISIS, perché nei giorni scorsi ha pensato bene di attaccare con delle autobombe il quartier generale locale del Free Syrian Army, la formazione «ufficiale» dell’opposizione ad Assad. Che da Raqqa ha dovuto così andarsene lasciandola di fatto in mano a queste milizie che – oltre a padre Dall’Oglio – hanno fatto sparire anche chiunque altro osasse contestare i loro metodi.

Nel frattempo nella stessa zona è sempre più guerra aperta con il PYD, le milizie curde, che se in Iraq sono un nemico non si capisce come potrebbero essere un alleato dei qaedisti sunniti in Siria. Anche questa è ormai una guerra parallela in corso nel nord, teoricamente sotto il controllo dei ribelli: ogni giorno ciascuno rivendica di aver ucciso decine di miliziani altrui. Il tutto con una giustificazione ideologica molto elegante: il nemico di turno è sempre un traditore alleato di Assad.
Questa è la Siria su cui nelle prossime ore potrebbero cadere i missili degli Stati Uniti e della Gran Bretagna. Guardo un po’, proprio gli stessi che se n’erano andati dall’Iraq.

 

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