Israele alimenta l’incendio siriano rischiando una deflagrazione regionale

REDAZIONE 9 FEBBRAIO 2013

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“Basta con le uccisioni del popolo siriano” – Alture del Golan occupate da Israele

di Nicola Nasser – 8 febbraio 2013

La tempistica dell’attacco aereo israeliano la mattina del 30 gennaio contro un obiettivo siriano, che deve ancora essere identificato, è coincisa con indicazioni, difficili da rifiutare, che il “cambiamento di regime” in Siria mediante la forza, sia di un intervento militare straniero sia della ribellione armata interna, è fallito, inducendo l’opposizione siriana in esilio a optare malvolentieri per “negoziati” con il regime al governo, con la benedizione degli Stati Uniti, della UE e della Lega Araba, concludendo, nelle parole di un articolo della Deutsche Welle del 2 febbraio 2012, che “dopo due anni dall’inizio della rivolta (il presidente siriano Bashar Al-) Assad sta ancora comodamente seduto sulla poltrona presidenziale”.

Ciò nonostante il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu continua a dire che Israele si sta preparando a “spettacolari cambiamenti” in Siria, ma alti dirigenti del ministero degli esteri israeliano lo accusano di “agitare lo spauracchio della Siria” per giustificare il suo ordine di quello che i russi hanno descritto un attacco “non provocato”, secondo il The Times of Israel del 29 gennaio. Un altro dirigente ha dichiarato al Maariv israeliano che nessuna “linea rossa” israeliana è stata superata, perché fosse giustificato l’attacco, a proposito delle armi chimiche riferite in Siria. Il 16 gennaio il portavoce del Consiglio per la Sicurezza Nazionale israeliano, Tommy Vietor, ha affermato che non c’erano “prove” di passi siriani per utilizzare tali armi. L’8 dicembre dell’anno scorso il presidente dell’ONU Ban Ki-moon ha affermato che non c’erano “notizie confermate” che Damasco si stesse preparando a usarle. Tre giorni dopo il Segretario alla Difesa USA Leon Panetta ha dichiarato: “Non abbiamo visto nulla di nuovo” a proposito delle armi chimiche “che indichi un qualsiasi passo aggressivo” da parte della Siria. Il 31 gennaio il Capo della NATO, Fogh Rasmussen, ha affermato: “Non ho informazioni nuove su armi chimiche (in Siria).” L’alleato russo della Siria ha ripetutamente confermato quello che il ministro degli esteri Sergei Lavrov ha dichiarato il 2 febbraio, cioè che “disponiamo di informazioni affidabili” che il governo siriano mantiene il controllo delle armi chimiche e che “non le utilizzerà”.  Ciò è quanto la Siria stessa continua a ripetere e, secondo l’editoriale del 3 febbraio della Saudi Gazette,“non ci sono particolari motivi perché si debba credere a Israele e non alla Siria”.

Molto più probabilmente Israele sta cercando di inasprire la situazione militarmente per invischiare dei riluttanti Stati Uniti nel conflitto siriano in un tentativo troppo tardivo di anticipare una soluzione politica, nella convinzione che la caduta del regime di Al-Assad sarà utile alla strategia israeliana, secondo l’ex capo del Direttorato dei Servizi Segreti dell’Esercito, (generale di divisione della riserva) Amos Yaldin, oppure di garantirsi un posto a qualsiasi tavolo negoziale internazionale che possa essere pregiudizievole nel modellare un futuro regime in Siria.

Inasprire le azioni militare in un momento di allentamento della soluzione militare in Siria non garantirà un posto in nessun forum a Israele. Questo il messaggio che il capo dello stato maggiore israeliano, generale di corpo d’armata Benny Gantz, deve aver ascoltato, nel corso della sua visita di cinque giorni negli Stati Uniti, dal suo ospite di Washington, il presidente dei Capi di Stato Maggiore Congiunti, generale Martin E. Dempsey; il capo dell’Ufficio della Sicurezza Nazionale israeliano, generale di divisione (della riserva), Ya’akov Amidror, che nello stesso periodo si trovava a Mosca, deve aver ascoltato un messaggio simile dai suoi ospiti russi.

L’intervento militare israeliano in questo momento particolare alimenta un incendio siriano che recentemente ha cominciato a cercare vigili del fuoco nel crescente numero di sostenitori del dialogo, dei negoziati e delle soluzioni politiche, sia nazionalmente, sia regionalmente e internazionalmente.

La crisi umanitaria in aggravamento e l’aumento del pedaggio dei morti in Siria hanno reso imperativa una delle due scelte: un intervento militare straniero o una soluzione politica. A due anni dall’adozione di un “cambiamento di regime” con la forza in Siria da parte degli USA, della UE, della Turchia e del Qatar, sulla falsariga dello “scenario libico”, la prima opzione non si è concretizzata.

Con il governo siriano legittimo che guadagna terreno militarmente sul campo, l’incapacità dei ribelli di “liberare” almeno una città, cittadina o un’area dell’interno sufficiente per essere dichiarata “zona cuscinetto” o per ospitare l’autoproclamatasi dirigenza dell’opposizione in esilio, che non è riuscita, nell’incontro degli “Amici della Siria”, tenutosi a Parigi il 28 gennaio, a mettersi d’accordo su un “governo in esilio”, più probabilmente proprio a motivo di ciò, la seconda opzione, di una soluzione politica, rimane l’unico modo per fare progressi e la sola via d’uscita dal bagno di sangue e dal precipitare della crisi umanitaria.

L’attacco israeliano trasmette il messaggio che l’opzione militare potrebbe essere ancora perseguita. I ribelli, che hanno basato la loro intera strategia su un intervento militare straniero, hanno recentemente scoperto che il solo intervento esterno che sono stati in grado di ottenere è venuto dalla rete internazionale di al-Qaeda e dall’organizzazione internazionale della Fratellanza Mussulmana. Nessuna sorpresa, quindi, che i frustrati ribelli siriani stiano perdendo terreno, slancio e morale.

Un intervento militare israeliano ne resusciterebbe indubbiamente il morale, ma temporaneamente, perché non garantisce potenzialmente che avrà successo nel migliorare le loro possibilità dove il fallimento ha condannato gli sforzi collettivi degli “Amici della Siria”, il cui numero si è ridotto nel tempo dalle più di cento nazioni di due anni fa alle circa cinquanta dell’ultimo incontro di Parigi.

Tale intervento non farebbe che promettere ancora altro di ciò, prolungando il conflitto militare, versando altro sangue siriano, esacerbando la crisi umanitaria, moltiplicando il numero dei profughi all’interno del paese e dei rifugiati siriani all’estero, rimandando un’inevitabile soluzione politica e schierando significativamente più siriani a favore del regime al governo nella difesa del paese contro l’occupante israeliano delle alture siriane del Golan, isolando così i ribelli, privandoli di qualsiasi sostegno le loro tattiche terroristiche abbiano conservato loro.

Cosa più importante, tuttavia, un tale intervento israeliano rischia una deflagrazione regionale, se non contenuto dalla comunità mondiale o se riuscisse a incitare reciproche rappresaglie tra i siriani. Sia i siriani sia gli israeliani, dopo l’attacco israeliano, hanno mostrato ufficialmente che le “regole d’ingaggio” bilaterali sono già cambiate.

Tutti gli “Amici della Siria” hanno mostrato ufficialmente di star facendo tutto il possibile per rafforzare la “zona cuscinetto” all’interno della Siria; hanno cercato di crearla attraverso la Turchia nel nord della Siria, attraverso la Giordania al sud, attraverso il Libano a ovest e sui confini con l’Iran a est, ma non sono riusciti a concretarla. Hanno cercato di imporla mediante una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ma i loro tentativi sono abortiti tre volte a causa del doppio veto di Russia e Cina. Hanno cercato, senza successo sinora, di imporla al di fuori della giurisdizione delle Nazioni Unite armando una ribellione interna, pubblicamente a libro paga del Qatar e dell’Arabia Saudita, logisticamente appoggiata dalla Turchia e dai servizi segreti statunitensi, britannici, francesi e tedeschi e capeggiata principalmente dal Fronte Al-Nusra, collegato ad al-Qaeda, una ribellione concentrata nelle aree periferiche ai confini con Turchia, Iraq, Giordania e Libano, dopo il fallimento di un tentativo iniziale di far svolgere al porto occidentale siriano di Latakia, sul Mediterraneo, il ruolo giocato da Bengasi nel “cambiamento di regime” in Libia.

Ora Israele si è inserito nel conflitto, per la prima volta pubblicamente, per cercare di imporre una “zona di cuscinetto” per conto suo, in un tentativo di riuscire dove hanno fallito tutti gli “Amici della Siria”.

Il 3 febbraio il britannico The Sunday Times ha riferito che Israele sta prendendo in considerazione di creare una zona cuscinetto che si estenda per dieci miglia all’interno della Siria, modellata su una zona simile da esso creata nel sud del Libano nel 1985 e da cui fu costretto a ritirarsi incondizionatamente dalla resistenza libanese guidata da Hezbollah e appoggiata dalla Siria e dall’Iran nel 2000. Il quotidiano tradizionale israeliano Maariv (‘sera’ in ebraico) ha confermato il giorno dopo l’articolo del Times, aggiungendo che la zona sarebbe creata in collaborazione con villaggi arabi locali sul lato siriano della zona cuscinetto controllata dall’ONU, che fu creata su entrambi i versanti della linea dell’armistizio dopo la guerra israelo-siriana del 1973.

Israele, in effetti, è andato materialmente aprendosi la via sul terreno per una zona cuscinetto di creazione israeliana. In precedenza, in uno sviluppo molto meno pubblicizzato, Israele ha permesso che della zona cuscinetto controllata dall’ONU tra la Siria e le Alture del Golan occupate da Israele s’impossessassero i ribelli siriani “islamisti”. LaEuropean Jewish Press ha riferito il 1 gennaio 2013 che il premier israeliano Netanyahu, durante una visita alle Alture del Golan occupate da Israele, è stato informato che i ribelli “si sono impossessati di posizioni lungo il confine con Israele, con l’eccezione dell’enclave di Quneitra”. In precedenza, il 14 novembre dell’anno scorso, il ministro della difesa Ehud Barak è stato citato dall’Associated Press per aver confermato che “i ribelli siriani controllano quasi tutti i villaggi presso la frontiera con le Alture del Golan tenute da Israele”. Il 13 dicembre il The Jerusalem Post israeliano ha citato un’”alta fonte militare” che ha affermato che “il controllo ribelle dell’area non richiede cambiamenti da parte nostra”.

Gli osservatori dell’ONU che controllano la zona sono circa un migliaio. Un “ufficiale israeliano” ha dichiarato a un giornalista della Mcclatchy il 14 novembre che i ribelli nella zona contano “meno di mille combattenti”. Il Canada ha ritirato il suo contingente di osservatori lo scorso settembre; il Giappone lo ha imitato in gennaio. Nel mese precedente l’ambasciatore francese presso l’ONU, Gérard Araud, ha avvertito che la forza di pace dell’ONU sul Golan può “collassare”, secondo il The Times of Israel che ha citato il quotidiano arabo, con sede a Londra, Al-Hayat.

L’accordo di armistizio del 1974 vieta al governo siriano di impegnarsi in attività militari entro la zona cuscinetto; se lo fa rischia uno scontro militare con Israele e, secondo Moshe Maoz, professore emerito presso l’Università Ebrea di Gerusalemme, “l’esercito siriano non ha alcun interesse a provocare Israele” perché “la Siria ha già abbastanza problemi”.

Comunque nessuno può dire quanto a lungo la Siria possa tollerare la trasformazione di una zona cuscinetto smilitarizzata controllata dall’ONU, con Israele che chiude gli occhi, in un porto sicuro per i terroristi e un corridoio di forniture che collega i ribelli in Libano con i loro “fratelli” nella Siria meridionale.

Israele non ha contrastato militarmente la presenza di ribelli collegati ad al-Qaeda sul suo lato della zona asseritamente smilitarizzata né ha protestato presso le Nazioni Unite o chiesto a esse un rafforzamento degli osservatori dell’ONU nella zona.

Ironicamente, Israele cita la presenza di quegli stessi ribelli lungo il confine delle Alture del Golan occupate da Israele come pretesto per giustificare “la valutazione della creazione di una zona cuscinetto” all’interno della Siria!

Nicola Nasser è un giornalista arabo veterano che risiede a Bir Zeit, West Bank dei territori palestinesi occupati da Israele: nassernicola@ymail.com

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/israel-fuels-syrian-fire-risking-regional-outburst-by-nicola-nasser

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2013 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

http://znetitaly.altervista.org/art/9683

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